Davvero il problema del calcio italiano è l’alto numero di stranieri?

di Giuseppe Esposito. In Germania gli stranieri hanno la stessa incidenza eppure lì i talenti sbocciano lo stesso. Come in Inghilterra. Il caso opposto è la Francia. I numeri sono controversi, segno che il tema non è questo

Gravina

UEFA vice-president Gabriele Gravina looks on ahead of the start of the 50th UEFA Ordinary Congress in Brussels on February 12, 2026. Pau BARRENA / AFP

Davvero il problema del calcio italiano è l’alto numero di stranieri?

Troppi stranieri o problema strutturale? I numeri raccontano un’altra storia

Negli ultimi giorni, a seguito dell’ennesima esclusione della Nazionale italiana dalle fasi finali dei Mondiali, il dibattito pubblico si è concentrato su un capro espiatorio tanto immediato quanto controverso: l’elevata presenza di calciatori stranieri nei campionati nazionali. Un tema che ciclicamente riemerge, spesso più per percezione che per reale evidenza numerica. Da ingegnere, ho provato a fare quello che mi è più congeniale: cercare nei dati una risposta.

L’analisi ha riguardato l’evoluzione delle percentuali di calciatori nazionali e stranieri nei cinque principali campionati europei — Italia, Francia, Spagna, Germania e Inghilterra (fonte dati Transfermarkt) — nell’arco temporale più ampio possibile. L’obiettivo era semplice: verificare se esista una correlazione significativa tra la presenza di stranieri e i risultati delle rispettive nazionali.

Italia e Germania: traiettorie parallele
Il primo elemento che emerge con chiarezza è la forte somiglianza tra Italia e Germania. Entrambi i campionati mostrano un trend di progressiva internazionalizzazione (nel 2025/26 la percentuale di giocatori “autoctoni” è tra il 32-36%), con una riduzione graduale della quota di giocatori nazionali. Eppure, mentre l’Italia fatica ormai da anni a ritrovare competitività a livello internazionale, la Germania — pur attraversando anch’essa una fase di transizione — ha comunque mantenuto una struttura capace di produrre risultati e, soprattutto, talenti.
Questo primo confronto indebolisce già l’ipotesi semplicistica secondo cui “più stranieri = meno talento nazionale”.

Inghilterra: stabilità e competitività
Il caso inglese è altrettanto interessante. La Premier League è storicamente uno dei campionati più aperti agli stranieri, ma negli ultimi anni le percentuali si sono stabilizzate (rapporto 30%-70% pressoché costante). Nonostante ciò, la nazionale inglese ha mostrato una crescita significativa, con risultati concreti nelle competizioni internazionali (anche se continuato a non vincere trofei).
Qui il dato è ancora più chiaro: una forte presenza straniera non ha impedito lo sviluppo di una generazione competitiva. Anzi, si potrebbe sostenere che l’elevato livello del campionato abbia contribuito alla crescita dei giocatori locali.

Francia: il modello “nazionalista” che funziona
La Francia rappresenta un caso quasi opposto. È il campionato con la più alta percentuale di giocatori nazionali tra i top cinque (56% al 2025/26). Parallelamente, la nazionale francese è stabilmente ai vertici mondiali da oltre un decennio.
Questo dato suggerisce che una maggiore presenza di calciatori locali possa avere un impatto positivo. Tuttavia, fermarsi a questa correlazione sarebbe riduttivo. Il successo francese affonda le radici in un sistema di formazione tra i più avanzati al mondo, capace di valorizzare il talento fin dalle categorie giovanili.

Spagna: un equilibrio intermedio
La Spagna si colloca in una posizione intermedia. Il trend di riduzione dei giocatori nazionali esiste, ma è meno marcato rispetto all’Italia (41% al 2025/2026). Anche i risultati della nazionale, pur non replicando i fasti del ciclo d’oro, restano complessivamente solidi.
Ancora una volta, il dato suggerisce che la variabile “percentuale di stranieri” da sola non è sufficiente a spiegare le performance.

Conclusioni: il problema è più profondo
Dall’analisi emerge un quadro chiaro: la presenza di calciatori stranieri può avere un impatto, ma non rappresenta il fattore determinante. Se così fosse, dovremmo osservare una correlazione diretta e coerente tra i diversi campionati, cosa che i dati smentiscono.
Il confronto con la Francia, in particolare, suggerisce che una maggiore presenza di giocatori nazionali può essere un vantaggio — ma solo se inserita in un sistema strutturato ed efficiente.

È proprio qui che il caso italiano mostra le sue criticità. Le ragioni dell’attuale difficoltà della Nazionale vanno probabilmente ricercate altrove: nella gestione delle scuole calcio, nella qualità dei settori giovanili, nella capacità di individuare e sviluppare il talento, e nella coerenza progettuale delle nazionali a tutti i livelli.
In altre parole, il problema non è quanti stranieri giocano in Serie A, ma quanti italiani vengono formati — e come.
Ridurre tutto a una questione di percentuali rischia di essere non solo fuorviante, ma anche pericoloso, perché distoglie l’attenzione dalle vere riforme necessarie. I numeri, ancora una volta, non danno risposte semplici. Ma indicano con chiarezza dove non ha senso cercarle.
Giuseppe Esposito

Il Napolista è un giornale on-line di opinione, nato nel 2010, che si occupa prevalentemente di calcio e di analizzare quel che avviene dentro e soprattutto attorno al Napoli.

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