Allegri, come Ancelotti, non ha fuoriclasse nel Napoli: deve tenere i calciatori sempre sulla corda
La sua esperienza a Napoli ricorda moltissimo quella di Carlo ma non per la panzana del gestore. Le difficoltà sono simili. Una rilettura non ideologica dell'esperienza di Re Carlo, potrà aiutare Max

Napoli 03/03/2019 - campionato di calcio serie A / Napoli-Juventus / foto Insidefoto/Image Sport nella foto: Carlo Ancelotti-Massimiliano Allegri
Da Ancelotti ad Allegri (e la saturazione del Napoli)
Sono passati otto anni da quando Carlo Ancelotti, uno dei più grandi allenatori della storia del calcio, “ha fallito a Napoli”. Quest’ultima frase è stata messa tra virgolette non per caso, nel senso che è un giudizio opinabile – proprio come il calcio, sport opinabile se ce n’è uno – rispetto all’esperienza in azzurro dell’attuale ct del Brasile. Esperienza su cui, ovviamente, torneremo più avanti in questa analisi. Ebbene: in questi otto anni, il Napoli ha vinto due volte lo scudetto, un’edizione della Coppa Italia e una della Supercoppa Italiana. E si è qualificato per cinque volte alla Champions League.
Si tratta di risultati enormi, eccezionali, che però non hanno modificato la reale dimensione del Napoli. O meglio: i titoli vinti tra il 2020 e il 2025 sono riusciti a cambiare solo la dimensione sportiva del club di De Laurentiis, non quella che è la sua forza economica e progettuale. La colpa non è di qualcosa o di qualcuno in particolare: il calcio contemporaneo, semplicemente, è fatto così. È estremamente stratificato. E se un club vuole raggiungere il vertice nazionale e internazionale, beh, occorrono anni e anni di investimenti giganteschi. Lo dimostrano i casi del Manchester City (ehm) e del PSG, lo dimostrano le difficoltà di tutti gli altri club del mondo, compresi e soprattutto quelli italiani, nel momento in cui sono andati al confronto – sul mercato, poi anche in campo – contro le big di Premier, il Real Madrid, il Barcellona, il Bayern Monaco ecc.

Insomma: Aurelio De Laurentiis e il suo staff hanno fatto il possibile e forse anche di più, forse anche il massimo, per tenere il Napoli nell’élite del calcio – o comunque ad alti livelli. Hanno persino vinto, come ai tempi di Maradona, ma non è bastato a cambiare in maniera permanente le ambizioni del club. Neanche l’aver preso alcuni tra gli allenatori più vincenti dell’era moderna – Ancelotti, Conte, adesso Allegri – ha avuto un impatto a lungo termine su certe dinamiche. E allora si può dire: il Napoli, in quanto Napoli e in quanto parte del sistema-calcio italiano, ha raggiunto il suo punto di saturazione. Economica e quindi sportiva.
Gli allenatori di alleggerimento
Questa condizione ha determinato, e va a determinare, quella che è la particolare situazione tecnico-progettuale del club azzurro. Il quale, un po’ come successo ai tempi dell’arrivo di Ancelotti – primo parallelismo con l’era-Allegri – dopo il triennio con Maurizio Sarri in panchina, ha deciso di mantenere inalterata (o giù di lì) una rosa composta da giocatori non più giovanissimi. E di affidarla a un tecnico che potesse alleggerire il carico di tensione generato dall’allenatore precedente. Ovviamente, nel caso di Allegri, stiamo parlando di Antonio Conte.
La ratio della mossa-Allegri, da parte di De Laurentiis, è esattamente questa: il presidente del Napoli, parco e restio – come suo solito, a differenza di quanto gli ha imputato la tifoseria in un passato neanche così remoto – a cedere i suoi giocatori più appetiti sul mercato, giocatori a loro volta molto provati dal biennio ad alta intensità fisica, tattica ed emotiva vissuto con Conte, voleva un allenatore che non facesse richieste troppo impegnative. Sia alla società, in sede di campagna trasferimenti, sia alla sua rosa. In questo senso, considerando anche il censo tecnico dei giocatori del Napoli (due scudetti non si vincono certo per caso), Massimiliano Allegri era l’unico nome davvero spendibile.

