Courier: “Ero un tennista pugile, e con i giornalisti facevo lo str… perché loro erano così con me”
L'Intervista del Telegraph all'ex numero 1 del mondo. Agassi lo definiva "un teppista del tennis", per i giornalisti era "affabile come un serpente a sonagli"

Jim Courier è stato il primo tennista a indossare un berretto da baseball. E’ stato un numero uno al mondo “brutto” (per due lunghi anni, prima che arrivasse Sampras a rompere il meccanismo). Per dirla con il Telegraph, che l’ha intervistato, “il suo gioco era rude, basato su un feroce gancio destro di dritto. Per la maggior parte dei suoi 13 anni nel circuito professionistico, Courier è stato affabile quanto un serpente a sonagli“. Ancora meglio: “un teppista del tennis. Soprattutto se si leggevano gli articoli di influenti editorialisti americani come Curry Kirkpatrick di Sports Illustrated, che, in occasione della sua prima vittoria in un torneo del Grande Slam al Roland Garros del 1991, scrisse che Courier era “110 giorni più giovane di Agassi, e… quasi altrettanto volgare, impertinente e dislessico nell’abbigliamento”. Oggi che negli Stati Uniti a scrivere di tennis è rimasto forse solo Matthew Futterman del New York Times, quanto ci manca un mondo in cui si potevano scrivere certe cose senza essere bannati dagli uffici stampa.
Dormiva con Agassi, suonava la batteria in stanza
L’intervista del Telegraph a Courier è infatti bella perché parta del suo lato un po’ infame, ma anche di come sono cambiate le dinamiche con i media.
Courier era cresciuto nella Bollettieri Academy in Florida, aveva come compagno di stanza Andre Agassi, il quale una volta lo descrisse come “Il Signore delle Mosche del dritto”. In Open parlava così della sua coabitazione con Courier: “La sensazione di trovarsi nella giungla, la costante minaccia di violenza e imboscate, è rafforzata, poco prima di spegnere le luci, dal suono di tamburi in lontananza. Chiedo a uno dei ragazzi: Che diavolo è? Oh, è solo Courier. Gli piace suonare la batteria che gli hanno mandato i suoi genitori”.
E dopo che ci perse al terzo turno del Roland Garros 1989: “Si assicura che tutti lo vedano allacciarsi le scarpe da corsa e andare a fare jogging. Messaggio: battere Andre non è sufficiente per l’allenamento cardio”.

Era la stampa, bellezza
Courier oggi lavora in tv, fa le interviste a fine match negli Slam, è un professionista dei media. Del suo passato agonistico dice: “Da tennista ero molto pugile. Avevo la corazza alzata, e penso che in parte ciò derivasse da alcuni momenti difficili all’inizio della mia carriera, quando pensavo di star facendo le cose per bene, e poi leggevo articoli su di me” – cita quello di Curry Kirkpatrick come esempio – “che mi hanno colpito e mi hanno reso molto sulla difensiva e molto determinato a seguire la mia strada. Ho smesso di guardare i telegiornali, ho smesso di leggere i giornali quando ero a un torneo, perché non volevo che il rumore esterno si insinuasse nella mia psiche. Ho semplicemente cercato di isolarmi da gran parte del mondo perché ero sensibile, come qualsiasi bambino”.
Ancora su quel mondo antico che era la stampa una volta: “Una volta, prima del Miami Open, avevo accettato di rilasciare un’intervista a un grande giornalista con cui poi mi sono riappacificato: Doug Smith, che scriveva per USA Today . La mattina stessa, Doug chiamò il mio agente per rimandare l’intervista, perché doveva andare a vedere Jennifer Capriati a Saddlebrook. Io non volevo cambiare programma, perché stavo cercando di difendere il mio titolo. Così abbiamo discusso a lungo, finché il direttore di USA Today non ha detto: ‘Se Jim non è d’accordo, dovremo pubblicare un articolo negativo su di lui’, e così hanno fatto, crocifiggendomi. E io ho pensato: ‘Sapete cosa? Andate a quel paese, tutti quanti’. È stato allora che ho iniziato a capire il lato commerciale dei media, e ho pensato: ‘Beh, se voi non avete intenzione di giocare lealmente, allora… È una risposta lunga da dire, tipo, ecco perché mi sono comportato da stronzo con i media. Ma avevo le mie ragioni. Non conoscevano la mia storia e non volevo che la conoscessero.”