Perché Liberato mi ha stancato (e preferisco i Nu Guinea)

Sono Napoli alternative. La prima si iscrive nella tradizione (neo)melodica. La seconda riprende il percorso di chi, a partire dalla tradizione, ha provato a sperimentare ed innovare

Perché Liberato mi ha stancato (e preferisco i Nu Guinea)

L’annosa diatriba se esista una o più Napoli

Non voglio entrare nella annosa diatriba che tanto appassiona i napoletani da sempre, se esista una Napoli oppure vi siano due città che non si parlano o, ancora, se sia una realtà caleidoscopica che rende impossibile la reductio ad unum. Quello che è certo è che, qualunque sia la realtà, si possono scegliere modi diversi di raccontarla. Si possono scegliere ispirazioni diverse, punti di vista opposti. Pensiamo a Saviano e Elena Ferrante, per esempio. Pensiamo a Troisi e Siani, a Eduardo e Salemme, a Pino Daniele e Nino D’Angelo.

Per questo mi sono soffermato a riflettere su come è stata raccontata la città da Liberato e dai Nu Guinea.
Di Liberato sappiamo più o meno tutto (identità a parte). Enorme fenomeno mediatico, sei canzoni (e sei video) rilasciati nell’arco di un anno, qualche apparizione più o meno reale, un concerto a Napoli che ha assunto i contorni del vero e proprio evento, da ultima l’apparizione al Sonar di Barcellona.

Napoli è anche assente in Liberato

Nei suoi pezzi parla d’amore, anzi, più precisamente di una sola storia d’amore, che è finita il 9 maggio del 2017 e della quale successivamente abbiamo appreso i particolari, da più angolazioni.
Sappiamo anche che i testi delle canzoni sono in napoletano moderno (si vociferava che l’autore fosse Emanuele Cerullo, poeta napoletano), una sorta di slang che “dialettizza” l’italiano e lo alterna con orecchiabili frasette in inglese (un po’ come faceva Battiato). Il risultato suona molto giovane e fa da contrasto agli splendidi video girati da Franesco Lettieri che, invece, sembra voler internazionalizzare la città, presentandola, a mio modo di vedere in maniera sin troppo artefatta, come una metropoli poliglotta e multietnica. Di certo Napoli è nelle canzoni di Liberato che ne evocano continuamente la topografia (Gaiola, Mergellina, Trentaremi, Procida, Forcella, Nisida, Marechiaro) e la eleggono a palcoscenico della tormentata storia d’amore tra i due ragazzi. Ma in qualche modo Napoli è anche assente in quelle stesse canzoni, rimossa e nascosta, come un tatuaggio che non ci piace più e tentiamo in tutti i modi di nascondere con l’abbigliamento giusto.

I Nu Guinea

I Nu Guinea, uno sguardo che non cede all’oleografia

Di tutt’altro stampo il lavoro dei Nu Guinea, duo napoletano (ma esule a Berlino) composto da Lucio Aquilina e Massimo Di Lena. L’album uscito da qualche mese, intitolato Nuova Napoli (una citazione dal film “No grazie, il caffè mi rende nervoso”: era il nome del Festival che Lello Arena/Funiculì Funiculà cercava di impedire a tutti i costi perché “Napoli nun ha da cagnà”), è il risultato di un’attenta e laboriosa ricerca nella musica partenopea degli anni ’70 e ’80.

I 7 pezzi che compongono l’album rielaborano (anche grazie alla partecipazione di musicisti di varia provenienza, alcuni dei quali selezionati sui gruppi facebook di Berlino) i suoni e le atmosfere di una vasta gamma di artisti che, partendo da Napoli, hanno lasciato il segno nel panorama nazionale e internazionale. Impossibile non ascoltarli senza che riaffiorino alla mente le note dei Napoli Centrale, degli Osanna, dei Città Frontale e naturalmente di Pino Daniele, Alan Sorrenti, Tullio De Piscopo e Tony Esposito. Il lavoro di archeologia musicale ha trovato anche uno sbocco tutto suo, visto che il duo ha selezionato una serie di brani per la compilation “Napoli Segreta“, in uscita per la Early Sounds tra qualche giorno, nella quale compaiono vere e proprio chicche oramai dimenticate.

Per i testi i Nu Guinea hanno fatto una scelta minimal. La prima traccia è strumentale, la seconda mette in musica una poesia di Eduardo; dei rimanenti 5 pezzi, solo due (Ddoje facce e Pareva ajere) hanno un vero e proprio testo, gli altri si limitano a ripetere un paio di frasi.

Poche parole, dunque, ma non irrilevanti, nelle quali si incrociano nostalgia e consapevolezza e dalle quali emergono le contraddizioni della città. Uno sguardo non originale, ma sicuramente sincero, che non cede alla tentazione oleografica e, soprattutto, alla rassegnazione.

Sono Napoli alternative, non complementari

La Napoli di Liberato e quella dei Nu Guinea, più che complementari, sono, a mio avviso, alternative. La prima si iscrive nella tradizione (neo)melodica, come ha sottolineato Nino D’Angelo, la seconda riprende il percorso di chi, a partire dalla tradizione, ha provato a sperimentare ed innovare. Liberato parla d’amore e di adolescenti, il tema più caro alla musica italiana (non a caso Assante lo paragona a Baglioni e Gigi D’Alessio), i Nu Guinea, che da anni vivono a Berlino, parlano di Napoli e, in particolare, di quella Napoli che può ancora provare a cambiare. Liberato di Napoli usa solo il dialetto e la Gaiola, mostra il bello e nasconde le mostruosità; i Nu Guinea non hanno paura di sporcarsi con il fango. Liberato astrae; i Nu Guinea contaminano.

La scelta di Liberato liscia il pelo alla Napoli delle fiction e dei gialli approssimativi, quella che si compiace e, facendolo, nega una parte di sé stessa. I Nu Guinea ci ricordano, invece, che siamo neri a metà (quando non completamente, come James Senese) e che abbiamo almeno ddoje facce,

Naturalmente non ci sono paragoni tra il successo commerciale delle due operazioni. Liberato ha fatto parlare di sé tutta Italia (e non solo), vanta milioni di visualizzazioni su YouTube (anche se gli ultimi brani non sono riusciti a ripetere l’exploit di 9 maggio), i Nu Guinea si devono accontentare di qualche migliaio di dischi venduti. Per quanto mi riguarda scelgo senza dubbio i Nu Guinea, preferisco la complessità al marketing effimero, la ricerca alla rimozione, le facce normali e svelate di Lucio e Massimo al mistero artificiale. Questione di gusti, certo, ma anche di prospettiva.
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