A caccia del nuovo Pelé con un’app: in Brasile l’intelligenza artificiale sfida gli scout

Cuju, Footbao e altre piattaforme valutano milioni di ragazzi con un video da smartphone, e club come il Santos le usano già. Ma i veterani avvertono: l'occhio umano vede ciò che le metriche ignorano. Lo racconta il New York Times.

A caccia del nuovo Pelé con un’app: in Brasile l’intelligenza artificiale sfida gli scout

Citta' del Messico (Messico) 21/06/1970 - finale Mondiali di calcio Messico 1970 / Brasile-Italia / foto Imago/Image Sport nella foto: Pele' Image ID: 349086

L’intelligenza artificiale è arrivata a caccia di talenti, anche nel calcio. E lo fa nel posto che più di ogni altro al mondo ne produce: il Brasile. Su un campo dall’erba irregolare di Aguaí, racconta il New York Times, decine di ragazzini scattano tra i coni mentre velocità, controllo e tecnica vengono valutati non da un osservatore navigato, ma da un’app per smartphone. “Stiamo parlando di milioni di ragazzi e ragazze che nessuno ha mai visto”, spiega Roger Wittmann, l’agente tedesco che ha creato Cuju, una delle piattaforme in più rapida crescita: già circa 160 mila download a metà 2026.

Intelligenza artificiale e calcio: come funzionano le app di scouting

Il meccanismo è semplice: l’atleta carica video o registra esercizi nell’app, l’algoritmo soppesa decine di abilità e restituisce un punteggio, inserendolo in un database dove agenti e club possono pescarlo. Al provino di Aguaí — cittadina di 30 mila abitanti — i 14-19enni erano stati selezionati proprio in base ai loro punteggi. È la stessa rivoluzione che l’IA sta portando nello scouting di mezzo mondo, già rodata in Europa, dove la valutazione del talento è da tempo fatta di metriche e statistiche, come hanno intuito club come Brighton e Liverpool.

Non a caso anche il Santos, la casa di Pelé e Neymar, ha stretto una partnership con l’app Footbao: lo stesso club che aveva già usato l’IA per riportare a casa Neymar. “Non possiamo essere ovunque allo stesso tempo”, dice il responsabile reclutamento Carlos Antônio Anunciação: “con la tecnologia possiamo arrivare molto più lontano”.

Gli scout brasiliani: “Un dono che ti dà Dio”

Eppure, almeno per ora, una parte della caccia resta in mani umane. In Brasile scoprire i talenti è da sempre compito degli scout — gli “olheiros”, letteralmente “quelli che guardano” — figure quasi mitiche che passano decenni a battere partite amatoriali e tornei di quartiere, dall’Amazzonia all’arido nordest. E molti di loro non si fidano dell’algoritmo. “È un dono che ti dà Dio”, dice João Maradona, osservatore che ha scovato diversi futuri nazionali: “Nessuno può insegnarti a vedere, in appena 15 o 20 minuti, quel talento grezzo che è davvero speciale“. Persino chi usa la tecnologia lo ammette: il coordinatore del Santos, il giorno dopo aver lodato le app, era pronto a guidare per oltre 950 chilometri per vedere dal vivo un ragazzo segnalato via WhatsApp. “Non resisto alla tentazione di guardarlo live”.

I rischi: metriche, disuguaglianze e un calcio d’élite

Gli esperti concordano che l’IA può fissare criteri precisi e standardizzati, ma avvertono sui punti ciechi. Le metriche tendono a premiare i più alti e i più forti, trascurando il talento meno convenzionale; le app restano meno accessibili ai ragazzi poveri, senza connessione decente o una buona fotocamera; e i video si possono cancellare e ricaricare all’infinito per gonfiare il punteggio. È il rischio, raccontato anche dai protagonisti del NYT come Davi Barossi e Nathan Moraes, di una selezione che esclude proprio chi avrebbe più bisogno di essere visto: lo stesso allarme per cui l’IA applicata al calcio rischia di creare un calcio d’élite. Del resto la tecnologia muove già 7 miliardi l’anno nello sport. “Non vogliamo togliere il lavoro allo scout”, assicura Nick Rappolt di Footbao: “lo rendiamo più efficiente”. Ma la domanda resta: un’app può davvero vedere il prossimo Pelé prima dell’occhio di un olheiro? Per ora, la risposta è ancora a metà tra l’algoritmo e lo sterrato.