Al centro del giardino del Napoli c’è la quercia che ossigena speranze e valli: Scott Mc-All

Genoa–Napoli 2-3, ovvero lo stoico rifiuto della sconfitta. L’arbitraggio è come un gratta e vinci all’autogrill. Il finale di Tony Vergara e Hojlund

Napoli's Scottish midfielder #08 Scott McTominay scores during the Italian Serie A football match between Genoa and Napoli at the Luigi Ferraris stadium in Genoa on February 7, 2026. (Photo by Isabella BONOTTO / AFP)

Genoa–Napoli 2-3, ovvero lo stoico rifiuto della sconfitta. Una partita che il calcio prova a complicare, ma che il Napoli si ostina a non voler perdere. Una malcapitata circostanza, aggravata da Buongiorno che regala due gol agli avversari, che altrimenti sarebbero stati una pratica archiviata senza troppo penare. Si parte dal disordine, come è giusto che sia. Venti secondi e Buongiorno scarabocchia un retropassaggio: Vitinha si avventa, Meret mette il piede sulla gamba trascinata dell’attaccante genoano. Per l’arbitro non è rigore, per il Var sì. Uno a zero. Il calcio moderno prende nota. Gli azzurri non si scompongono, anzi. Al centro del nostro giardino c’è la quercia che ossigena speranze e valli: Scott Mc-All. Riceve e calcia, sulla respinta Ramus I di Danimarca fa uno a uno. Palla al centro. Ed è ancora il portento scozzese che uccella il difendente e ci spinge all’insurrezione popolare per ripristinare la monarchia del Regno di Napoli. Destro all’angolino, imparabile. Discendente di diritto dell’ultima dinastia borbonica. È nato il NAPOLITOMINAYSESIMO, corrente filosofico-religiosa che ha come principio l’etica della bellezza. Uno a due.

Il Genoa si siede, il Napoli gestisce. Alex si fa Magno e compie una paratona. Nella ripresa sembra un lento passare del tempo, senza ansie particolari. Ma evidentemente c’è interesse a incentivare la vendita di Magaldrato in polvere. Buongiorno si fa soffiare palla da Colombo, che pareggia senza sapere né leggere né scrivere. Due a due. Incredibile. Da lì in poi è ansia, contraccolpo, disagio gastrointestinale. Sabato pomeriggio più pucundroso della canzone di Baglioni. Più che il passerrotto qua è andata via la ragione! Mentre Conte si decide a mettere dentro gente offensiva, Juan Jesus prende il secondo giallo perché il primo è un abominio del regolamento. Siamo consci, ultimamente l’arbitraggio è come un gratta e vinci all’autogrill. Napoli in dieci, due a due, e pure un po’ scamazzati. Sembra finita. Il più ostinato degli ottimisti prega per un pareggio.

Se c’è però una cosa che resiste anche quando mancano i muscoli, questa è l’anima. E l’anima si fa vento. Sul lancio lungo di Meret, Östigård ci regala un corner dal quale Tony Vergara fa la prima cosa esatta del suo match: prende un calcione da Cornet. Rigore nettissimo, che il Var stranamente concede e Marelli prova a stigmatizzare con un lieve affondo; peccato, perché era difficile fare brutta figura ed invece, ci è riuscito. Novantaduesimo: ci va Rasmus. Cilecca. Ma alle volte anche le cilecche sono prove d’amore purché dopo si cercano gli abbracci.

E allora sì: vinciamo una partita assurda, coraggiosa, clamorosa. La vinciamo per dire a tutti che questo Napoli è tremendamente, oltre la logica, forte. Fortissimo come l’assenza che certifica la certezza dell’amore.

Scrittore, giornalista e autore teatrale, con una passione profonda per la musica e il calcio, tifoso del Napoli.

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