Il caso City ci conferma che il Fair Play Finanziario tutela i grandi club e impedisce agli altri di diventarlo

Le regole vanno rispettate ma quelle regole favoriscono davvero la sostenibilità e la concorrenza? No. È un sistema che favorisce le diseguaglianze. Impedisce di crescere ai club che vogliono farlo. Può investire di più solo chi è già ricco.

Il caso City ci conferma che il Fair Play Finanziario tutela i grandi club e impedisce agli altri di diventarlo

A logo is pictured outside the Etihad Stadium, the home ground of Manchester City football club, in Manchester, north-west England on September 30, 2026. The Premier League said on September 29 that Manchester City have been found guilty of serious breaches of the Premier League's financial rules over a nine-season period between 2009 and 2018. (Photo by Oli SCARFF / AFP)

Manchester City, il Fair Play Finanziario e il privilegio di essere già ricchi

Le regole devono impedire ai club di fallire, non impedire a chi ha i capitali di sfidare chi è già grande. E se per crescere più rapidamente si potesse investire di più, pagando un contributo al sistema?

Nel calcio esiste una curiosa interpretazione della libera concorrenza. Se sei già ricco, puoi spendere molto. Se invece arriva un investitore con capitali ingenti, disposto a trasformare una società in una grande squadra, gli viene ricordato che prima deve fatturare abbastanza. In sostanza, per diventare grande devi, almeno in parte, esserlo già.

Il caso Manchester City riporta al centro questa contraddizione. Acquistato nel 2008, il club inglese ha conosciuto una trasformazione straordinaria. Entro il 2019 aveva conquistato quattro Premier League, due FA Cup e quattro Coppe di Lega. Una trasformazione alla quale hanno contribuito investimenti ingenti, insieme a organizzazione, competenze manageriali e scelte sportive. Poi c’è il capitolo delle regole.

Il 29 settembre 2026, secondo il comunicato della Premier League, una commissione indipendente ha accertato violazioni delle regole finanziarie da parte del Manchester City, relative alle stagioni dal 2009/10 al 2017/18. Le conclusioni riguardano, tra l’altro, la rappresentazione di accordi commerciali, ricavi e costi. Il club ha presentato appello contro la decisione, che rimane quindi oggetto di contestazione.

Quelle regole favoriscono davvero la sostenibilità e la concorrenza?

Le regole vanno rispettate, indipendentemente dalla ricchezza degli azionisti. Le responsabilità definitivamente accertate devono avere conseguenze.

Colpiscono, però, i tempi: l’indagine è iniziata nel 2018, le contestazioni formali sono arrivate nel 2023, la decisione nel 2026. Quasi otto anni dall’avvio dell’indagine. Nel calcio, un’epoca geologica. È legittimo chiedersi quanto sia efficace una disciplina finanziaria quando l’accertamento delle violazioni richiede tempi tanto lunghi.

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Soprattutto bisogna distinguere due domande. Il City ha rispettato le regole? Altra domanda: quelle regole favoriscono davvero la sostenibilità e la concorrenza?

La Uefa limita ordinariamente al 70% dei ricavi rilevanti e delle altre componenti ammesse il rapporto con determinati costi della squadra. La Premier League avrà dal 2027/28 un limite ordinario dell’85%, con margini di flessibilità e meccanismi sanzionatori.

Entrambi i sistemi prevedono ulteriori disposizioni, eccezioni e possibilità di apporti patrimoniali. Il rapporto tra costi e ricavi non è quindi l’unico meccanismo della regolamentazione finanziaria. Resta però un vincolo rilevante: la capacità di sostenere la spesa sportiva dipende, in misura significative, dalla dimensione economica già raggiunta dal club, e questo può incidere sulle possibilità di crescita dei concorrenti emergenti. Questo è un paradosso.

Il club con un grande marchio e ricavi consolidati, può spendere molto. Il concorrente emergente, anche se sostenuto da un azionista patrimonialmente più forte, incontra limiti maggiori. Chi vince genera ricavi. Chi genera ricavi può spendere. Chi può spendere ha maggiori possibilità di continuare a vincere.

Naturalmente i soldi non fanno gol da soli. Certi mercati milionari dimostrano che si possono spendere fortune anche per peggiorare una squadra. Ma negare il vantaggio competitivo della capacità finanziaria sarebbe poco serio.

Il Fair Play Finanziario non ha creato le disuguaglianze. Rischia però di consolidarle

Il Fair Play Finanziario non ha creato le disuguaglianze. Rischia però di consolidarle, non per volontà dei regolatori, ma per effetto delle regole.

