I sei passi con cui Politano si prepara al gran gol al volo

Spinazzola e Politano sono due giocatori veri. Perfetto il cross e perfetto l'impatto col pallone. Politano sceglie di non calciare di collo

I sei passi con cui Politano si prepara al gran gol al volo

Napoli's Italian forward #21 Matteo Politano celebrates scoring his team's first goal during the UEFA Champions League - first round day 3 football match between Napoli and Bodo Glimt at the Diego Armando Maradona stadium in Naples on October 20, 2026. (Photo by Alberto PIZZOLI / AFP)

Ieri è stata una partita in cui si sono viste cose notevoli sotto il profilo tecnico e della costruzione del gioco, anche se, a mio parere, ancora molte sono le cose su cui c’è da lavorare.

Tra le cose che meritano di essere raccontate c’è soprattutto il primo gol del Napoli, che ha visto protagonisti due giocatori forti, che rimpiangeremo quando andranno via e che, per il nostro ranking, non sarà facile sostituire (specie spendendo poco): Spinazzola e Politano, due calciatori “veri”, con tecnica e visione del gioco (si, così: del gioco, cioè dello sviluppo dell’azione e della capacità di capirne prima esiti e imprevisti) assolutamente sopra la media.

Il primo, se fosse stato meno bersagliato dagli infortuni, sarebbe a mio avviso passato alla storia come uno dei più forti esterni (sia da quarto che da quinto di sinistra) italiani degli ultimi venti anni, un giocatore dallo strapotere fisico e dalla corsa quasi incontenibili quando sta bene (è negli occhi di tutti, spero, come ha giocato all’europeo vinto dall’Italia nel 2021 prima che si infortunasse).

Il secondo, sempre troppo sottovalutato anche (ahimè) in chiave di Nazionale, rimarrà nella mia memoria innanzitutto per quanto ha dato al Napoli e per come – al netto di fasi di appannamento pure comprensibili nell’arco di una stagione o di un lungo periodo di militanza in una squadra – è sempre uscito dal campo con la maglia sudata, senza aver lesinato il minimo sforzo per la causa.

Il primo gol è un esempio delle caratteristiche tecnico/tattiche di questi due giocatori, che appunto li rendono “veri” (altrimenti detti, nei peggiori bar di Caracas, “giocatori di pallone”).

Spinazzola e la trappola tesa al calciatore del Bodo

Spinazzola conduce palla sulla fascia sinistra, praticamente attaccato alla linea del fallo laterale, e lo fa per una quindicina di metri quasi sfidando e chiamando all’uno contro uno il diretto difendente del Bodo che sta iniziando l’azione di chiusura.

Spinazzola decelera fino a quasi fermarsi in attesa che il suo avversario pensi che, in questo frangente, possa attaccarlo per contrastarlo in modo efficace.

Ma è proprio questa la trappola che l’esterno azzurro tende al suo avversario.

Spinazzola conduce la palla ed è consapevole – prima ancora dello “strappo” che ogni volta riesce a dare alla conduzione del pallone (è uno di quei giocatori che pur scattando da fermo riesce a prendere almeno due metri all’avversario in corsa per guadagnarsi il tempo della giocata successiva) – del fatto che correndo di faccia allo spazio che deve aggredire è avvantaggiato rispetto al difendente che, invece, deve correre con postura tale da non consentirgli di sterzare per “entrare nel campo”.

Spinazzola sa che per queste due ragioni (i. la forza del suo scatto; ii. la postura dell’avversario che non gli è allineato) il difendente del Bodo, non appena lo stesso esterno azzurro inizierà lo scatto verso la linea di fondo, perderà quei fondamentali millesimi di secondo per inseguirlo proprio perché dovrà ruotare il corpo di 180 gradi al fine di correre anch’egli verso lo spazio in questione.

Spinazzola Napoli

E sono millesimi di secondo che, uniti alla capacità motoria di Spinazzola, spesso si rilevano letali per chi difende.

Anche stavolta così è: Spinazzola lo sfida, lo aspetta, sembra quasi fermarsi attenendo la chiusura veemente sul suo corpo da parte dell’avversario, ma ecco che appena la percepisce sposta la palla avanti (si badi bene: non dribbla, ma butta la palla letteralmente avanti a sé) e scatta inseguendola.

Lo fa, come detto, avendo rubato al suo avversario spazio (un metro e mezzo) e tempo (mezzo secondo) che gli consente subito si crossare la palla in mezzo (con il tocco immediatamente successivo a quello dello spostamento del pallone) senza più farsi intercettare il traversone.

Che bella giocata.

