Hojlund spiega ai bambini come ci si comporta: “È l’allenatore che decide chi gioca, non puoi toccarlo sulla spalla. Serve rispetto”

Rispondendo alle domande di otto piccoli tifosi per i canali della Federazione danese, l'attaccante del Napoli racconta il rapporto con chi lo schiera: decide lui chi va in campo, e con lui ci vuole rispetto. E ammette di stare lavorando sul carattere: in campo sta cercando di calmarsi.

Hojlund spiega ai bambini come ci si comporta: “È l’allenatore che decide chi gioca, non puoi toccarlo sulla spalla. Serve rispetto”

Db Dimaro (Trento) 26/07/2026 - amichevole / Napoli-Carrarese / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Rasmus Hojlund

Il rapporto tra Hojlund e l’allenatore raccontato a un pubblico particolare: otto bambini, con domande semplici e dirette, per un’intervista pubblicata dai canali ufficiali della Federazione danese (DBU). Ed è proprio da una di quelle domande — cosa si prova a stare in panchina mentre la squadra perde — che l’attaccante del Napoli tira fuori la risposta più adulta, quasi una lezione di spogliatoio.

Hojlund e l’allenatore: “Decide lui chi gioca, e non puoi toccarlo sulla spalla”

Com’è quando sei in panchina e la tua squadra sta perdendo, e non puoi fare niente?

“È una sensazione fastidiosa, non credo ci siano calciatori che vogliano sedersi in panchina. Ma in campo ci vanno solo undici giocatori, e non è una decisione personale: c’è un allenatore che decide se giochi o no. Se sei in panchina non puoi semplicemente andare a toccargli la spalla e dirgli ‘perché non sono in campo?’. Devi sperare di avere una forte influenza su di lui e che ti guardi con fiducia. Puoi essere bravissimo in allenamento e mostrare il meglio di te: tra i calciatori e l’allenatore deve esserci rispetto, perché è lui che decide, è lui che ha un ruolo cruciale. E se ti senti trattato ingiustamente, va bene andare a chiedergli una spiegazione.”

Parole che, dette a Napoli, suonano come una fotografia dei primi mesi di Allegri: un tecnico che ruota gli uomini e chiede pazienza, come ha ripetuto più volte quando ha invitato tutti alla calma nei giudizi. Del resto, con un organico da gestire tra cambi e alternanze, la sedia in panchina tocca a tutti, prima o poi.

Il temperamento: “Sto cercando di calmarmi in campo”

Cosa fai quando ti arrabbi in campo?

“Sto cercando di calmarmi un po’, perché ho un grande temperamento quando gioco. A volte può trasformarsi in qualcosa di positivo, perché magari mi dà punti extra dal punto di vista fisico. Altrimenti faccio un respiro profondo e trovo la pace.”

Sei mai nervoso prima di una partita?

“Forse sì, e penso sia normale: si gioca davanti a tantissimi tifosi. Succede perché giochiamo molto, ma il corpo si abitua a questa sensazione. Di solito sono nervoso, ma è una bella cosa, perché ti rende davvero pronto a scendere in campo.”

Gli stadi, l’idolo, e quel “Napoli!” senza esitazioni

Qual è lo stadio più bello in cui hai giocato?

“Ne ho visti molti fantastici, non saprei. Probabilmente Old Trafford o lo stadio Maradona, dove gioco adesso. Anche San Siro è bellissimo, così come lo stadio del Bayern Monaco.”

In quale club preferisci giocare?

Napoli!

Chi è il tuo più grande idolo?

Cristiano Ronaldo! Mi piace la sua mentalità, è fantastico.”

Un amore dichiarato per il portoghese che torna anche quando gli chiedono il più forte affrontato (“Direi Cristiano Ronaldo. Contro di me non ha dominato, ma quello che ci ha davvero messo in difficoltà è stato Palmer, che ci segnò tre gol ai tempi del Manchester United”) e la maglia più bella ricevuta (“Ne ho una di Ronaldo, presa tramite un compagno. Poi Toni Kroos e Luka Modric”). L’azzurro, intanto, è il presente: dopo la prima vittoria al Maradona, il Napoli prova a lasciarsi alle spalle un avvio complicato anche tra gli infortuni.

Danimarca e Italia: la lingua e il caldo

Che differenze ci sono tra l’allenamento con il Napoli e quello con la Danimarca?

“C’è una grande differenza, con vantaggi e svantaggi da entrambe le parti. A Napoli c’è la barriera linguistica: quando ci alleniamo parliamo in italiano. E poi in Italia fa molto caldo, una cosa che qui non c’è. Cambiano anche l’aspetto tattico e tutto il resto tra i vari allenatori. Ma direi che sono queste le differenze più significative.”

Cosa saresti stato se non fossi diventato un calciatore?

“Probabilmente un muratore, come mio padre.”