Bidoni sudamericani a Napoli/4. Edmundo e Vargas, sogni sbagliati di gennaio. E l’idolo Toledo

Bidoni sudamericani a Napoli/4. Edmundo e Vargas, sogni sbagliati di gennaio. E l’idolo Toledo

Tre ere geologiche diverse per i nostri fenomeni al contrario di oggi. Il Napoli di Corbelli, il Napoli di Serie C e quello da Champions. Tre calciatori d’attacco, che in qualche modo hanno segnato un’epoca negativa. Soprattutto Vargas ed Edmundo, arrivati durante un mercato di riparazione e presentati come grandi colpi. Non andrà proprio così. Toledo, invece, rappresenta in qualche modo gli anni dell’inferno in terza serie. Quindi, forse, gli vogliamo bene giusto un attimo di più.

Nel gennaio 2001, si gioca Lazio-Napoli. È il giorno dopo la Befana, e i padroni di casa portano sulla maglia i segni del loro dominio sportivo ed economico sul calcio italiano. Hanno vinto l’ultimo scudetto e l’ultima Coppa Italia, ma non vengono da un buon periodo. Anche perché il loro tecnico, Sven-Goran Eriksson, ha praticamente già annunciato l’addio di fine stagione e il successivo passaggio alla guida della Nazionale inglese. Il Napoli di Mondonico arranca in zona retrocessione e, in società, è guidato dallo stranissimo duopolio Corbelli-Ferlaino. Che, per il match dell’Olimpico, si presentano in tribuna con il nuovo grande acquisto di gennaio. O Animal, Edmundo. Centravanti brasiliano, un passato alla Fiorentina e uno scudetto perduto perché Batistuta ebbe la brillante idea di infortunarsi poco prima del Carnevale di Rio del 1999. Una festa a cui Edmundo, ovviamente, non avrebbe rinunciato per niente al mondo. Partì nonostante l’assenza dell’argentino. La viola di Trapattoni, costretto a schierare il solo Oliveira in attacco, perse il primo posto. 

Come dire: le premesse non erano proprio le migliori, anche se comunque Edmundo è universalmente riconosciuto come un grande calciatore. Tanto da figurare nella prima distinta dufficiale delle formazioni di Brasile-Francia, finale mondiale del 1998. La partita del malore di Ronaldo, che poi fu schierato lo stesso nonostante la crisi che l’aveva colpito poche ore prima della finale. Edmundo arriva a Napoli tra squilli di fanfara, con gli azzurri che per lui hanno rinunciato ad acquistare Martin Palermo. Una scelta nefasta: Edmundo giocherà 17 partite, riuscirà a mettersi davvero poco in luce. Troppo deficitaria la condizione fisica, troppo appannati scatto e tiro dei bei tempi. In tutto, 4 gol. Il più bello è del tutto inutile, quello dell’ultima giornata nel suo ritorno a Firenze. Una partita che sancisce la retrocessione del Napoli e l’addio di O Animal. Un sogno di gennaio sbagliato in partenza.

Undici anni dopo Edmundo, un altro sogno di gennaio. Questa volta, però, siamo su un altro livello. Il Napoli gioca la Champions League, ha Pandev, Cavani, Lavezzi e Hamsik in rosa. Deve affrontare il Chelsea, e De Laurentiis decide per il regalone. Arriva dall’Universidad de Chile e si chiama Edu Vargas. Nella classifica del Pallone d’Oro sudamericano, è secondo solo a Neymar. Sì, il fenomeno che nel 2015 vincerà la Champions col Barcellona. Costo dell’operazione: 14,8 milioni di dollari. Qualcuno storce il naso, sono troppi per una squadra che ha già quell’arsenale offensivo. Però si sa come vanno queste cose: le difese vincono le partite e ok, ma gli attacchi vendono i biglietti. E poi, vuoi mettere un talento del genere in un ambiente caldo come Napoli? L’unico che sembra poco entusiasta è Walter Mazzarri, che a precisa domanda risponde: «Non lo conosco». Il problema è che Mazzarri fa l’allenatore del Napoli. Non è che sia costretto conoscerlo, ma diciamo che non è proprio indicato partire così.

Il problema vero è che Mazzarri ha ragione. Ce ne accorgeremo solo dopo, ma ha ragione lui a non shcierarlo se non in occasioni proprio irrinunciabili. Non è un cattivo giocatore, Vargas. Si vede che sa trattare il pallone, che ha una predisposizione al gioco veloce, in verticale. Però, in questo Napoli non c’entra. È una seconda punta, al massimo l’esterno in un tridente. Non è un vice-Lavezzi del primo anno, tantomeno un vice-Cavani o un vice-Pandev del secondo. Il primo anno gioca 10 partite più due in Coppa Italia, di cui risulterà vincitore. Zero gol. Nella stagione successiva, è il titolare inamovibile di Europa League. Solo che poi, dopo un esordio brillante (addirittura tripletta all’Aik Solna), Cavani decide di iniziare a fare il cannibale. E di giocare tutte le partite, anche in Europa. Vargas si immalinconisce, gioca pure ma è un ectoplasma. In Napoli-Dnipro perde una palla sanguinosa a centrocampo e lancia il contropiede gol degli ucraini. Insomma, non è cosa.

Mazzarri ha ragione, dicevamo. Dopo l’addio a Napoli, prima in prestito e poi definitivo, Vargas ha giocato 75 partite. Ha segnato 12 gol. Ed è stato ceduto, o non riscattato, da Gremio, Valencia, Qpr. Ora è all’Hoffenheim, Bundesliga. 13 partite stagionali, un solo gol. Può bastare.

Lui è Robson Machado Toledo. In tanti ci avevano chiesto un suo profilo in questa rubrica, e ci scusiamo se non siamo riusciti a trovare un’immagine decente della sua brevissima avventura a Napoli. Sapevamo quanto ci teneste, non ce lo perdoneremo mai.

Quella che indossa è la polo ufficiale della sua ultima destinazione italiana, il Rapallobogliasco. Squadra ligure palesemente nata da una fusione. Sì, perché dopo Napoli, il brasiliano Toledo ha giocato per altre 12 diverse squadre del nostro Paese, tra serie B (pochissima), Lega Pro e campionati minori. Il resto è la leggenda di uno dei primi acquisti del Napoli di De Laurentiis, preso dall’Udinese da cui si era appena separato Pierpaolo Marino. In azzurro, per il brasiliano, 11 presenze e un gol. In questa partita qui, che dista poco più di dieci anni e sembra preistoria.

Il resto è la storia di un calciatore di quelli che piacciono pure alla gente di Napoli. Funambolico, divertente a guardarsi. Un po’ inconcludente, magari. Diciamoci pure la verità: fondamentalmente inutile. Ventura lo schiera, come detto, per altre dieci occasioni. Ma il suo primo gol, casuale come abbiamo visto, resta appunto tale. Un caso, unico. Qualche tempo dopo, in un’accorata intervista, racconterà di essere stato trattato male dalla società, di non essere stato messo nelle migliori condizioni per rendere. E poi aggiunge che «ci si è messo anche un piccolo infortunio a darmi noia». A gennaio, Reja sostituisce Ventura e decide che per il giovane brasiliano l’esperienza a Napoli si è conclusa. Finirà la stagione ad Ascoli, poi partirà per un giro d’Italia con tappe a Ravenna, Taranto, Cremona e Como. Il luogo dove lo ricordano con più affetto è Pistoia, due anni con gli arancioni e pure 12 gol. Forse, anzi sicuramente, la sua dimensione era proprio questa qui.

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