La normalità del tifoso del Napoli che diserta il San Paolo: la fine della presunta diversità

Quelli di Napoli-Cittadella non sono più speciali di quelli di Milan-Cavese o Lazio-Vicenza. Però non arrabbiamoci con il tifoso, disertare è un comportamento umano

La normalità del tifoso del Napoli che diserta il San Paolo: la fine della presunta diversità

È inutile far finta di niente

È inutile fare finta di niente, oppure, peggio ancora, arroccarsi dietro le solite posizioni di pensiero che ben lontane da serie critiche alla vicenda in questione rischiano di rimanere “carne” da chiacchiere da bar o, al massimo, da interventi televisivi di personaggi che sempre più in modo auto-referenziale e pseudo-ufficiale pensano di poter esprimere il vero e sotterraneo pensiero della città e di chi la abita.

I pochi spettatori che ormai sempre di più popolano, ed anzi “spopolano” il San Paolo durante le partite del Napoli pongono una seria questione all’attenzione di chi cerca di analizzare cause e significati di questo allontanamento dei suoi tifosi dallo stadio, che rischia di articolarsi in una verità molto scomoda agli occhi ed alle orecchie di chi vuole rimanere concentrato a leggere o sentirsi raccontare la storia di una diversità che caratterizzerebbe, prima ancora che il tifoso napoletano, il popolo che lo rappresenta.

Se è vero che ad ogni narrazione di un fatto è sufficiente, per esistere, la voce di chi vuole raccontarlo e le orecchie di chi vuole ascoltarlo, è anche vero che ogni narrazione, per arrivare a qualificarsi come vera, ha bisogno di vivere attraverso i suoi riscontri oggettivi.

La storia di questi giorni sta riportando sul piano della realtà il racconto di una presunta specialità, ed anzi di una sovra-umanità (nel senso di eccezionale rispetto alla media umana di riferimento) del tifoso napoletano che, invece, tale mai è stata.

Le giustificazioni

Badi bene, il tifoso del Napoli, che questa analisi può innanzitutto essere da lui stesso utilizzata per difendersi dalle accuse di assenza “ingiustificata”: perché tale non è quell’assenza che è frutto di disillusione, di sveglia violenta ed improvvisa dal sogno, di rabbia anti-sistema che si scaglia contro il possibile Grande Burattinaio che non ti vuole campione, di politiche societarie che non portano campioni di grido ma solo giovani giocatori su cui potere un giorno fare plusvalenze,  di stadi scomodi da abitare e da raggiungere, di spalti non solo metaforicamente così lontani da quel campo dove ventidue super-pagati celebrano un rito a cui ci si può sentire estranei quando il proprio  stipendio mensile è pari a quello di due giorni di lavoro medio del calciatore che si celebra, e così via.

E si potrebbe continuare, legittimamente, riempendo il calderone  del “giustificativo” per ore ed ore, perché sono, queste, tutte (più o meno possibili) motivazioni che le assenze dallo stadio possono assolutamente “giustificarle”.

Ma se sono, queste, tutte argomentazioni da potersi validamente utilizzare in difesa e contro chi la presenza allo stadio la vorrebbe imporre, ecco però anche che queste argomentazioni sono le stesse che ti inchiodano al triste, ma severo e corretto giudizio della storia che sta compiendosi.

Quella che stanno scrivendo i sentimenti, le passioni e le pulsioni che riguardano i tifosi napoletani in quanto uomini.

Quelle stesse passioni che sa da un lato giustificano il dato dei 18.000 mila spettatori con il Napoli secondo in classifica in un campionato in cui niente più si ha da dire, e dallo stesso lato ti giustificano il dato – contrario – dell’assenza dallo stadio di tutti gli altri,  dall’altro lato fanno  classificare  tutti questi, assenti e non,   esattamente come ogni  tifoso di ogni zona geografica del globo (nord, sud, est ed ovest).

Passioni e pulsioni identicamente rintracciabili ovunque, nei soliti e ripetuti ciclici comportamenti che originano.

Esistono identiche specie in cui si compone l’unica grande categoria del tifoso a seconda dei momenti che attraversa la squadra: quello incazzato o quello contento, quello illuso o quello deluso, quello apatico o quello felicemente frenetico.

Questo è il dato che rileva, quello di un comune denominatore che non tollera eccezioni, ed anzi presunte eccezionalità o specialità nel senso di presunta diversità di popolo.

Perché ciò che è umano diventa per definizione comune, solito, abitudinario, prevedibile: in una sola parola, è classificabile per categorie di pensiero che nulla hanno di eccezionale o di speciale.

Umano, troppo umano, e niente più che umano dunque.

Non incazziamoci, per ciò, con il tifoso, ed anzi con l’uomo napoletano deluso che “diserta”, perché è comprensibile quando per ragioni contingenti diventa tifoso incazzato o deluso o dis-amorato.

Ma non pretendiamo, però, di pensare che il tifoso napoletano sia speciale o addirittura eccezionale rispetto al suo omonimo di qualsiasi altra parte del mondo in cui si tifa, perché declina le stesse ed identiche modalità di pensiero di ogni tifoso legato ai momenti storici che vive la squadra che ama.

I 45mila di Napoli-Cittadella e i 62mila di Lazio-Vicenza

Si, mi si verrà a dire, ma eravamo in 45.000 allo stadio contro il Cittadella in serie C, non è questo indice di eccezionalità di un popolo? No, deve rispondersi, perché per esempio i milanisti erano allo stadio in 40.000 contro la Cavese in serie B e perché per esempio i laziali erano allo stadio in 62.000 nella famosa partita del gol di Fiorini che evitò loro di retrocedere in serie C. E così via.

Perché, d’altronde, anche in occasioni come queste, in cui il fatto che si narra rasenta il paradosso, come è quello di una presenza massiccia allo stadio in partite di serie minori di un popolo abituato “meglio”, a farla da padrone è la solita e prevedibile umanità.

Quella di chi per dimostrare di essere diverso dall’altro perché va allo stadio nonostante la “partita minore” trasforma l’evento in una finta ed auto-referenziale rappresentazione di diversità e specialità di ciò che, tuttavia, diverso e speciale non è, perché già visto fare da altri tifosi, e perché altri tifosi lo faranno come loro.

Insomma, le passioni e le pulsioni possono essere raccontate con la maestria  di un popolo che ha imparato a narrarle ad arte e con arte, ed in quello siamo si maestri.

Ma alla resa dei conti – e dei fatti – stiamo sempre e costantemente a dimostrare di essere anche noi napoletani, nella migliore delle ipotesi, semplicemente uomini.

E quindi tifosi come tutti.

Altro che specialità.

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