Dopo Atalanta-Napoli è giunto il momento di mettere in discussione il totem della buona fede arbitrale

Si è vista la grande potenza che può esercitare un mago, un vero Mago. Con la sola imposizione delle mani, di un fischietto e di alcuni aiutanti, riesce a tramutare un indiscutibile 0-3, in un miracoloso 2-1.

Atalanta-Napoli Hojlund Atalanta–Napoli 2-1, ovvero rapina per fischio armato calvarese buona fede arbitrale

Cm Bergamo 22/02/2026 - campionato di calcio serie A / Atalanta-Napoli / foto Cristiano Mazzi/Image Sport nella foto: Daniele Chiffi

Dopo Atalanta-Napoli è giunto il momento di mettere in discussione il totem della buona fede arbitrale

Ne vogliamo finalmente parlare?

Vogliamo smettere di comportarci come i nostri più antichi progenitori i quali, quando sentivano il rombo di un tuono o restavano abbagliati dalla luce di un fulmine si inginocchiavano prostrati davanti al totem di turno, eretto dai furbacchioni dell’epoca, per recitare giaculatorie e implorazioni ai celesti poteri, che tanto celesti non erano, ma erano comunque in grado di offrire protezione e benefit a chi seguiva e osservava le loro regole.
La prima di queste regole imponeva a tutti di rispettare le leggi fondamentali, scritte dai Grandi Furbacchioni, senza che nessuno mai potesse, in qualsiasi modo, metterle in discussione.

Erano, appunto, i Tabù, leggi venute dall’Alto, non sappiamo da quale alto, per essere applicate senza dover chiedere niente, come capita ai migliori bevitori di aperitivi.

Ma lasciamo i nostri selvaggi progenitori ai loro Totem e Tabù.
Noi siamo persone civilizzate e civili. Millenni e millenni di civiltà ci hanno portato ai livelli ai quali siamo giunti.
Non abbiamo niente a che fare con le loro superstizioni e i loro riti tribali.

Ne siamo proprio sicuri?
Per carità, non voglio discutere di grandi temi religiosi o filosofici. Non ne ho l’autorità.

Però, mi è bastato guardare una partita di calcio, ieri, alla tv, Atalanta-Napoli, per capire finalmente, con lampante chiarezza, che i Totem e i Tabù vengono ancora ampiamente utilizzati in questo piccolo, ma parecchio lucroso, mondo del calcio italiano.
Non mi fate citare episodi. Voglio parlare soltanto di un punto: del risultato.
E li, ho visto la grande potenza che può esercitare un mago, un vero Mago.
Con la sola imposizione delle mani, di un fischietto e di alcuni aiutanti, riesce a tramutare un indiscutibile Atalanta-Napoli 0-3, in un miracoloso Atalanta-Napoli 2-1, tra lo giubilo estatico del popolo adorante e la soddisfatta stima ‘de li superiori’ che lo avevano inviato in quel luogo ‘a Miracol mostrare…’.

Volete le prove di ciò che ho affermato?
Basta guardare la partita! Guardatela tutta, con attenzione e troverete tutte le prove che cercate (anche qualcuna in più).

A questo punto, però, dopo aver visto quello che abbiamo visto, non può e non deve essere, per noi, il tempo del ‘non ci resta che piangere’.

Abbiamo il dovere, verso di noi e verso un popolo, quello napoletano, di rimettere in discussione quello che è stato uno del più potenti ‘Tabù’ del nostro tempo, (parlo, ovviamente, solo e soltanto del nostro piccolo mondo del calcio) il cui titolo, scritto sulla pietra, recita: “Non bisogna mai mettere in discussione la buona fede dell’arbitro”.

Questo Tabù – rinforzato sempre da una insulsa richiesta di ‘non seguire più il calcio’ rivolta a chi metteva in discussione la ‘buona fede arbitrale’ – ha rovinato la vita di molti spettatori, compresa la mia, impedendoci, sempre e comunque, di chiarire che la nostra richiesta di mettere in discussione questo dogma, non significava assolutamente affermare, tout-court, la mala fede degli arbitri ma significava soltanto discutere dei limiti da porre per affermare con certezza di essersi mossi nell’ambito della buona fede.

Ma com’è possibile, ci chiedevamo noi ‘malafedisti’ (mi autodefinisco così solo per esigenze di distinzione dall’altro termine di ‘buonafedisti’ e, quindi, non perché riteniamo, come affermavo prima, che vi sia malafede conclamata, che resta, invece, tutta da verificare.

Dicevo, pertanto, che in un mondo – quello nel quale hic et nunc viviamo – un mondo, cioè, nel quale il malaffare ha cercato e cerca – spesso riuscendovi – di insinuarsi nei gangli vitali di tutte le attività produttive, attraverso il passe-partout di una totale e ben gestita mala-fede, come è possibile che esista una sorta di isola felice dove tutto è legale e gestito in piena trasparenza e dove la locuzione ‘mala fede’ è solo il ricordo di un passato ormai sepolto sotto le beatitudini del Buon Governo.

Sarebbe come dire che in un mondo marcio e malato che è, o si avvicina ad essere, il nostro habitat quotidiano, all’improvviso apparisse una schiera di cherubini, incorrotti e incorruttibili, provenienti non si sa da dove, armati di un indefettibile senso di giustizia, nonché di un fischietto, un taccuino e due cartellini, uno giallo e uno rosso, i quali, ogni domenica, dopo aver volteggiato un po’ nel cielo, planano sui verdi prati degli stadi italiani pronti a distribuire giustizia e serenità.

Un po’ come il Lello Arena di ‘Annunciazion, annunciazion!’

Non voglio andare per le lunghe, ma ormai è troppo!
Abbiamo raggiunto il punto del non ritorno.

Sto esagerando?
Non credo, io amo molto il gioco del calcio.
Lo amo da quando, bambino, andavo, con mio padre allo Stadio della Liberazione di Napoli (poi Stadio Collana) a vedere le gesta di Jeppson, Vinicius De Menezes (in arte Vinicio) Casari, Formentin e Kriyeziu.

Oggi sono i miei organi vitali a chiedermi di smettere: il mio fegato, la mia cistifellea, il mio stomaco, le mie budella mi urlano tutte le sofferenze inferte loro ogni maledetta domenica.
E ritengo che, purtroppo, sono in tanti a condividere con me questa situazione.

‘FATE PRESTO’, titolava Il Mattino, dopo il terremoto.
‘FATE PRESTO’, diciamo oggi io e i miei amici sofferenti, a trovare una soluzione a questo non facile, ma sopratutto non piacevole ruolo di vittima sacrificale che unilateralmente ci hanno assegnato.
E andiamo avanti fino, se occorre, al punto di togliere il disturbo a tutta la nomenclatura calcistica attuale.

Adios amigos, fatevi da soli i vostri giochetti con quel pallone ormai di pezza che avete sfilacciato e ridotto a simbolo di quel vuoto a perdere che rappresenta la vostra gestione.

Noi andiamo via, scusateci, ma abbiamo bisogno di ben altri palcoscenici.

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