L’ex allenatore di Milan e Juventus pensa e agisce – e quindi fa giocare le sue squadre – in maniera reattiva, cioè lavora in base al contesto e al materiale che si ritrova tra le mani. Un po’ come ha sempre fatto – ed ecco il secondo parallelismo – Carlo Ancelotti, anche se con un’impostazione filosofica e uno stile più bilanciato: Allegri, infatti, è più attento al contenimento dei rischi rispetto all’ex tecnico del Real Madrid. Entrambi però, si può dire, predicano e fanno praticare un calcio più libero, meno schematico e schematizzato rispetto a quello di Antonio Conte. O magari a quello di un profilo come Vincenzo Italiano, altro candidato alla panchina azzurra prima dell’arrivo di Allegri.
La questione della leadership, la qualità dei calciatori
Un discorso similare può essere fatto se guardiamo ai modi in cui Ancelotti e Allegri esercitano la loro leadership, se ci concentriamo sulla loro gestione degli uomini prima ancora che dei calciatori: più paziente e meno militaresca rispetto a Conte, meno asfissiante – e qui c’entra sempre l’approccio tattico – rispetto a Spalletti o a Sarri (e rispetto allo stesso Conte).
Proprio in questo punto esatto, però, il Napoli inciampa in un bug di sistema. Oppure, per dirla meglio: proprio in questo punto esatto si viene a determinare il bug in cui il Napoli ha inciampato ai tempi di Ancelotti. E in cui pare stia inciampando adesso, all’inizio dell’era-Allegri. La saturazione economica e quindi sportiva di cui abbiamo parlato all’inizio, di fatto, impedisce al Napoli di avere più di un certo numero di giocatori di primissimo livello. Quelli che, per capirci, potrebbero concorrere in maniera legittima, già adesso, per un posto da titolare nel Real Madrid, nel PSG, nell’Arsenal, nel Bayern Monaco, ecc.
Per l’appunto: quale giocatore del Napoli 2026/27 ha queste credenziali? Scott McTominay, molto probabilmente. Rasmus Hojlund, almeno in potenza. Stop, basta. Fine delle trasmissioni. E non è che in questi ultimi otto anni – cioè da Ancelotti in poi – ce ne siano stati molti di più: se guardiamo ai segmenti di carriera vissuti al Napoli, soltanto Kalidou Koulibaly, Fabián Ruiz, Victor Osimhen, Khvicha Kvaratskhelia e Kim Min-jae hanno manifestato un valore e/o delle potenzialità da top player. Volendo esagerare, cioè tirandoli per i capelli, possiamo inserire in questo gruppo anche Stan Lobotka e Frank Anguissa. Ma l’elenco finisce qui, non ci sono margini ulteriori.
Allenare i fuoriclasse
Attenzione: con questo non vogliamo dire che il Napoli sia una squadra scarsa. Anzi, tutt’altro: se parametrati al contesto in cui sono immersi, cioè quello della Serie A, giocatori come Di Lorenzo,. Rrahmani, Spinazzola, Alisson Santos, David Neres e anche Vergara, quest’ultimo naturalmente in prospettiva, vanno a formare un gruppo molto competitivo. Allo stesso tempo, però, è errato – nonché ingeneroso – pensare che abbiano la stessa qualità e possano generare lo stesso impatto tecnico di McTominay. Oppure, salendo ancora di livello, di Yamal, di Bellingham, di Haaland.

Di conseguenza, e siamo arrivati al punto-chiave di questa analisi, il Napoli è una squadra che finisce per faticare quando viene affidata agli “allenatori da alleggerimento”. A tecnici che, come detto in precedenza, prediligono un approccio e una gestione meno rigida, meno martellante, più accondiscendente.
È un discorso tattico ma anche psicologico, emotivo – forse anche relativo alla preparazione fisica, chissà. Che si potrebbe sintetizzare in quella che a prima vista sembra una frase fatta, ma che in realtà è una considerazione completa e aderente alla realtà dei fatti: allenare i buoni/grandi giocatori è un lavoro, allenare i fuoriclasse è un altro lavoro.
Tutti gli allenatori sono “gestori”
E attenzione a non cadere nella trappola semantica del gestore, termine utilizzato (in modo improprio, tra l’altro) per denigrare l’approccio di tecnici come Ancelotti e Allegri: anche Guardiola e anche Conte sono dei gestori, devono necessariamente esserlo. La differenza in questo senso, che piaccia o meno, la fa la qualità degli interlocutori. Dei giocatori con cui interagiscono.
Per dirla in maniera semplice eppure brutale: è francamente assurdo pensare che a suo tempo, dopo aver “costruito” il fuoriclasse-Messi, Guardiola trattasse l’argentino allo stesso modo di Bojan Krkic o di Pedrito. Ed è altrettanto assurdo pensare che Conte, nel corso del suo biennio a Napoli, si sia relazionato con McTominay e con Vergara senza fare alcuna differenza.
La verità, insomma, non è esattamente quella che vogliamo vedere. O che ci vogliono far vedere gli stessi interessati. Nel senso: mentre Guardiola, Conte e i loro epigoni si mostrano e si pongono come degli intransigenti, ed è anche probabile che siano realmente più “duri”, in pubblico come in privato, nei confronti dei loro giocatori, tecnici come Ancelotti e Allegri danno l’impressione di avere un approccio – innanzitutto dialettico e comunicativo – diverso. Di alleggerimento, appunto, come detto in precedenza. Eppure, eppure, questo è praticamente certo, gestiscono il gruppo utilizzando metodi e toni differenti a seconda dei calciatori che hanno di fronte.

