Albertini: “Non sapevo chi fosse Messi, ma dopo cinque allenamenti ho capito che era l’erede di Maradona”

Albertini Messi, il retroscena di Barcellona: non lo conosceva, poi "dopo cinque allenamenti pensai: ecco l'erede di Maradona".

Albertini: “Non sapevo chi fosse Messi, ma dopo cinque allenamenti ho capito che era l’erede di Maradona”

Db Milano 24/11/2023 - conferenza stampa Gran Gala’ del Calcio AIC / foto Daniele Buffa/ Image Sport nella foto: Demetrio Albertini

Albertini e Messi si sono incrociati nel 2005, a Barcellona. Lui era a fine carriera, l’argentino all’inizio. E l’ex centrocampista, che non sapeva chi fosse, lo ha capito in una settimana. Lo ha raccontato al Festival dello Sport di Trento, nel panel “Le lezioni del campo” in piazza del Duomo, che prende il titolo dal suo libro. Ecco l’intervento integrale.

Albertini e Messi: “Mi vergogno a dirlo”

Hai iniziato con il Milan di Sacchi e hai finito con il Barcellona di Messi, due squadre epocali.

“Messi l’ho visto esordire: è il primo che ho incontrato al mio arrivo a Barcellona. Mi vergogno a dirlo, ma Laporta disse a Messi: ‘Leo, lo conosci questo nuovo giocatore che abbiamo preso?’. E lui: ‘Certo’. Poi chiede a me: ‘E tu conosci Leo?’. E io: ‘No’. Dopo cinque allenamenti pensai: ‘Ecco l’erede di Maradona'”.

Cosa aveva di speciale il Barcellona?

“Tante volte le squadre che segnano la storia non sono solo quelle che vincono. Il senso di appartenenza è un valore che va difeso. Al Milan c’erano tanti milanesi o lombardi, al Barcellona tanti della Cantera. Anche al Bayern, all’Ajax c’era questo senso di appartenenza”.

Gli inizi a Padova e il talento

Nel libro parti da quando andasti al Padova.

“Avevo 19 anni, era la prima volta per me che guidavo una macchina e lo feci per fare Milano-Padova. Avevo sempre la paura di sbagliare strada. Alla presentazione pubblica c’erano i tifosi che contestavano il direttore sportivo e pensai: ‘Dove sono finito?’. Alla prima partita c’era la curva vuota con uno striscione: ‘Vergognatevi’. Le premesse non erano buone, ma dopo un quarto d’ora la curva entrò cantando il mio nome e allora pensai di aver portato una speranza. In questo passaggio nel libro parlo del fatto che i giovani non vanno ‘ammazzati’ subito, perché li si giudica troppo presto”.

Quando hai capito che fare il calciatore sarebbe stato il tuo lavoro e la tua vita?

“Se ogni volta uno alza l’asticella per superare i propri limiti, allora arrivi sempre a ottenere di più. Io ho voluto sempre fare il calciatore perché volevo vincere ed essere migliore dell’anno prima, non pensavo ai soldi. Questo mi ha insegnato il Milan”.

Cosa individui in un talento giovane?

“Chiunque, quando vede una partita di bambini, vede quello più bravo: individuare è la cosa più semplice. La parte difficile è coltivare, accompagnare, creare il contesto affinché il talento si sviluppi. Sei creatore di emozioni e quando scendi in campo hai responsabilità in ogni partita che giochi”.

Hai giocato con grandi talenti: se dovessi indicarne uno?

“Parlo sempre di Marco (Van Basten, ndr). In poco tempo ha dimostrato tutto, ancora oggi sarebbe moderno. È stato il primo attaccante moderno. Chi ha talento ha accesso alla frazione di momento in cui fa una giocata. Come quando Ronaldinho in un attimo si liberava di 2-3 avversari. Poi un talento risolve il problema nel minor tempo possibile. Un bravo manager deve essere bravo a intuire quello che può essere il futuro di un ragazzo”.

Nel libro accosti Van Basten e Gattuso, perché?

“Quando andiamo in campo la prima richiesta che ci viene fatta è quella di creare emozioni. Un colpo di tacco di Van Basten e una scivolata di Gattuso generano emozioni, per questo li ho accostati”.

Sacchi, Ancelotti e Tabarez

In cosa è stato rivoluzionario Sacchi?

“È stato rivoluzionario nel convincerci a fare una cosa che vedeva lui. Il Milan in cui arrivò Berlusconi viaggiava a metà classifica, lui disse: ‘Diventeremo la squadra più forte del mondo’. Sacchi è stato quello che ha saputo far rendere in quel modo così tanti campioni messi insieme. Mi ha insegnato che si impara e si ‘ruba’ anche guardando. In quel Milan c’erano Ancelotti e Rijkaard, che mi hanno segnato sia da compagni che da allenatori”.

