Il Napoli di Allegri davvero gioca all’attacco. Ma è dura se non sai difendere

Quella di Allegri in tv non è solo una provocazione. Sta trasformando in profondità la squadra. Ma deve risolvere il problema difensivo. Non si può pensare a una squadra di calcio del 2026 che non sappia fare blocco basso

Il Napoli di Allegri davvero gioca all’attacco. Ma è dura se non sai difendere

Ni Napoli 24/10/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Roma / foto Nicola Ianuale/Image Sport nella foto: Benoit Badiashile-Devyne Rensch

Il Napoli sta cambiando forma, ma gli manca il tempo

Napoli-Roma 3-3 può essere considerata come una partita ingenua quanto sfortunata, per la squadra di Allegri. Il risultato finale, infatti, si è determinato in modo rocambolesco per non dire casuale, tutti gli indicatori statistici – che spesso fanno il paio con le sensazioni tattiche – dicono infatti che gli azzurri avrebbero meritato qualcosa in più del pareggio. Anche perché in realtà il loro rendimento in fase difensiva, come vedremo, non è stato così negativo. Può sembrare un paradosso, considerando che il Napoli ha subito sette gol nelle ultime tre partite, ma in realtà il problema è proprio questo: pare che Allegri abbia trovato gli incastri giusti per far funzionare la sua squadra, ma poi quella stessa squadra smette di funzionare all’improvviso. O meglio: da solida diventa fragile, perforabile, è come se si disconnettesse temporaneamente dalle partite.

A pensarci bene non ci sarebbe nulla di cui stupirsi, nel senso che Allegri sta portando avanti una trasformazione molto profonda. Il tecnico del Napoli sta ridisegnando la sua squadra sia nelle spaziature che nei principi di gioco, nella sua forma mentis, quindi ha senso che ci possano essere degli scompensi. Solo che la strada è ancora lunga, e all’orizzonte ci sono quattro partite decisive – Monza, Juventus, Porto e Lazio – prima della sosta.

Insomma: Allegri e i suoi giocatori hanno bisogno dell’unica cosa che non hanno, vale a dire il tempo. Perché, come stiamo per vedere attraverso l’analisi tattica e statistica, la nuova fisionomia (almeno potenziale) del Napoli è davvero promettente, soprattutto dal punto di vista offensivo. Ma perché questo cambiamento possa diventare sostenibile, intendiamo dal punto di vista dei risultati, la squadra azzurra dovrebbe migliorare nella pura attenzione. Nella capacità di rimanere concentrata sotto pressione. I grandi campioni – soprattutto difensori – possiedono questa dote in maniera naturale, gli altri devono coltivarla. Devono allenarla.

I numeri

Ma andiamo con ordine. Prima abbiamo parlato di indicatori statistici favorevoli al Napoli, ed eccoli qui: stando al modello di Sofascore, contro la Roma gli azzurri hanno vinto la partita dei gol attesi, 2,44 xG contro i 1.90 degli avversari. Inoltre hanno creato 4 grandi occasioni contro le 2 dei calciatori della Roma, più del doppio dei tiri in porta (9-4) e hanno vinto più duelli individuali – anche se di poco, 51%. L’unico dato negativo riguarda i tiri tentati, che dice 24-15 in favore dei giallorossi. Il dislivello sembra enorme, se leggiamo questi numeri così come sono. Ma se invece li svisceriamo e li contestualizziamo, dicono altro: addirittura 13 conclusioni tentate dai giocatori allenati da Gasperini, infatti, sono state respinte dai difensori di Allegri.

 

La mappa dei tiri non respinti di Napoli-Roma: in arancio quelli della squadra di Allegri, in azzurro quelli della squadra di Gasperini

Ecco perché, in precedenza, abbiamo detto che il rendimento del Napoli in fase di non possesso non è così negativo. Va bene che in linea teorica sarebbe più giusto non concedere tiri, ma questo non è possibile. Allo stesso tempo, però, non è così assurdo affermare che se le conclusioni concesse vengono respinte, allora vuol dire che i difensori erano nella posizione giusta per farlo. Per dare fastidio agli attaccanti e inibire la loro battuta verso la porta.

Il fatto è che il problema vero della squadra di Allegri, in generale e contro la Roma, è essenzialmente questo: a un certo punto della gara, lo stesso sistema difensivo che ha bloccato – o comunque contrastato gli avversari – finisce di essere efficiente. Soulé e Balerdi si sono ritrovati per due volte soli, con la porta spalancata, davanti a Meret.  Poi ci sono altri numeri , in questo senso, piuttosto interessanti: Gollini ha dovuto compiere 5 parate mentre Meret si è fermato a quota 1, i giocatori azzurri hanno forzato più palloni persi (26-21) rispetto a quelli giallorossi e hanno anche intercettato più passaggi (13-9).