La falsa leggenda di Ancelotti-gestore
Come “promesso” in precedenza, torniamo sull’esperienza di Ancelotti al Napoli. Proprio quell’anno e mezzo lì – che, va detto in partenza, fu altalenante e quindi non esaltante – sconfessa la leggenda per cui l’attuale ct del Brasile debba o possa essere considerato un tecnico-gestore: fin dai primissimi giorni in azzurro, infatti, Ancelotti cercò di dare nuovi impulsi e una nuova fisionomia tattica alla sua squadra, riscrisse il 4-3-3 che aveva caratterizzato l’era-Sarri mettendo Hamsik al posto di Jorginho, poi passò al 4-4-2 e alla difesa a tre in fase di impostazione, spostò e rispostò Insigne, Mertens, Callejón (che in alcune occasioni venne schierato anche come terzino destro) e i loro compagni in nome del turn over e della sperimentazione continua.
Ovviamente, e lo abbiamo già anticipato, non tutte le scelte di Ancelotti furono indovinate. Ma di certo non si può parlare di quell’esperienza in termini di gestione. E il finale – ovvero l’esonero a dicembre 2019 dopo l’ammutinamento della squadra nei confronti della società – ad alta tossicità ha finito per cancellare le cose positive viste nella stagione 2018/19, quando il Napoli arrivò al secondo posto in classifica (chiudendo il torneo con 79 punti, tra l’altro) giocando praticamente in pantofole. E per di più centrò l’approdo ai quarti di finale di Europa League, dove fu sconfitto dall’Arsenal.
Un segnale per Allegri
Ecco, un segnale per Allegri arriva proprio da quel tempo che sembra così lontano. Ma che non è così lontano: come detto e dimostrato all’inizio, il Napoli è rimasto più o meno la stessa squadra che era nel 2018. Nel frattempo ha vinto due scudetti ed è cresciuto tantissimo come brand, ci mancherebbe altro, ma le ambizioni sportive restano legate a un’idea di competitività relativa, che parte dal piazzamento-Champions e può arrivare, com’è arrivata, fino alla lotta per lo scudetto.
E allora la verità è che il nuovo allenatore azzurro deve – e può, nel senso che è in grado di farlo – cercare di incidere sulla sua squadra in maniera significativa, in maniera profonda. È un discorso di input/stimoli tattici, di pura tensione calcistica. E non stiamo parlando necessariamente di gioco offensivo o difensivo, di possesso palla o di 4-3-3: questi sono aspetti importanti ma secondari, che ogni allenatore e ogni calciatore declina a modo suo.
Il punto, per dirla nel minor numero possibile di parole, è che i giocatori del Napoli non sono dei fuoriclasse. E quindi devono stare sulla corda. Sempre, comunque, non possono staccare mai la spina. Questa condizione può (ri)crearla anche Allegri, lavorando – come fece Ancelotti il primo anno, e il segnale per Max è proprio questo – su nuovi concetti, su nuove dinamiche di campo. Su nuovi assetti, nuovi meccanismi, magari – perché no? – anche su nuovi principi, su una riscrittura “completa” del software che fa girare il Napoli. Ecco: questa è l’unica strada possibile per rimettere in piedi una stagione iniziata in modo lento, maldestro e sfortunato. E capirlo, per ripartire davvero, sta proprio a loro: ad Allegri, e prima ancora ai suoi giocatori.