Il Napoli è in regressione tattica, Conte non ha molto tempo per invertire il trend

Il tecnico non è riuscito a rimediare allo stop di Neres. Davanti la squadra è inconsistente e si sta arrivando alla fase cruciale della stagione

Mg Milano 11/01/2026 - campionato di calcio serie A / Inter-Napoli / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Antonio Conte

Inconsistenza offensiva

Juventus-Napoli 3-0 è una partita che restituisce una fotografia fedele  della squadra di Conte, almeno in questo momento della stagione. Se da una parte del campo si sono manifestati degli evidenti problemi di tenuta difensiva, legati più alla concentrazione dei singoli che a un discorso puramente tattico, dall’altra abbiamo assistito a una prova offensiva davvero inconsistente. Ecco, inconsistente è il termine giusto per definire il Napoli visto a Torino e nelle ultime partite: gli azzurri, in questo momento, non hanno alcuna concretezza offensiva. Mancano di imprevedibilità nei singoli, e in più i giochi tentati – o anche solo abbozzati – sono facilissimi da arginare, da bloccare.

Certo, su questa situazione pesano gli infortuni, le assenze dei giocatori in grado di dare un twist alla partita. In termini giuridici, si direbbe che Conte ha tutte le attenuanti del caso. Al tempo stesso, però, resta un fatto: dal momento in cui ha perso David Neres, ormai tre settimane fa, il Napoli è rimasto fermo. E da allora non ha fatto passi in avanti, è rimasto imperniato su delle spaziature e dei meccanismi che non funzionano più. E che, in virtù dei risultati e delle prestazioni, non hanno più ragione d’esistere.

Certo, andrebbe e va anche detto che, in questi 21 giorni senza Neres, Conte ha dovuto preparare e giocare sei partite. Di fatto, quindi, non ha avuto materialmente il tempo per pensare a un’ideale contromossa. Ma i fatti restano tali: dal 4 gennaio a oggi, il Napoli ha vinto una sola partita – 1-0 in casa contro il Sassuolo – e ha offerto una prestazione convincente solo a San Siro, contro l’Inter. Poi, come detto, è venuta Juve-Napoli 3-0. Una partita in cui la differenza l’hanno fatta la forza, l’aggressività e un piano offensivo funzionante, più che gli errori di Spinazzola e/o di Juan Jesus.

L’aggressività della Juventus

Conte si è presentato a Torino con gli undici – ma si potrebbe quasi dire gli unici – giocatori che aveva a disposizione: Meret (l’unica novità al posto dell’infortunato Milinkovic-Savic), Di Lorenzo, Juan Jesus, Buongiorno, Gutiérrez, Lobotka, McTominay, Spinazzola, Vergara, Elmas e Hojlund, schierati secondo l’ormai consolidato 3-4-3/3-4-2-1. Rispetto alla gara contro il Copenaghen, però, il tecnico del Napoli ha effettuato un cambio tattico: Juan Jesus è stato spostato al centro della difesa a tre, con Buongiorno dirottato nello slot di braccetto a sinistra.

Anche Spalletti ha optato per la continuità: rispetto alla formazione schierata contro il Benfica, l’unico cambio è stato quello tra Coinceição e Miretti. Dal punto di vista delle spaziature in campo, la Juve si è schierata a specchio rispetto al Napoli: difesa a tre, centrocampo a quattro con McKennie e Cambiaso esterni, Conceição e Yildiz alle spalle di David. In fase passiva, la squadra bianconera ha esercitato una pressione alta e costante, creando dei duelli uno contro uno praticamente a tutto campo. Gli accoppiamenti erano immediati, grazie al modulo speculare: Kelly e Kalulu seguivano Vergara ed Elmas, Bremer era l’angelo custode di Hojlund. Lobotka e McTominay erano braccati da Thuram e Locatelli, mentre McKennie e Cambiaso marcavano Spinazzola e Gutiérrez. In avanti, Conceição e Yildiz pedinavano i due braccetti, con David su Juan Jesus.

