“Non siamo razzisti, sono loro che sono napoletani”: mi è tornato in mente dopo la furia per Sal Da Vinci
Probabilmente qui c’è qualcosa di più profondo perché di canzoni brutte ne è pieno il mondo, ma non s’era mai visto tanto astio verso un cantante

Mc Roma 13/02/2026 - Il Presidente della Repubblica riceve il cast di Sanremo 2026 / foto Mario Cartelli/Image nella foto: Sal Da Vinci
“Non siamo razzisti, sono loro che sono napoletani”: mi è tornato in mente dopo la furia per Sal Da Vinci
“Non siamo razzisti, sono loro che sono napoletani”. Ero un liceale della profonda provincia di Napoli Nord quando Giobbe Covatta portava in tv questo sketch insieme a Francesco Paolantoni e Stefano Sarcinelli. E confesso che allora non ne afferravo appieno la tragica ironia. Ho cominciato a comprenderla più avanti, da emigrante. Quando in Veneto i colleghi si stupivano che non sapessi cantare o che non mi lamentassi quando c’era da lavorare di più; o quando a Cagliari davanti a un bar rischiai di essere pestato da un paio di ultras rossoblù di passaggio solo perché mi avevano sentito pronunciare una frase nella mia lingua (per fortuna il titolare era un amico); o quando un capo mi presentò al capo supremo come “napoletano atipico”, forse – chissà? – perché non ho mai rubato, non vado in giro con la maschera di Pulcinella e non so dire barzellette.
Ecco ho ripensato a quel “non siamo razzisti, sono loro che sono napoletani” osservando la furia di commenti, non solo offensivi ma anche culturalmente sconclusionati, alla vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo. E li avessero scritti solo gli orsacchiotto71 o i giustiziere46, anche chissenefrega, è il prezzo di questi tempi bui in cui ogni tastiera diventa centro del mondo. Il fatto è che anche alcuni di quelli che vengono riconosciuti – a torto o a ragione – come “influenti opinionisti” si sono lasciati andare in arditi svolazzi, citando “matrimoni camorristi” o incontri intimi tra una escort e un ex premier defunto e plurindagato con il sottofondo di Sal Da Vinci. Ma perché, mi chiedo: perché? Per non parlare dell’ondata di femminismo spicciolo, con sconosciute maestre di musica o insegnanti dall’omonimia celebre che addirittura bollano la canzone vincitrice di un festival della canzone italiana come un inno al femminicidio o al patriarcato. Probabilmente qui c’è qualcosa di più profondo, perché di canzoni brutte ne è pieno il mondo, ma non s’era mai visto tanto astio verso un onesto cantante che, per inciso, sale sui palchi di tutto il mondo da quando aveva 9 anni (ora ne ha più di 50).
Allora ritorna dal passato quel “non siamo razzisti, sono loro che sono napoletani” per tentare di spiegare perché questi intellettuali della “uallera” (la definizione è del comico Peppe Iodice) in passato non hanno attaccato i vari Olly, Mengoni, Scanu, Carta, Povia, Anna Oxa (e la lista potrebbe essere molto più lunga) per le loro banali canzoncine vincitrici e oggi stroncano con esponenziale pregiudizio Sal Da Vinci.
Non bastavano gli errori arbitrali, il Var che Var sempre nella direzione opposta a quella del Napoli, gli infortuni a catena, l’astinenza da McFratm. No, dovevano attaccare anche un altro patrimonio della napoletanità: la canzone. Concludo questo breve sfogo con un altro ricordo da liceale, Diego che davanti a una folla di telecamere dice fissando i giornalisti con i suoi occhi vispi e sfidanti: “Oggi abbiamo capito che non giochiamo solo contro l’Inter o la Fiorentina. Oggi abbiamo capito che giochiamo contro tutti”. Forse l’ho capito troppo tardi…