Cosa funziona nel Napoli (e come sta cambiando)

Insomma, si può dire: Allegri sembra aver trovato la chiave e la strada giusta per far funzionare il Napoli. O comunque, dopo le buone sensazioni emerse durante la partita contro il Bodo, la prestazione con la Roma ha trasmesso altri segnali positivi. Ma di cosa parliamo esattamente, al di là dei numeri già snocciolati in precedenza? Intanto di un approccio finalmente più vario, meno prevedibile, alla pura fase offensiva: la presenza di De Bruyne nel cuore del centrocampo ha già portato la squadra azzurra a ribaltare le percentuali di distribuzione del proprio gioco, nel senso che contro la Roma le azioni costruite nella fascia centrale del campo sono state il 35%. Nelle gare precedenti, questo dato era andato anche sotto il 25%. Inoltre il Napoli ha effettuato un lancio lungo ogni 6,5 passaggi, mentre la Roma ne ha effettuato uno ogni 14,55 appoggi.

Ecco, questo nuovo stile ha prodotto una buona mole di gioco offensivo. Soprattutto se pensiamo che la Roma ha tenuto un possesso palla altissimo, pari al 61%. Anche questo è un dato indicativo: al “nuovo” Napoli non serve più tenere molto il pallone, per poter essere pericoloso. Le azioni degli azzurri sono diventate più rapide, più dirette, anche se spesso vengono rifinite con assist dagli esterni (contro la Roma i giocatori di Allegri hanno tentato 16 volte il cross) ma vengono costruite su direttrici verticali. Anche perché il centrocampo con Anguissa, McTominay e De Bruyne riesce a essere più fluido, a destrutturare spesso l’idea stessa di 4-3-3.

Nel frame in alto vediamo McTominay in posizione di ala sinistra, De Bruyne in quella di mezzala destra e Anguissa più arretrato. Sopra, invece, un rinvio di Meret (la palla è alta e fuori inquadratura) va a cercare Anguissa in posizione di seconda punta accanto a Hojlund, con De Bruyne e McTominay a formare un doble pivote davanti alla difesa.

Questa mobilità continua è stata anche “pensata” e attuata in funzione della singola partita, in modo da provare a mandare in tilt il sistema difensivo a uomo su cui si regge l’intera impalcatura del gioco di Gasperini. Per dirla in modo brutale: dando libertà ai suoi centrocampisti, Allegri voleva portare a spasso per il campo i loro marcatori diretti. E lo stesso discorso vale anche per gli attaccanti: Lang, Politano e soprattutto Hojlund hanno spaziato molto sul fronte offensivo, si sono mossi in modo contro-intuitivo e quindi difficile da leggere per i difensori della Roma.

Tutti i palloni toccati da Hojlund durante la partita contro la ROma

Dall’altra parte del campo, il Napoli ha cercato di sostenere questo stile di gioco difendendosi in modo selettivo. Nel senso che i giocatori azzurri hanno tenuto un approccio misto in fase di non possesso, alzandosi molto nei momenti in cui potevano far pressione e rinculando nella loro metà campo quando la Roma riusciva a portare molti uomini nella metà campo avversaria. Non a caso, viene da dire, tutti e tre i gol segnati dal Napoli sono nati da situazioni in cui i giocatori in maglia azzurra erano riusciti ad aggredire i loro avversari, a sottrargli il possesso – come nel caso di De Bruyne che brucia Cristante e si conquista la punizione da cui scaturisce la rete di Anguissa – oppure ad anticiparli dopo una respinta difensiva, per poi alimentare di nuovo l’azione d’attacco.

Il gol di McTominay dopo una respinta della difesa della Roma

Ecco: quando il Napoli riesce a difendersi così, ad accorciare il campo e i tempi di recupero del pallone, diventa una squadra contro cui è veramente difficile difendere. È una questione di qualità dei singoli ma anche di atteggiamento collettivo, di pura tattica di squadra. In questo parole sibilline di Allegri nel postpartita, “quest’anno gioco all’attacco”, devono essere considerate qualcosa di più che la solita provocazione fatta al microfono: il tecnico del Napoli sa benissimo che la sua squadra riesce a rendere di più, a giocare meglio, quando è in grado di difendere in modo intenso e ambizioso. Solo che il calcio, soprattutto quello dell’era contemporanea, non può essere interpretato in modo unico e inscalfibile. E infatti i problemi della squadra azzurra nascono quando arriva il momento di difendere in modo diverso.

