Alla Stampa: «Ho trascinato il movimento? In Italia si ha la memoria corta. Sono arrivato quando Fognini vinceva Monte-Carlo e Berrettini faceva finale a Wimbledon»

Jannik Sinner ha rilasciato un’intervista alla Stampa che lo definisce “il numero uno della porta accanto”. «Perché piaccio alla gente? Forse perché sono uno normale». L’antidivo Jannik allora prova a definire la “normalità”.
Sinner: «Ho trascinato del movimento? In Italia si ha la memoria corta»
Sinner, definiamo uno normale?
«Il successo non mi ha cambiato, sono sempre lo stesso. Non cammino a testa alta se vinco, non mi deprimo se perdo. Non mi piace stare sotto i riflettori. Non mi atteggio. Chi mi sta vicino, sa quanto tempo dedico al tennis. Poi o piaci o non piaci, non si può controllare tutto. Io bado a chi mi sta vicino, alla famiglia, del resto mi importa poco».
L’Italia è presente in tutte le Finals, maschili e femminili. È stato lei a trascinare il movimento?
«In Italia spesso si ha la memoria corta. Io sono arrivato quando Fognini vinceva Monte-Carlo e Berrettini faceva finale a Wimbledon. Già nelle scorse stagioni ero costante, anche se non vincevo tanti titoli: proprio come sta facendo ora Musetti. Berrettini sta tornando, ci sono Cobolli e Arnaldi: ogni settimana, per uno di noi che perde, altri due possono vincere un torneo. Sono contento di aver dato il mio contributo. Ma in campo ciascuno è solo».
Tra Jannik e Carlos: differenze e somiglianze
Parliamo del suo grande rivale Carlos Alcaraz?
«Siamo due giocatori molto diversi. Io tengo il ritmo molto alto, sono forte mentalmente. Lui lo è fisicamente e tennisticamente al momento ha qualcosina in più: gioca meglio lo slice, le volée. Ma per me è un fatto positivo: significa che ho margini».
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Tecnicamente che cosa gli ruberebbe?
«Carlos in campo fa i numeri: smorzata, passante, lob… Non so se io sarò mai così. Però come tennista sono più solido e quando serve piazzo l’accelerazione vincente».
In che cosa invece vi assomigliate?
«Tutti e due tiriamo fuori il meglio nei punti importanti».
Lei assomiglia a Djokovic, Alcaraz a Federer: è d’accordo?
«Forse per la mentalità. Carlos è simile a Nadal, pressa fin dal primo punto, corre moltissimo. Poi alza la voce, sa come accendere il pubblico. Io sono più calmo, più freddo. Ma so diventare caldo anch’io. A volte fa bene innervosirsi, urlare contro il team, uscire dagli schemi un attimo, per poi rientrarci. Lo puoi fare se attorno hai persone di cui ti fidi».