Da Ancelotti calciatore cosa hai imparato?

“Il carisma, i comportamenti. Fare il regista vuol dire conoscere i tuoi compagni, gli avversari, valorizzare i compagni. Tutto questo ho imparato da lui, ma soprattutto il carisma. Lì c’erano Ancelotti, Baresi, Tassotti e Filippo Galli”.

Nel libro citi Tabarez.

“In una squadra non tutti siamo uguali e bisogna accettarlo. Tabarez mi ha dato tanti insegnamenti. Mi diceva che la squadra è formata da positivi, negativi e incerti. Le sorti della stagione dipendono soprattutto dagli incerti. Se gli incerti saranno più convinti dai negativi, dai brontoloni, allora la stagione diventerà più faticosa”.

L’addio al Milan: “Mi ha fatto male”

Il tuo sogno era giocare nel Milan.

“Il mio sogno era quello di finire nelle figurine Panini, prima che di giocare nel Milan. Poi anche vincere la Champions, altro sogno realizzato. Poi dissi che il sogno era anche di finire la carriera al Milan, ma tutte le esperienze che ho avuto mi hanno arricchito. In Spagna, per esempio, sia all’Atletico che al Barcellona sono cresciuto. Non ho realizzato il sogno di finire la carriera al Milan, ma ho realizzato quello che sono oggi grazie a tutte le esperienze”.

Ma l’addio al Milan ti ha fatto male?

“Sì, mi ha fatto male. Mandare via o mettere nelle condizioni uno della vecchia guardia non è mai facile e quindi lo capisco. Ma se ci ripenso dico sempre: la sofferenza passa, l’aver sofferto mai. Poi c’erano Ancelotti e Galliani, con cui ci sentiamo sempre e andiamo in vacanza assieme: non è che l’ultimo atto cancelli tutto ciò che è successo prima”.

Il ’99 è stato l’anno più difficile perché non giocavi? Zoff però ti convoca per l’Europeo.

“Non giocai titolare per 5 settimane, non ero abituato e ragionai su cosa stessi sbagliando. Però pensai: non posso cambiare l’allenatore, posso cambiare me stesso. Persi anche la Nazionale, era giusto non convocarmi, in quel momento non stavo giocando. È stata l’unica non convocazione per scelta tecnica. Mancavano pochi mesi all’Europeo del 2000, ma riconquistai il posto. Euro 2000 per me è stata la delusione più grossa in carriera, ma venni convocato e sfiorammo la vittoria. In compenso ho vinto una finale di Champions clamorosa”.

Il rigore di Usa ’94 e la finale di Atene

Il rigore a Usa ’94?

“Quando Sacchi mi disse di calciare il rigore gli dissi di sì, ma era il primo calcio di rigore da professionista. Alla fine, quando sei lì, anche se è l’ultimo momento in cui tutto il mondo ti guarda, rimani tu contro il portiere. Gli occhi sono puntati solo su di te. Racconto il rigore. Minotti mi abbraccia e mi dice: ‘Guarda che Taffarel si butta bene a destra, stai tranquillo che li batti bene’. Tocca a me e faccio questi 30 metri pensando a dove tirarlo. Appoggio la palla, sollevo la testa e penso: ‘La porta mi sembrava più grande ieri e Taffarel me lo ricordavo più piccolo’. Poi ripensai alle parole di Minotti e arriva un altro dubbio: ‘Intendeva la mia destra o quella del portiere?’. Poi tiri, fai gol e finisce tutto. Come si allena un rigore in una finale del Mondiale? Devi allenare solo la consapevolezza di essere stato un buon professionista, di esserti allenato sempre bene nella vita quotidiana”.

La finale di Atene con il Milan.

“È stata definita la partita del primo secolo del Milan. Una partita emozionante. Quando riesci ad andare oltre il pronostico è la cosa più bella che ci possa essere nello sport. Il calcio è lo sport dove il pronostico davvero può essere sempre ribaltato”.

Sul Barcellona di oggi, intanto, Laporta continua a far parlare: di recente ha ammesso di aver provato a portare Lautaro in blaugrana e si è lanciato in promesse di triplete. Dal Barcellona arriva anche l’ultimo talento accostato ai più grandi, Yamal, che si paragona a Pelé. E del Milan di Berlusconi raccontato dai suoi protagonisti aveva parlato anche Paolo Maldini: “A Milanello ci insegnavano l’inglese e la storia dello sport”.