«Fiorentina, tieniti i Della Valle o vendi all’estero (anche se la Serie A non è appetibile)»

Il Corriere Fiorentino, sui viola ma anche sull’intero calcio italiano: «Investitori stranieri? Firenze è un brand forte, la Fiorentina e la Serie A no».

«Fiorentina, tieniti i Della Valle o vendi all’estero (anche se la Serie A non è appetibile)»

La vendita del club

Continua il lavoro del Corriere Fiorentino sulla messa in vendita del club viola. L’analisi di oggi, a firma di Gianfranco Teotino, è una lettura consigliata non solo per i tifosi viola, però. C’è dentro un’analisi complessa e complessiva del nostro calco, dello stato della nostra economia pallonara. Che nasce da un confronto con il 2002, anno delle ultime “difficoltà” di una Fiorentina, quella abbandonata da Cecchi Gori, destinata al fallimento.

«Non è solo una questione di prezzo. Basti pensare alla latitanza degli invocati “fiorentini veri” anche quando, quindici anni fa, si trattava di ricostruire sì dalle ceneri di un fallimento, ma senza investimenti iniziali che non fossero quelli di puro funzionamento. Ebbene, nel 2002 la situazione generale del calcio italiano era assai più solida di adesso. Si avvertivano soltanto i primi scricchiolii di una crisi che, dopo il decennio d’oro degli Anni Novanta, avrebbe, se non proprio travolto, assai ridimensionato un sistema che era stato a lungo il fiore all’occhiello dell’Europa del pallone. Quell’anno il fatturato della Serie A era soltanto del 17% inferiore a quello della Premier. Oggi è meno della metà. Basti pensare che nel XXI secolo solo un club di Serie A è stato acquisito da italiani con passaggio di denaro: il Cagliari ceduto da Cellino a Giulini».

Appetibilità

È il termine chiave. Lo scrive anche Teotino: «Il mercato italiano del pallone oggi non è appetibile. Non ingannino le recenti vicende di Inter e Milan. La politica dei cinesi nei confronti del calcio non prevede acquisizioni di club occidentali: nell’azionariato di Atletico Madrid e Manchester City sono entrati con quote di minoranza a caccia di know how, non per gestirli. L’Inter è stata un’eccezione propiziata dal fatto che, per le difficoltà economiche di Thohir, Suning ha avuto la possibilità di rilevare l’intera società alla stessa cifra per cui ne stava trattando una quota. La vicenda Milan è così intricata che parlare di proprietà cinese è improprio».

Da questi due punti, ovvero l’inesistenza di investitori italiani “importanti” e la qualità di eventuali compratori stranieri, discende l’essenza del prezzo. Che, semplicemente, invita la Fiorentina e i Della Valle a cercare investitori provenienti dall’estero. Che, attratti da un brand importante come quello di Firenze, possano decidere di giocarsi le proprie fiche calcistiche nel club viola: «Guardare all’estero è una cosa che, peraltro, i fratelli Tod’s stanno facendo da un po’ di tempo. Finora senza risultati».

«Poi c’è la possibilità, meno irrealistica, di trovare acquirenti americani e arabi. Però, in questo caso, ci potrebbero essere delle avvertenze: gli americani di soldi loro nelle società poi non ne mettono, anche se sono molti bravi però a sfruttare le potenzialità dove ci sono (vedi Manchester United, Liverpool e Arsenal); gli arabi invece sono più liquidi e quindi più generosi, ma finora non hanno mai considerato l’Italia una piazza interessante».

Italia

Circolo vizioso, si ritorna sul discorso dell’appetibilità. Ok per Firenze, ma la Fiorentina e il calcio italiano? «Firenze è simbolo di cultura e del meglio dell’italianità, ma la Fiorentina non lo è altrettanto. Intendiamoci, è una società solida, sostanzialmente senza debiti (tutto questo grazie ai Della Valle e ai loro manager), ma ha un numero insufficiente di fans (i fans nel mondo li fanno i risultati o i giocatori copertina) e partecipa a un campionato oggi privo di appeal internazionale. Gli stadi sono quelli che sono, gli squilibri esagerati, lo spettacolo ne soffre, la Lega non esiste e neppure le televisioni italiane sono più disposte a spendere troppo per averlo».

«Meglio tenerseli stretti allora i Della Valle. E magari tenersi pure stretti almeno alcuni dei giocatoririmasti conosciuti anche fuori dai nostri confini, perché comunque è più semplice vendere una discreta squadra di calcio che non un asilo d’infanzia per calciatori in erba, per quanto promettenti».

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