C’è un altro aspetto spesso trascurato. Quando un proprietario investe in un club, il denaro non rimane necessariamente chiuso dentro quella società. I trasferimenti alimentano l’economia di altri club. Le infrastrutture producono lavoro. I settori giovanili formano giocatori che proseguono la carriera altrove.

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La City Football Academy, secondo i dati diffusi dal nel 2024, aveva generato fino a 300 milioni di sterline attraverso cessioni di calciatori e contribuito alla creazione di oltre 250 posti di lavoro.

Sono dati della società, non una valutazione indipendente dei benefici economici netti. Illustrano, però, come un investimento possa creare attività e opportunità oltre la prima squadra. Senza giustificare eventuali irregolarità, bisogna ricordare che il capitale può produrre ricchezza, non soltanto comprare calciatori.

Però non tutti gli impieghi hanno lo stesso valore: costruire un’accademia è diverso dal pagare un centravanti cento milioni. La regolamentazione già riconosce questa distinzione, favorendo determinati investimenti infrastrutturali e giovanili. Resta però aperta la questione della competitività sportiva.
Abolire i limiti sarebbe una pessima idea. Il calcio rischierebbe di diventare una gara tra patrimoni personali, con stipendi e trasferimenti sempre più costosi. Possiamo immaginare una terza strada?

Un club potrebbe continuare a spendere in proporzione ai propri ricavi, come oggi. Un azionista disposto ad investire capitale proprio aggiuntivo potrebbe però finanziare, entro un tetto comune prestabilito, una maggiore spesa sportiva: calciatori, stipendi, rafforzamento della squadra. Insomma, ciò che serve davvero per diventare competitivi.

Quel capitale dovrebbe essere effettivamente versato, non rimborsabile e accompagnato da garanzie per gli impegni futuri. In cambio della maggiore libertà di spesa, il club verserebbe un contributo al sistema calcistico, destinato ad infrastrutture, settori giovanili e sviluppo della competizione. Una sorta di prezzo o quota associativa, da versare per garantirsi un’accelerazione di competitiva. Insomma, più possibilità per chi vuole crescere, ma anche un beneficio per il sistema che quella crescita deve sostenere.

Il calcio europeo dovrebbe interrogarsi

La Premier League già prevede, entro determinate condizioni, margini di spesa superiori alla soglia ordinaria e un relativo prelievo, applicabile dalla stagione 2027/28. La proposta sarebbe diversa: riconoscere espressamente capitale proprio aggiuntivo, entro un tetto comune, collegandone l’utilizzo a un contributo redistributivo per lo sviluppo del sistema.

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Naturalmente bisognerebbe stabilire quanto capitale supplementare ammettere, quale contributo applicare e come evitare che i prezzi dei giocatori aumentino per tutti. Servirebbe anche un coordinamento con le regole UEFA. Questioni difficili, ma non ragioni sufficienti per rinunciare alla discussione.

Gli apporti di capitale andrebbero riconosciuti per ciò che sono, mantenendo una distinzione rigorosa dai ricavi commerciali e controlli indipendenti sulle operazioni con parti correlate.

Per concludere, il Manchester City dovrà rispondere delle proprie responsabilità secondo gli esiti definitivi del procedimento. Il calcio europeo, però, dovrebbe interrogarsi su qualcosa che riguarda tutti i club.

Se è giusto impedire che un proprietario accumuli debiti insostenibili, prometta capitali inesistenti o metta a rischio la continuità di una società, è altrettanto giusto chiedersi perché un investitore che dispone realmente dei capitali necessari non possa utilizzarli, entro limiti ragionevoli e contribuendo economicamente al sistema, per accelerare la crescita del proprio club.
La sostenibilità finanziaria è indispensabile. La conservazione delle gerarchie non dovrebbe esserlo.

Il Fair Play Finanziario deve impedire ai club di fallire per diventare grandi. Non dovrebbe impedire loro di diventare grandi perché non lo sono già.

 

Una vita in finanza, tra Investimenti, Rischio e Governance, per lo più a gestire le conseguenze dell’ottimismo. Ha affiancato consigli di amministrazione nei momenti di calma e in quelli di caos, spesso facendo la domanda giusta, ma che rovina l’atmosfera. Divide il suo tempo tra Napoli, Londra, New York e ovunque giochi il Napoli, purché la pizza sia un cosa seria.

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