Manchester City, il caso che mette sotto pressione i rapporti tra Regno Unito ed Emirati
La vicenda del club di Abu Dhabi esce dal campo e diventa un dossier diplomatico. Come ricostruisce il Financial Times, Londra e Abu Dhabi vogliono evitare che lo scontro sportivo si trasformi in una crisi tra i due Paesi, proprio mentre i rapporti stavano tornando a migliorare.

Manchester 25/11/2025 - Champions League / Manchester City-Bayer Leverkusen / foto Imago/Image Sport nella foto: Erling Haaland ONLY ITALY
Il caso Manchester City rischia di diventare un banco di prova per le relazioni tra Regno Unito ed Emirati Arabi Uniti. Il club è stato ritenuto responsabile di 114 delle 115 violazioni contestate dalla Premier League al termine di un’indagine durata quattro anni sulle regole finanziarie. La decisione dovrà ancora superare il passaggio del ricorso, ma gli scenari possibili sono pesantissimi: multe, penalizzazione in classifica e, nei casi estremi, esclusione dalla Premier o richieste di risarcimento da parte degli altri club.
Perché il caso Manchester City è anche politico
La partita, però, va oltre il pallone. Il Manchester City è controllato dal 2008 dallo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan, membro della famiglia reale di Abu Dhabi e vicepremier degli Emirati; il presidente Khaldoon Al Mubarak guida anche Mubadala, uno dei principali fondi sovrani del Paese. Ecco perché, secondo il Financial Times, a Londra e Abu Dhabi l’obiettivo è ora evitare che il contenzioso sportivo si trasformi in una crisi diplomatica.
Il dossier arriva infatti in un momento di riavvicinamento, dopo anni di attriti: dalla mancata acquisizione del Daily Telegraph da parte di un gruppo sostenuto dagli Emirati alle divergenze sul Sudan e sul ruolo dei Fratelli Musulmani. A pesare, in positivo, anche la cooperazione militare: durante le recenti tensioni in Medio Oriente, i caccia britannici avrebbero affiancato le forze emiratine nella difesa dello spazio aereo. La vicenda si inserisce nel filone che seguiamo da tempo: il City riconosciuto colpevole di 114 accuse, dopo che per cinque stagioni la Premier aveva atteso una sentenza.
Investitori benvenuti, ma le regole le fa la Premier
Dopo la decisione, il governo britannico ha provato a tenere separate le due dimensioni. La ministra della Cultura Lisa Nandy ha ribadito che la Premier League stabilisce autonomamente le proprie regole e che la questione va risolta dentro le istituzioni del calcio inglese: gli investitori stranieri sono benvenuti, ma non possono determinare le regole della competizione. Linea condivisa anche ad Abu Dhabi, dove si preferirebbe trattare il caso come questione legale e sportiva, temendo più che altro che il dibattito pubblico britannico lo usi per mettere in discussione, in generale, il ruolo degli Emirati nel Paese.
Gli interessi in gioco sono enormi: gli scambi commerciali tra Regno Unito ed Emirati valgono circa 25 miliardi di sterline l’anno, e la partnership tra i due Stati ha generato impegni di investimento per circa 30 miliardi, con Mubadala presente in infrastrutture, energia, telecomunicazioni e life sciences. L’acquisizione del City nel 2008 è stata per anni uno dei simboli di questo legame — e la stessa che alimenta il dibattito su cosa significhi, per il calcio, essere di proprietà di uno Stato. Non sorprende, allora, l’ondata di reazioni nel calcio inglese: per ora, però, sia Londra sia Abu Dhabi sembrano intenzionate a contenere le ricadute politiche.