Cosa non funziona nel Napoli

Il gol di Soulé, quello che di fatto ha riaperto la partita contro la Roma, spiega benissimo ciò che intendiamo. All’inizio dell’azione che porta alla conclusione dell’attaccante argentino, infatti, il Napoli prova effettivamente a fare un po’ di pressing sulla prima costruzione della squadra di Gasperini. Pochi istanti dopo, però, gli azzurri finiscono per appiattirsi troppo dentro la loro metà campo. E così bastano due movimenti a venir fuori – quello di Soulé e poi quello di Malen – e uno scambio veloce per liberare lo specchio della porta e invitare Soulé alla conclusione.

Il gol di Soulé

È chiaro che la differenza, almeno in questa azione, viene fatta dalle qualità di Soulé. Da una gran traiettoria ricamata dall’argentino col suo piede sinistro. Però c’è anche da dire che le mancate chiusure dei giocatori del Napoli hanno più o meno lo stesso peso. De Bruyne ha qualche istante di ritardo nell’andare a schermare la ricezione e poi il passaggio in verticale di Soulé, Rafa Marín prova a uscire su Malen ma si fa battere sul tempo, infine Beukema risulta troppo statico, troppo poco reattivo, nel momento in cui l’ex attaccante del Frosinone riceve la sponda del compagno, si sistema il pallone e poi calcia verso la porta. Come dire: si tratta di ingenuità e poi di sfortuna, la gran traiettoria di cui sopra arriva dopo una serie di eventi gestiti male dai difensori del Napoli.

È lecito pensare che, se al posto di Beukema e/o Rafa Marín ci fossero stati Badiashile oppure Rrahmani, o magari con il desaparecido Buongiorno, le giocate di Soulé e/o Malen non sarebbero state così semplici. Il punto, però, è che Beukema è uno di quei giocatori del Napoli che faticano a essere efficaci – qui si possono usare tutti gli aggettivi “emotivi” del vocabolario calcistico, vale a dire cattivi, determinati, energici, ma la sostanza non cambia – quando devono difendere a ridosso o dentro la propria area. Quando chiudere sugli attaccanti avversari non è più un fatto puramente tattico, ma anche di concentrazione.

A questo punto ha senso chiedersi, anche alla luce del fatto che i gol segnati da Balerdi sono arrivati su situazioni simili, se e quanto la filosofia di Allegri pesi su queste dinamiche. Se l’allenatore del Napoli possa pensare di rendere ancora più aggressiva e ambiziosa la fase di non possesso degli azzurri, in modo da mascherare le lacune dei suoi difensori.

Conclusioni

Ebbene, la risposta è no. O comunque non può essere sì, nel senso che non si può pensare a una squadra di calcio del 2026 che non sappia fare blocco basso. Lo affermò Antonio Conte lo scorso anno, lo dimostrano tutti i top club del calcio europeo. Si può pensare di scegliere un approccio molto più radicale, come quello che porta il Barcellona di Flick a schierare la difesa oltre il centrocampo, ma è evidente che al Napoli manchi la materia prima per attuare una strategia del genere.

E allora Allegri si ritrova a dover sbrogliare una matassa complicata, a dover risolvere uno squilibrio filosofico ancor prima che tattico. Il suo Napoli sta trovando la sua identità e la sua fisionomia, quantomeno in fase offensiva. Ma non ha ancora sviluppato quelle che potremmo definire come le fondamenta difensive necessarie a sostenere il suo nuovo modo di attaccare, di stare in campo. O comunque la squadra azzurra non riesce a evitare quelle distrazioni che fanno cadere tutto il castello di carte.

Poi è chiaro: la Roma è un avversario forte, così come lo sono state Como, Inter e Arsenal, ma il Napoli ha manifestato gli stessi identici problemi anche contro Villarreal, Venezia e Bodo/Glimt. Quindi è fondamentale che Allegri trovi una soluzione a quest’impasse, a questo equivoco che si è determinato e che ha messo un freno all’inizio di stagione della sua squadra. Se si può lavorare su certi giocatori e su certe condizioni tattiche, allora bisogna iniziare a farlo presto. Se invece gli errori sono inevitabili, per/con certi giocatori e a certe condizioni, forse sarebbe il caso di caso di cambiare approccio. Ingenuità e sfortuna, per chi non lo sapesse, non sono due termini che possono essere considerati sinonimi tra loro.