Auguri Baggio, ci hai insegnato che la vera vittoria non è nel gol, ma nel modo in cui si affronta ogni caduta
Oggi compie 59 anni un filosofo del pallone, un artista capace di rendere sacro ogni gesto. Reso un capro espiatorio per aver sbagliato un rigore che probabilmente nemmeno ci avrebbe fatto vincere il Mondiale

Italy's forward Roberto Baggio controls the ball during a training session at Luigi Ferraris stadium in Genoa 27 April 2004. Italy will play Spain in a friendly soccer match on 28 April. AFP PHOTO PAOLO COCCO (Photo by PAOLO COCCO / AFP)
Auguri Baggio, ci hai insegnato che la vera vittoria non è nel gol, ma nel modo in cui si affronta ogni caduta
Per quelli della mia generazione, quella che guardava la SERIE A come una lingua sacra scritta in maiuscolo, il calcio non era solo uno sport: era economia, folla, sogno, oppio dei poveri dei ricchi. L’Italia si agitava, si ridefiniva, e nel mezzo di questa rivoluzione silenziosa c’era Diego, certo, ma c’era anche lui: Roberto Baggio. Veniva da un altro pianeta, cosi misurato, cosi poco esagerato, cosi semplicemente forte, fortissimo.
Il suo primo gol, Napoli–Fiorentina, 10 maggio 1987, in quel 10 Maggio fu il battesimo di un predestinato. Da allora fu un urlo che non arrivò mai alla gola. Un attimo che si espandeva nello spazio dei campi e dentro il petto di chi guardava. Baggio non segnava solo reti: tracciava pensieri, accendeva emozioni. Rivoltava le partite con gli occhi, e dagli occhi ai piedi, e dai piedi allo spazio, al tempo. Era un filosofo del pallone, un artista capace di rendere sacro ogni gesto, ogni dribbling, ogni passaggio che sembrava nato per parlare direttamente al cuore. La sua sensibilità nel tocco di palla non aveva e non ha ancora eguali. In provincia, a Brescia, a Bologna, nei luoghi dove il calcio era ancora popolare, vivo, parte della città stessa ha saputo mescolare perbene il termine campione che spesso si affibbia frettolosamente a chiunque. Lì si vedeva la sua verità: un uomo piegato dagli infortuni, dai ginocchi lacerati, eppure sempre in piedi, più leggero e più forte. La sua grandezza era il silenzio con cui rinasceva ogni volta. Crocifisso per un rigore che probabilmente non sarebbe bastato a farci vincere quel Mondiale. L’Italia è la patria dei capri espiatori e lui ne ha subito il peso ma senza compromessi mediatici.
Baggio era domenica e nostalgia, talento e fragilità. Giocava senza ansie, senza l’aura costruita dai giornali, eppure con la forza di chi sa che la bellezza autentica non ha bisogno di applausi. Con un ginocchio che gridava dolore, continuava a danzare con la palla, a inventare mondi possibili, a trasformare ogni partita in un racconto da ricordare. I suoi dribbling erano spine sorridenti, doverose punteggiature di una lirica. Ero Baggio e questo bastava. Bastava per sentire giustizia nel gioco, per capire che la vera vittoria non è nel gol, ma nel modo in cui si affronta ogni caduta, ogni ostacolo, ogni giorno. Perché Roberto non era solo un calciatore: era un filo che ci legava al nostro passato, alle nostre strade, ai nostri sogni. E così, quando il tempo scorre e noi restiamo seduti a guardare vecchi fotogrammi, lui c’è ancora: nei campi polverosi, nelle domeniche di pioggia, nei cori che salgono dagli spalti, nelle piccole città dove il pallone è ancora un oracolo. Roberto Baggio, che giocava come se il mondo intero fosse un campo da calcio, e che ci insegnava, senza mai dirlo, che la grandezza sta nel rialzarsi, nel correre contro il tempo e nella bellezza che resiste a tutto.
Tanti auguri Roberto (oggi compie 59 anni), grazie per il calcio che mi hai regalato.