Non solo per tutto quanto detto, ma anche perché ci ricorda una cosa che nel calcio attuale/contemporaneo sembra essere andata perduta, e cioè l’esterno che sfida il suo avversario sul piede forte di quest’ultimo, attaccando la linea di fondo senza entrare dentro al campo; e per fortuna che Spinazzola lo fa, altrimenti in coppia con Lang ci sarebbe stato il solito continuo intasamento nella trequarti avversaria per eccesso di giocatori che fanno densità nella zona del centro sinistra di attacco del Napoli.

Il cambio di direzione di Politano

Mi viene, dunque, da dire: ma sarebbe così difficile in serie A o comunque a quel livello di professionismo, per un esterno alto, avere anche l’altra giocata rispetto a quella solita, e cioè allenarsi a calciare anche con il piede non forte e provare ogni tanto ad andare verso la linea di fondo e crossare in area?

È, cioè, necessario essere Donadoni (mamma mia, che giocatore ho nominato…) per farlo, oppure a quei livelli potrebbe addirittura essere considerato il minimo sindacale per chi voglia giocare in quel ruolo e debba avere sempre soluzioni diverse così da rendersi meno prevedibile?

Ad ogni modo, il cross di Spinazzola è perfetto, per velocità con cui chi conduce il pallone passa dal piede della conduzione (il destro) al piede con cui effettua il traversone (sinistro), per morbidezza del tocco con cui viene eseguito, ed infine per la zona a cui è destinato (cioè l’altezza del dischetto del rigore).

Qui possono notarsi due cose.

La prima, ahimè, sono le poche persone con cui il Napoli riempie l’area in simili situazioni di gioco: ci sono, in grado di colpire il pallone, solo Hojlund e Politano, mentre Anguissa e Mc Tominay (i due corazzieri che specie nel primo anno di Conte avevano questo compito) sono ancora in ritardo. Peraltro, il centravanti del Napoli ha già scelto (secondo me un po’ troppo in anticipo) di andare ad aggredire la zona del primo palo.
Ma c’è Politano.
Preliminarmente, la sua lettura dell’azione e dello sviluppo di gioco è eccezionale.
Prima stringe corricchiando verso la porta così “schiacciando” il suo diretto difendente verso la stessa.
Poi, in una frazione di secondo, appena letta la traiettoria del pallone e conseguentemente la zona in cui questo cadrà (appunto: il dischetto del rigore), con un contro-movimento da far studiare all’università del calcio stoppa la sua corsa leggera verso la porta, fa piede perno sul destro e cambia direzione di corsa, accelerandola, proprio verso la parte dell’area dove attende che cada il pallone.

Contateli: sono sei passi, il primo, più importante, è quello con cui Politano si pianta quasi sul posto arrestando la corsa verso la porta e girandosi in direzione caduta del pallone, gli altri sono passettini (cinque) con cui l’esterno alto del Napoli ha la necessità di accorciare la distanza dal pallone che sta cadendo per arrivare a calciare con la postura e la torsione giusta, gesto tecnico difficilissimo da eseguire.

Matteo Politano

L’impatto con il pallone è magistrale.

Politano sa che non può scegliere di calciare a tutta gamba, cioè caricando al massimo i giri del calcio che darà al pallone, perché il rischio è di non inquadrare la porta; ecco, allora, che ancora una volta fa la scelta giusta, cioè da “giocatore di pallone”.

Politano sa che da quella distanza, e con quella tipologia di cross che sta andando a ricevere, basta dare al pallone un leggero schiaffo, cioè quella minima forza che serve: i. a direzionarlo nello specchio della porta; ii. con una velocità idonea a renderlo imprendibile (si è ad appena 11 metri dalla porta).

Per farlo, non calcia di collo girando il piede in questo senso, ma tiene quasi il piede rigido e con un impercettibile micro movimento della caviglia calcia il pallone di piatto, cioè con la superficie più estesa del piede (quella, cioè, con cui sai di prenderlo sempre e comunque).

Il pallone viene impattato così, e non a caso va in rete, a conclusione di un’azione da calcio vero, da calcio di interpreti individuali (ciascuno con i suoi compiti eseguiti al meglio) e pur tuttavia collettivo (perché ognuno dei due sa cosa succederà nel fare quello che stanno facendo anche per il compagno, ovvero grazie al compagno).

Come spesso sono i gol da “esterno” ad “esterno”, quelli per il cui compimento occorre non sbagliare nulla in ogni fase ed in tutti i tempi di gioco dell’azione che li genera.

Un gol strepitoso, insomma, forse il gol del mese.