The Revenant del Napoli è De Bruyne: intelligenza calcistica fuori portata per il campionato italiano
Fuggito dall'opprimente melassa para-sentimentale della città, è tornato al tramonto di febbraio: la maglia oggi cade meglio, il viso è più smunto e la mascella più affilata

Ni Castel di Sangro 09/08/2025 - amichevole / Napoli-Girona / foto Nicola Ianuale/Image Sport nella foto: esultanza gol Kevin de Bruyne
The Revenant del Napoli è De Bruyne: intelligenza calcistica fuori portata per il campionato italiano
La settimana degli Oscar ha lasciato Leonardo DiCaprio a mani vuote. Nonostante il film da lui interpretato in qualità di protagonista, abbia fatto incetta di statuette. Pur non essendo dei fan sfegatati di Jack Dawson, non possiamo non guardare con enorme affetto all’unico film nel quale abbia meritato, ed effettivamente vinto, una statuetta: The Revenant. Pellicola del regista messicano Alejandro Gonzalez Iñarritù, fonte inesauribile di ciò che sono la vita e le dinamiche tra essere umani, le conseguenze delle loro azioni, della loro sofferenza e delle loro esistenze. Che siano o meno circondati da povertà o benessere, da barbarie o evoluzione. Film girato ai meno trenta e ai meno quaranta gradi (molti di più dei punti di distacco tra Inter e Napoli con il Milan per lo mezzo) nella Columbia Britannica, la più occidentale delle province canadesi. Nel Napoli le dinamiche “the revenant” delle ultime settimane sono due. Una più improbabile, ovvero ineluttabile, l’altra effettiva. La prima riguarda Antonio Conte e l’Inter. La seconda riguarda Kevin De Bruyne.
Antonio Conte e l’Inter dicevamo ci ricordano i due antagonisti del film. Piccola parentesi sul Milan. I rossoneri sono in seconda fila. Quello di Max Allegri è un miracolo di “frittura di pesce con l’acqua”. Conte ha già messo il secondo posto nel mirino, valutando le aspettative sulla sua presenza su una panchina. Tornando a “The Revenant” l’Inter ha il ruolo della vittima, il cacciatore di pelli John Fitzgerald, predone ed omicida spietato, e Antonio Conte nella parte di Hugh Glass che, nonostante tutti gli accidenti nel proprio percorso di questa stagione, come un redivivo continua a muoversi sulle tracce della propria vittima, senza accusare pausa verso il suo obiettivo. Nelle ultime due un po’ di braccino neroazzurro lo abbiamo visto. Conte conosce bene le debolezze del proprio avversario. Le tare mentali. Le paure ambientali, avendone beneficiato personalmente nel lontano 5 maggio 2002, avendole cauterizzate, temporaneamente, con la sua presenza. Conscio dell’improbabilità di tale impresa, tagliò corto Conte alla domanda dell’interlocutore circa un primo posto lontanissimo: facciamo i seri, rispose. Troppi i primi tempi inguardabili del Napoli. Tanti i punti persi per strada, in maniera più o meno banale. Con l’incapacità arbitrale che vi ha messo del proprio e che ai fini della classifica pesa tanto.
Effettivamente è assolutamente improbo il tentativo, e per certi versi anche il sogno di confermarsi campioni d’Italia. Tuttavia il calcio non è fatto solo di razionalità. La componente umana è spesso determinante affinché un risultato venga conseguito. Ci vengono in mente tanti scudetti vinti a marzo e perduti a maggio. Quello citato del 2002, quello che ancora brucia del maggio 1988. Quello prima stravinto, e poi straperso dalla Lazio nella stagione 1998-1999 contro il rabberciato, ma resistente Milan di Zaccheroni. Ci sono troppe scorie tra Conte e l’Inter, per escludere completamente che l’allenatore del Napoli, in cuor suo, non sogni la grande rimonta. Qualcosa che è presente nei Dna di entrambi i contendenti. Nell’Inter che di scudetti persi se ne intende. Anche Conte di scudetti vinti, anche e soprattutto in rimonta, ne ha fatto un vero e proprio marchio di fabbrica.