Le marcature a uomo della Juventus sono state visibili in pressione altissima e anche in una fase meno intensa

In attacco, invece, la Juventus ha proposto qualcosa di leggermente più fluido rispetto al Napoli. L’uomo più difficile da seguire e limitare, per la squadra di Conte, è stato McKennie: l’americano ha interpretato in modo davvero mobile il ruolo di esterno a tutta fascia, spesso infatti veniva dentro il campo per aggiungersi alla coppia Locatelli-Thuram e ancora più spesso tagliava orizzontalmente il fronte offensivo per inserirsi in area o – addirittura – per sovrapporsi sulla sinistra. Per capire cosa intendiamo, basta guardare la mappa di tutti i palloni che l’ex Schalke ha giocato nel primo tempo:

Un esterno destro solo sulla carta

In realtà, però, la supremazia e il vantaggio della squadra di Spalletti nascono più dall’atteggiamento difensivo che da quello offensivo. Nel senso che il Napoli è stato mandato in tilt dalla pressione a tutto campo praticata dai giocatori bianconeri, bravi ad aggredire la partita in modo fisico, ma anche con grande ordine. Per dire: appena prima del gol di David, Thuram aveva colpito il palo con un meraviglioso tiro a giro; il centrocampista francese aveva ricevuto il pallone da Yildiz, bravissimo a soffiarlo a Gutiérrez a pochi metri dalla bandierina del calcio d’angolo.

Il gol nasce in modo diverso, ma solo in apparenza: dopo un’uscita dal basso della Juve, a sua volta stuzzicata dal pressing alto del Napoli, il pallone viene calamitato proprio da McKennie. Che, però, non si trova in quella che sarebbe – che dovrebbe essere – la sua zona di competenza, ma sulla fascia sinistra. Il modo in cui l’americano addomestica e “pulisce” un lancio lungo attira Juan Jesus fino al di qua del centrocampo, poi Yildiz scatta sulla sinistra e crea le condizioni per mettere la palla dentro. David manca la deviazione decisiva in mezzo all’area di rigore, ma sul cross seguente il Napoli rinvia corto. E così la sfera finisce prima a Locatelli, poi a David. Che taglia fuori Spinazzola in modo regolare e batte Meret sul primo palo.

Il gol della Juventus

Questo è un gol costruito con la foga, con l’intensità, con l’insistenza. Con il pressing alto sulla seconda palla sputata fuori dalla difesa del Napoli. Ma anche con l’intuizione tattica di Spalletti, che di fatto ha disegnato una Juve sghemba asimmetrica, fluida – quantomeno in fase di possesso. Il resto lo hanno fatto l’aggressività e anche la gamba della squadra bianconera, decisamente più tonica rispetto al Napoli. Lo dimostra l’azione grazie alla quale, due minuti e mezzo dopo il gol di David, Conceição ha praticamente siglato il gol del raddoppio – annullato da un salvataggio eroico di Buongiorno.

Tutto parte da un anticipo coraggioso, in zona altissima di campo, di Bremer

L’evanescenza del Napoli

Come detto tra le righe, anche il Napoli ha provato ad aggredire la Juventus. A difendersi in avanti, in modo ambizioso e intenso. Non è andata benissimo, come detto la squadra di Conte è stata travolta dagli avversari e avrebbe potuto essere sotto di due gol, forse anche di tre, al minuto 25′. Il vero problema, però, sta nel fatto che gli azzurri non sono mai andati oltre a un certo ordine tattico. Con la palla tra i piedi, infatti, l’unica occasione propriamente detta è arrivata al minuto 21′. Grazie e con Vergara, abile a sfruttare un recupero palla in zona avanzato a opera di Gutiérrez.

Per quanto riguarda invece le azioni manovrate, il Napoli è stato a dir poco evanescente. I dati sono eloquenti: quello di Vergara è stato l’unico tiro in porta scoccato dagli azzurri nel primo tempo. E, tra l’altro, il tentativo è arrivato da fuori area. Esattamente come le altre 4 conclusioni accumulate fino all’intervallo. Sì, avete letto bene: nel primo tempo, la squadra di Conte non ha mai tirato verso la porta dall’interno dell’area di rigore.

Tutti i tiri tentati dal Napoli nel primo tempo. Non c’è molto da aggiungere

È questo il dato più significativo relativo al Napoli, al momento attuale della squadra di Conte. La quale, come detto in apertura, ha pagato e sta pagando a caro prezzo l’assenza di David Neres. Ovvero del giocatore più determinante – perché creativo e brillante – del 3-4-3 varato a partire da novembre. Abbiamo già snocciolato i numeri, ma è anche una questione di percezione visiva: senza un esterno offensivo/sottopunta come David Neres, l’enorme lavoro che Hojlund continua a fare viene letteralmente sprecato. Né Vergara, così come Politano prima di lui, hanno e fanno ciò che servirebbe al Napoli per essere una squadra efficace dal punto di vista offensivo.

È una questione di qualità, naturalmente, ma anche un discorso di caratteristiche. Politano, Vergara e tantomeno Elmas – i tre calciatori che hanno sostituito o potrebbero sostituire Neres, in attesa dell’inserimento di Giovane – non hanno gli strappi e lo sprint del brasiliano ex Benfica. Magari sapranno anche venire in mezzo al campo convergendo sul sinistro, ma sono troppo più lenti e prevedibili di Neres. Sarebbero perfetti accanto a lui, ma non riescono a giocare e a incidere come lui.

