Santo Lukaku martire: il dio del calcio ha deciso così. Meritava lui di salvare il Napoli dal baratro

Il Napoli vince 2-1 al 96esimo. Evitata una crisi molto pericolosa. La squadra è impaurita, sente di poter perdere la Champions. Del vecchio Napoli è rimasto il carattere

Lukaku

Napoli's Belgian forward #9 Romelu Lukaku celebrates after scoring his team second goal during the Italian Serie A football match between Hellas Verona and Napoli at the Bentegodi Stadium in Verona, northern Italy, on February 28, 2026. (Photo by Piero CRUCIATTI / AFP)

Santo Lukaku martire: il dio del calcio ha deciso così. Meritava lui di salvare il Napoli dal baratro

Santo Lukaku martire. È il dio del calcio che decide come devono andare le cose. Ed è il dio del calcio a decidere chi merita di essere il salvatore della patria. E quell’uomo non poteva che essere Romelu Lukaku. Una delle due bandiere del Napoli dello scudetto (l’altra è McTominay). L’uomo bistrattato dai tifosi incompetenti (sono tanti ahinoi). Conte, disperato, l’ha mandato in campo in una partita che si era messa male, malissimo. Il pareggio a Verona era il viatico per un finale di stagione tremebondo, con l’uscita dalla Champions là in fondo al tunnel. Il gol di Lukaku è arrivato al minuto 95, quando era anche scaduto il recupero. Cross di Giovane e lui in area ha posto fine alla via crucis sua e della squadra. È tornato a segnare dopo 281 giorni e ha tirato per i capelli il Napoli fuori dal baratro. Una vittoria che vale tantissimo. Un altro successo all’ultimo secondo. Dal Genoa al Verona. Al Napoli fortissimo dello scorso anno è rimasto quantomeno il carattere.

Il Napoli ha fatto decisamente un passo indietro rispetto a Bergamo. Anche due. È scesa in campo una squadra impaurita che ha smarrito le sue certezze. Adesso, con questi tre punti, il Napoli ricaccia il Como a cinque punti. Ma Conte è consapevole che giocando così, non si andrà lontano. Così come è consapevole che uscire dai primi quattro cambierebbe verso alla stagione. Non ci sarebbe più nulla di giustificabile.
Eppure sembrava tutto facile a Verona. Il gol dopo due minuti. E l’illusione della partita in discesa. Un’illusione appunto. Si è capito subito che il Napoli non era quello di Bergamo. Una squadra meno sicura. Impaurita. Perché non c’è niente da fare: quando non ottieni risultati, perdi consapevolezza. E al Bentegodi si è visto. Si è aggrappato al gol del danese in avvio. Ma non ha mai convinto. E quando queste partite non le chiudi, tutto può succedere. Ed è successo. Il Verona ha pareggiato nella ripresa su un corner che non c’era, ma conta zero ai fini del risultato e della classifica.

Si stava facendo dura, durissima per la squadra di Conte e anche per la società. Perché il Como era ormai a tre punti. Con lo scontro diretto in riva al lago. Per usare un gergo ciclistico, il Napoli era stato risucchiato dal gruppo. La fuga era bella che finita. E il Napoli a Verona ha dato l’impressione di essere una squadra che ha smarrito le sue certezze. Anche sul piano del gioco. Il gol di Lukaku ha quantomeno evitato il processo in pubblica piazza.
Bergamo ha lasciato il segno. È rimasta la sconfitta. Puoi condirla con quello che vuoi: gli errori arbitrali, il Var, Chiffi. Il Napoli è sceso in campo col terrore di dover vincere a tutti i costi, sia pure contro una squadra modesta come il Verona ultimo in classifica. La squadra, l’ambiente tutto, è consapevole che rimanere fuori dalle prime quattro sarebbe la fine. A quel punto, non varrebbe più nemmeno l’alibi – più che giustificato – degli infortuni.

Il Napoli a Verona ha ripetuto la prestazione di Copenaghen dove con un uomo in più ha buttato la qualificazione Champions. A Verona si è ripetuta una situazione simile. Non c’era superiorità numerica ma c’era un gol di vantaggio. Il Napoli è apparso tremebondo. Ha persino rischiato di perdere nel finale con un’uscita a vuoto di Meret e un mischione. Prima dell’epifania di Lukaku.

Fondatore del Napolista, ha scoperto di sentirsi allergico alla faziosità. Sogna di condurre il Bollettino del mare di Radio Rai. E di girare - da regista - un porno intitolato “La costruzione da dietro”. Si è convertito alla famiglia: ha una moglie, due figli, un cane. E tre racchette, ovviamente da tennis.

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