L’arbitraggio è una perenne ecografia. L’arbitro sta facendo la fine del medico che ausculta, ascolta e visita: sta sparendo

Ormai è solo "l'ha toccato o non l'ha toccato". È il calcio per fotogrammi. Il senso complessivo dell'azione è bello che andato. In un simile contesto, è ovvio che la teatralità del calciatore assuma una rilevanza fondamentale

arbitraggio

Db Milano 14/03/2026 - campionato di calcio serie A / Inter-Atalanta / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Gianluca Manganiello-Yann Sommer-Denzel Dumfries

L’arbitraggio è una perenne ecografia. L’arbitro sta facendo la fine del medico che ausculta, ascolta e visita: sta sparendo      

C’era una volta McLuhan che con la sua celebre frase indirizzò e ancora condiziona – da sessant’anni – la sociologia e lo studio della comunicazione. Proprio rifacendoci a lui, possiamo definitivamente rassegnarci – a maggior ragione nell’era dell’arbitraggio via tv – che il fallo da rigore sarà ormai per sempre una messa in scena. E più le immagini saranno vivisezionate alla tv, più crescerà l’importanza della platealità. È già cominciata la progressiva dissolvenza dell’arbitraggio fisico, sensoriale. È quel che sta avvenendo in tutto il mondo, praticamente in ogni ambito. Alle Olimpiadi, per dire una, i giornalisti sono tutti in una mega stanza. Guardano le gare alla tv. Il confronto con gli atleti è confinato a un momento chiamato conferenza stampa. La visione è mediata dalla tv. Nulla sa il giornalista di quel che succede all’atleta prima della gara, le sue emozioni, i suoi pensieri, le sue paure, le sue angosce.

L’arbitro, ancora per poco, resiste in campo. Ma non conta più niente. Nel calcio ha rapidamente preso il sopravvento il peso della frase: “lo dice la tv”. Che per certi aspetti è indispensabile, aiuta a leggere situazioni chiare che sono sfuggite all’occhio umano. Ma quando si tratta di decisioni complesse, per forza di cose il calcio si riduce a qualcosa di anatomico, di corporeo. “L’ha toccato o non l’ha toccato”, questo è il problema. È il calcio per fotogrammi. Il senso complessivo dell’azione è bello che andato. In un simile contesto, è ovvio che la teatralità del calciatore assuma una rilevanza fondamentale. E ormai ce ne sono siamo convinti anche noi. Ci siamo rassegnati.

Guardiamo gli episodi dubbi in Inter-Atalanta. Bene o male siamo tutti rassegnati al fatto che su Frattesi sia rigore. Ma – attenzione – non perché siamo convinti che sia rigore, ma perché lo ha toccato. Non gli ha fatto niente ma lo ha toccato. E Frattesi è crollato come se gli avesse trafitto la caviglia con un trapano. Due secondi dopo, Dumfries sembra subire un fallo più netto da parte di Ederson che lo trascina giù ma l’olandese non si dimena, cade e basta, cade perché il suo avversario gli frana addosso. In pochi parlano di questo fallo. Il nodo è il primo. E in un sondaggio oggi la maggioranza (un’ampia maggioranza) assegnerebbe il rigore per il fallo su Frattesi. Il designatore Rocchi ha fatto sapere ai giornali che l’errore da rigore è quello su Frattesi non quello su Dumfries. Sarà sempre più così. Si arriverà progressivamente a un calcio con sempre meno tocchi, almeno in area. In fin dei conti, abbiamo trasformato l’arbitraggio in una perenne ecografia. L’arbitro sta facendo la fine del medico che ausculta, ascolta e visita: sta sparendo. Anzi è già sparito.

 

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