Preoccupano più gli occhi di Gattuso che il video di Dimarco
Il ct ha avuto lo sguardo del terrore fino al raddoppio di Moise Kean. La Bosnia si affida al diciottenne Alajbegovic, l'Italia è sempre quella dell'esperienza

Db Milano 16/11/2025 - qualificazioni Mondiali 2026 / Italia-Norvegia / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Gennaro Gattuso
Preoccupano più gli occhi di Gattuso che il video di Dimarco
Si parte per andare in Bosnia come l’armata Brancaleone. Con Gattuso che vede un Everest. Con la Federazione Bosniaca che non prende benissimo l’esultanza di Dimarco, e con i croati che suggeriscono ai bosniaci di trattare gli italiani, come hanno sempre fatto loro. Insomma lo stadio di Zeniça non sarà il Marakana di Belgrado, ma l’attuale roster azzurro non sembra dotato di quegli attributi utili al superamento di questo ostacolo che si staglia all’orizzonte, però mai sottovalutare il cuore degli italiani. Aggiungiamo anche che storicamente al di là dell’Adriatico solo gli albanesi nutrono afflati amichevoli nei confronti dell’Italia. E al netto dei reali valori in campo, quando in campo c’è l’Italia che siano Jugoslavia, oppure eredi, infilano tutti l’elmetto per andare a fare la guerra. E nessuno in Europa, più del popolo bosniaco, sa cosa significhi fare la guerra. Con buona pace di Federico Dimarco da Milano che quando finisce la guerra in Jugoslavia da poco aveva imparato a camminare. Non avrebbe esultato se avesse saputo che l’Italia e le squadre italiane hanno sempre fatto una fatica enorme contro la Jugoslavia unita e le sue squadre di club. Successivamente con tutte le nazioni nate dalla secessione le cose, almeno a livello di squadre nazionali non sono migliorate. Contro la Croazia l’Italia non ha mai vinto. Solo scoppole amare e partite di grande agonismo. A domicilio con la Croazia la abbiamo quasi sempre prese. Solamente due i confronti recenti con la Serbia, per avere un campione di valutazione attendibile. Alti e bassi con la Slovenia. Male decisamente con la Macedonia, quando contava. I precedenti con la Bosnia sono effettivamente favorevoli all’Italia. Non siamo dalla parte di quelli che crocifiggono Dimarco. Certamente essere calciatore della Nazionale è come esserne un politico. In qualche modo rappresenti il Paese. E forse un filo di buonsenso in più non guasterebbe. Certamente la Bosnia aveva già le sue motivazioni per essere bella carica. Dimarco e Mammarai hanno funto da ulteriore booster.
Nonostante la vittoria, prossemica, postura e sguardo di Gennaro Gattuso erano quelle di un uomo devastato dall’ansia e dal terrore di non farcela. Deve essere stato liberatorio il raddoppio di Moise Kean. L’Irlanda del Nord era una delle meno complicate della quarta fascia, per cui la vittoria era prevedibile. Ma quando si ha a che fare con le proprie paure, nessun ostacolo è semplice. Nessuna partita è scontata. Il problema d’immagine della Nazionale Italiana non è Federico Dimarco, ripetiamo. Il problema della nazionale italiana è Gattuso, più uomo di paglia di Buffon e Bonucci, che allenatore di questa Nazionale. Ci sembra tutto troppo collegiale per attribuire dei meriti all’ex tecnico del Napoli. Bravissima persona, per carità, ma che come tecnico in azzurro (nazionale) ha il terrore dipinto negli occhi. E se il tuo allenatore ha paura, certamente non infonderà sicurezza nei propri giocatori, che un po’ fanno da soli, e un po’ guardano a chi come Buffon e Bonucci forse un po’ di fiducia riescono a trasmetterla. Sebbene Gattuso in quanto a trofei, vittorie e partite al cardiopalma, da giocatore ne abbia vinte più dei due ex juventini.
Certo è che per trovare questa fiducia, vi sono voluti sette tempi e quattro partite. Dal 2018 gli azzurri nei play off avevano segnato la miseria di zero gol. E se con la Svezia nel 2018 fu la fine di un ciclo. Nel 2022 con la Macedonia il piano inclinato verso il disastro iniziò subito dopo l’Europeo, finendo il girone con pareggi casalinghi improbabili e due rigori sbagliati da Jorginho, per poco non finito nel dipinto di Ciro Cerullo, contro la Svizzera. Saranno due mondi distanti quelli che si affronteranno martedì. L’Italia gerontofila, che mette in attesa i giovani, e la Bosnia che affida al diciottenne Karim Alajbegovic il rigore decisivo per sognare il Mondiale. I bambini di Sarajevo sanno a chi affidarsi.











