Marco Perego: “Giocavo a calco a casa Moratti. Raccontavo ai fratelli Angelo e Gabriele i miei sogni”

Al Corsera: "Ho provato a fare il calciatore, ma non il mio: io mi sentivo artista, non mezza punta. All'epoca non lo sapevo, ma lo sport mi ha dato la disciplina e insegnato il gioco di squadra".

Marco Perego: “Giocavo a calco a casa Moratti. Raccontavo ai fratelli Angelo e Gabriele i miei sogni”

Marco Perego and Zoe Saldana attend the closing ceremony of the 79th annual Cannes Film Festival at Palais des Festivals in Cannes, France, on May 23, 2026. (Photo by Luca Carlino/NurPhoto) (Photo by Luca Carlino / NurPhoto / NurPhoto via AFP)

Marco Perego, oggi marito del premio Oscar Zoe Saldaña, al pallone deve più di quanto sembri. Classe 1979, cresciuto tra la provincia di Monza e Brianza e Salò, ha provato la strada che sognano tanti ragazzi italiani, salvo scoprire in fretta che la sua era un’altra. Come racconta al Corriere della Sera, il campo non era la sua vocazione, ma gli ha lasciato in dote qualcosa che si porta dietro ancora oggi.

“Mi sentivo artista, non mezza punta”

Il rapporto con il calcio, Perego lo liquida con una battuta che è anche una dichiarazione d’identità:

“Ho provato a fare il calciatore, il sogno di molti ragazzi italiani. Ma non il mio: io mi sentivo artista, non mezza punta.”

Non un rifiuto del pallone, però, quanto il bisogno di un’altra libertà. Alla domanda se l’ipercontrollo del calcio gli stesse stretto, la risposta è netta:

“Ho amato molto il pallone, ma io volevo vivere libero, in modo forse bohémien però creativo. All’epoca non lo sapevo, ma lo sport mi ha dato la disciplina e insegnato il gioco di squadra. Da regista e produttore, cerco di circondarmi di persone migliori di me.”

È una lezione che vale anche fuori dal campo, e che — verrebbe da dire — il nostro calcio conosce bene: la differenza tra un gruppo di bravi solisti e una vera squadra è spesso una questione di mentalità e cultura, come si ragiona spesso anche quando si parla della differenza culturale tra l’Italia e altri movimenti. Lo stesso Perego lo dice a chiare lettere: “In Italia siamo i più bravi presi individualmente, però non riusciamo a essere squadra: non siamo un collettivo. La capacità di fare gruppo dice molto della cultura di un Paese”.

Marco Perego e i Moratti: tutto nato da una partitella a Imbersago

È qui che il calcio diventa decisivo. Perché se Perego oggi frequenta un certo mondo, lo deve proprio ai suoi piedi buoni da ragazzo. Il legame con la famiglia Moratti — la dinastia dell’Inter — nasce così:

“Quando ero bravo a giocare a calcio mi invitavano a fare delle partitelle a Imbersago. Ci andavo con l’auto verde di mio padre, che aveva una portiera che non si apriva. Raccontavo ai fratelli Moratti dei miei sogni: Angelo e Gabriele, di cui sono molto amico, stavano ad ascoltarmi. Poi Gilda, che è come se fosse la mia sorellina, ha comprato la mia prima opera: mille dollari. È cominciato tutto così.”

Una traiettoria curiosa: dal pallone in oratorio — o quasi — agli eredi della grande Inter, quella costruita mezzo secolo fa da Angelo Moratti senior. Un cognome che per i tifosi è storia pura, come ci ha ricordato di recente l’addio a Sandro Mazzola, alfiere di quell’Inter, e che ancora oggi pesa nel calcio italiano, dove i nerazzurri restano al vertice da anni.

Il rapporto con i Moratti, però, non è solo un ricordo d’infanzia: è diventato lavoro. “Nel tentativo di costruire ponti tra culture, come imprenditore collaboro con Angelo Moratti”, spiega Perego. “Non è utopia né follia. È davvero ciò in cui credo: la cultura è la mia missione.”

Dal “calciatore mancato” all’arte come ponte

Il paradosso, alla fine, è tutto in una frase. Quando l’intervistatore gli ricorda che da ragazzo “lo chiamavano calciatore”, Perego chiude il cerchio:

“Non saprei fare altro, lo giuro. Al di là della mia famiglia, arte e cultura sono le uniche cose che mi interessano. Io sono un emigrato italiano negli Usa, mia moglie è latina, abbiamo tre figli di colore. Solo l’arte è in grado di costruire ponti tra le culture.”

Da quel campetto di Imbersago, Perego è arrivato lontano: oggi vive a Los Angeles, ha portato quattro film da produttore a Cannes e ha diretto la moglie in un film prodotto da Martin Scorsese. Lei, del resto, il grande pubblico l’ha conosciuta anche grazie a saghe planetarie come Avatar. Ma il seme di tutto, a sentirlo raccontare, resta quello: un ragazzo di Brianza che giocava bene a pallone e sognava a voce alta davanti ai Moratti. Il calcio, per una volta, non come traguardo, ma come inizio di un’altra storia.