“Pianura merita spazio”: a Piedigrotta “Il Paese delle Noci” diventa rito collettivo
Il romanzo di Armando De Martino, edito da Guida, è stato presentato il 23 giugno nella Basilica di Piedigrotta con la regia di Giulia Supino. Uno spettacolo totale che chiede una cosa sola: riportare quella bellezza nella periferia che l'ha ispirata.

Nella suggestiva cornice della Basilica di Piedigrotta, il 23 giugno è stato presentato il romanzo “Il Paese delle Noci” di Armando De Martino, edito da Guida. Il libro ha smesso i panni ingessati della narrativa per farsi spettacolo totale e rito collettivo. Al centro di tutto vibra un’urgenza che è insieme poetica e riscatto: portare Pianura — periferia troppo spesso dimenticata, amministrata con dolente superficialità e raccontata solo attraverso le lenti deformanti della cronaca — nel cuore pulsante e storico di Napoli.
“Il Paese delle Noci”: Pianura chiede spazio
Le parole dell’autore risuonano come un manifesto programmatico che scuote le coscienze: “A Pianura non abbiamo spazi e appunto per questo crediamo che Pianura meriti spazio”. Non è un lamento, ma la legittima pretesa di dignità di un territorio che rifiuta l’invisibilità e che dimostra come la periferia sia in verità un serbatoio inesauribile di narrazioni e identità. Proprio per questo un simile riscatto culturale, una tale potenza espressiva e una messinscena di questo livello non dovrebbero restare confinati nei templi storici del centro, ma andrebbero portati e realizzati lì, direttamente a Pianura, dove c’è sete di bellezza e bisogno viscerale di presìdi artistici.
La regia di Giulia Supino: il barocco come palcoscenico
Se le parole di De Martino hanno fornito l’anima a questa rivendicazione, la regia di Giulia Supino ha dato alla storia un corpo dirompente, traducendo la pagina scritta in una messinscena vibrante, capace di dialogare con lo spazio sacro senza timore reverenziale ma con un rispetto profondo e innovativo. Supino ha firmato un’idea rivoluzionaria di palcoscenico — così come aveva già fatto magistralmente con “Cu’ Caravaggio” — in cui i corpi dei performer, i colori dei costumi che tagliano l’architettura barocca e il ritmo ancestrale della rappresentazione hanno trasformato l’altare e la navata in un luogo di fusione perfetta tra il dramma della realtà e la catarsi dell’arte. Nessun cliché folkloristico, ma una performance viscerale che dimostra come la cultura debba finalmente rompere gli argini e unire l’intera città in un unico, potente coro. “Noi non vogliamo etichette, vogliamo solo portare avanti un’idea condivisa di cultura che si basa sul principio di studio e ricerca”, ha spiegato la regista.
Ora riportiamolo a Pianura
“Il Paese delle Noci”, dunque, è riuscito a essere tradotto in altre forme e ha saputo scavalcare i muri più rigidi. Proprio per questo sentiamo il bisogno di ribadire ancora una volta quanto sarebbe bello, oltre che straordinariamente simbolico, vederlo presto riproposto a Pianura: restituire questa potente scintilla creativa alla terra che l’ha ispirata. Perché la bellezza, quando nasce dalla periferia, alla periferia deve tornare. (Guida Editori pubblica il romanzo.)