I limiti di Conte

Al netto delle attenuanti già citate, in primis del poco tempo a disposizione, è in questo punto che si stanno manifestando i limiti di Conte – perché anche Conte ha dei limiti, l’allenatore perfetto non esiste. Il discorso è estremamente semplice: l’attuale tecnico del Napoli ama – e ha sempre fatto praticare – un calcio fisico e schematico. Anche nell’ambito della fluidità posizionale vista nell’ultimo anno e mezzo, i giochi offensivi della squadra azzurra sono sempre stati estremamente codificati, puntuali, quasi meccanici.

La mancanza di Neres – non un ingranaggio della macchina, ma l’ingranaggio più importante e impattante di tutti – ha determinato la condizione di cui abbiamo parlato finora. Una condizione a cui Conte non ha saputo porre ancora rimedio. Perché non ha avuto e non ha le risorse – intese come tempo, ma anche come calciatori in senso numerico – per farlo davvero, per intervenire come ha sempre fatto da quando è arrivato a Napoli. Questo è un fatto, un fatto inoppugnabile. Allo stesso tempo, però, va sottolineato che da tre settimane la squadra azzurra è in stagnazione. Se non addirittura in regressione. Non solo e non tanto dal punto di vista dei risultati, ma proprio a livello di prestazioni.

Il secondo tempo

In questo senso, il secondo tempo della partita di Torino contribuisce a chiudere il quadro e il discorso. Lo dicono i numeri: dopo l’intervallo, e fino al fischio finale, il Napoli ha messo insieme 4 tiri tentati, di cui uno respinto e 3 finiti fuori. Il conto è presto fatto: 0 tiri in porta in tutta la ripresa. L’unica buona notizia, ma ovviamente è una battuta, è che 2 di questi tentativi – con Hojlund al 51esimo e con Lukaku nei minuti di recupero – sono arrivati dall’interno dell’area di rigore difesa da Di Gregorio. Almeno questo.

Nel frattempo, la squadra di Conte ha anche accumulato il 59% di possesso palla, il 90% di precisione nei passaggi, 4 duelli aerei vinti contro i 3 della Juve. Ma resta il fatto che, pur tenendo bene il campo e rimanendo dentro la partita, almeno fino al gol del 2-0, gli azzurri sono stati impalpabili in fase offensiva. È per questo che prima abbiamo scritto, più o meno testualmente, che la marcatura tenera di Spinazzola e/o il passaggio sbagliato di Juan Jesus hanno avuto un peso relativo sulla partita: la verità è che il Napoli, in questo momento, fa un’enorme fatica a segnare. O meglio: a creare anche solo i presupposti del gol.

Alla Juventus, di fatto, è bastato alzare il ritmo per dieci minuti nel primo tempo e rimanere compatta: così è passata in vantaggio, così non ha corso alcun rischio. Gli altri due gol segnati dai bianconeri sono frutto della stanchezza, della sfilacciatura, anche della difficoltà psicologica del Napoli di Conte. Che dall’inizio di questa stagione ha una solidità difensiva a dir poco friabile, e che proprio in virtù di questo sta pagando soprattutto il momento critico del suo attacco.

Conclusioni

Nel calcio contemporaneo, piaccia o meno, bisogna attaccare bene se si vuole difendere bene, ine  modo ambizioso. Oppure si può essere un po’ più pragmatici, cioè si può adottare un modello più speculativo e meno sofisticato in fase offensiva, ma in questo caso bisogna esprimere e garantire una grande solidità arretrata. Oggi come oggi il Napoli non ha né la prima né tantomeno la seconda anima: è una squadra rimasta attaccata a un sistema che non regge più, che non funziona più. Le assenze, la stanchezza e la conseguente assenza di turn over hanno un peso su tutto questo, è chiaro, ma Conte deve necessariamente trovare una soluzione per invertire il trend.

A pensarci bene, anche altre scelte del tecnico azzurro sono discutibili – prima tra tutte l’insistenza nello schierare Gutiérrez sulla fascia destra. Più che gli uomini, però, al momento occorrerebbe un reset dei principi e delle idee su cui poggia l’intero progetto tattico del Napoli. Conte ha già dimostrato di avere gli strumenti per ribaltare completamente una squadra e una stagione, anche e soprattutto nei momenti d’emergenza, e adesso è arrivato il momento di dimostrarlo per l’ennesima volta. Non è rimasto molto tempo, così come non è rimasto molto margine d’errore. La rinascita o il crollo definitivo del Napoli passano da qui.

È nato a Napoli, si è fatto adottare anche dalla Sicilia e adesso vive a Milano.

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