Allegri ha capito che a Napoli aziendalista è sinonimo di parafulmine
Ci ricorda molto Ancelotti nell'atteggiamento. Ma Napoli non è Madrid né la Juve di Agnelli. Ha una squadra comunque forte che può far diventare rapidamente allegriana. Manca ancora la connessione, a questo sta lavorando

Massimiliano Allegri, coach of Napoli, and Aurelio De Laurentiis, owner of Napoli, attend a press conference for the new SSC Napoli head coach at Teatro di San Carlo on July 14, 2026 in Naples, Italy. (Photo by Ciro De Luca/NurPhoto) (Photo by Ciro De Luca / NurPhoto via AFP)
Tutte si sono rinforzate tranne il Napoli
Della campagna di odio nei confronti di Massimiliano Allegri abbiamo scritto. Ora, però, parliamo delle cose di dentro. Di ciò che il tecnico livornese può modificare e migliorare con il lavoro e con la vita di gruppo di tutti i giorni.
Allegri ha accettato una condizione complessa. È semplicistico dire: è lo stesso Napoli dello scorso anno. È lo stesso Napoli dello scorso anno (più o meno) con un anno di più. E con le altre squadre che hanno speso tanto sul mercato. Ha speso l’Inter. Ha speso la Roma. Ha speso il Milan. Ha speso il Como. Ha speso la Juventus. Soltanto il Napoli non ha speso. E quindi non si è rinforzato. È un passaggio che solo chi è in malafede può evitare di sottolineare.
Allegri ha accettato. Ma ha accettato da gran signore. Non ha detto mezza parola sul mercato. Non ha nemmeno storto impercettibilmente il naso. Allegri è veramente un aziendalista. È un professionista che sa assumersi le proprie responsabilità. Che sa incassare come quasi nessuno nel calcio. Nessuno gli renderà mai merito di questo. Tutti gli allenatori si lamentano, persino Chivu ha mostrato insofferenza per il mercato. Di Gasperini neanche parliamo.
Allegri gioca col centrocampo contato e sta zitto. Non gli è arrivata la punta e sta zitto. Allo stesso tempo, schiera e rischia tutti. Perché sa che solo facendo giocare Lucca (un nome non a caso), si può ottenere di più da Lucca.
Il precedente di Ancelotti
Allegri ci ricorda molto Carlo Ancelotti nell’atteggiamento. Non a caso anche Ancelotti incontrò difficoltà a Napoli. Anche il leader calmo a un certo punto venne dipinto a Napoli e non solo come il bollito, il pensionato. L’Everton sembrò il suo crepuscolo. Ancelotti era ed è aziendalista. E il secondo anno rimase stritolato nell’aziendalismo in salsa partenopea. Fu la vittima sacrificale della mancata rivoluzione nello spogliatoio del Napoli. Rivoluzione che poi De Laurentiis attuò con due anni di ritardo e non a caso vinse lo scudetto con Spalletti.
Vogliamo però ricordare che una cosa è essere aziendalisti nel Milan di Berlusconi, nella Juventus di Andrea Agnelli o nel Madrid di Florentino Perez. Lì l’ambizione è genetica. Quei tre presidenti non avevano bisogno di Allegri e/o Ancelotti per sfoderare la loro ambizione. E un’altra è esserlo a Napoli. Non è un caso che abbia funzionato Antonio Conte. Così come non è un caso che Conte (grandissimo allenatore, noi qui si è sia contiani sia allegriani) abbia lasciato otto milioni netti sul tavolo. Sapeva benissimo che la squadra era logora e che non ci sarebbe stato mercato. E ha preferito sfilarsi. A Napoli l’aziendalista diventa rapidamente parafulmine. E deve cavarsela da solo. Questa è la verità. E Allegri la sta capendo. Anzi l’ha già capita. Questo per ribadire che l’impresa di Max non è assolutamente facile come viene dipinta.
Per Allegri non c’è vergogna nello stare bassi o nel buttare la palla avanti.
Poi, però, qualcosa manca. Manca ancora la connessione tra lui e la squadra. Che deve metabolizzare il calcio del livornese. Altrimenti il Napoli non avrebbe mai perso contro l’Inter. E a nostro avviso il Napoli non avrebbe subito quel gol dall’Arsenal. Siamo certi che la connessione scatterà. Si è vista tanta distanza concettuale nella partita col Como. Per Allegri non c’è vergogna nello stare bassi o nel buttare la palla avanti. Sono momenti della partita. C’è molto più da vergognarsi nello sbagliare le scelte offensive al momento opportuno. Su questo bisogna migliorare. E rapidamente. Anche se è vero che ha perso tre partite. Ma le ha perse contro squadre fortissime: Como, Inter e Arsenal. E almeno le prime due le ha perse per errori difensivi piuttosto evidenti.
Un altro aspetto, l’ultimo, che vorremmo evidenziare è il seguente: Allegri se la giochi con le sue idee. È partito col 4-3-3 ma non deve per forza morire col 4-3-3. Il Napoli è una squadra forte, anche se ha perso McTominay e non ha fatto mercato. Ma questo Napoli ha bisogno della sua impronta. Più in fretta diventa allegriano, prima uscirà dal momento no. La strada del compromesso non sempre è la migliore.