«Così insegno le arti marziali ai bimbi dei Quartieri Spagnoli. Ma per finire sui giornali c’è voluta una sparatoria»

«Così insegno le arti marziali ai bimbi dei Quartieri Spagnoli. Ma per finire sui giornali c’è voluta una sparatoria»

Ha riaperto i battenti lunedì pomeriggio, tra mille indecisioni e ripensamenti, la palestra di arti marziali Ronin Club di vico San Matteo, ai Quartieri Spagnoli, dopo essere stata teatro, la settimana scorsa, dell’agguato al pregiudicato Antonio Moccia.

“È stata una decisione sofferta  – commenta Karen Torre, l’istruttrice italo inglese presidente e direttore tecnico del Ronin Club – I genitori erano impauriti quasi più dei loro figli e volevano che ci trasferissimo altrove. Erano soprattutto arrabbiati, perché mi avevano sempre detto che quella è una brutta zona. Per me i Quartieri son tutti uguali, sono di Pozzuoli, ma loro dicono che ci sono vicoli e vicoli e che questo è peggio degli altri. Chiudere, però, sarebbe stato come arrendersi, sarebbe stato ingiusto, ho voluto restare. Abbiamo solo cambiato l’ingresso, per sentirci più sicuri: prima l’accesso alla palestra era fronte strada, adesso possiamo entrare direttamente dalla chiesa”.

Pochi i bambini presenti lunedì, alla riapertura, ma già ieri, al secondo allenamento dopo l’agguato, il gruppo si è ripresentato compatto, in compagnia dei genitori. Non solo, a incoraggiare gli abitanti dei Quartieri è stato anche il sindaco de Magistris, venuto in visita nei locali della palestra per assistere agli allenamenti, invitato dal presidente della seconda municipalità, Francesco Chirico. “Il presidente della municipalità ci sta aiutando ad ottenere la scuola Pasquale Scura, che ha una vera palestra. Era venuto a trovarci anche la settimana scorsa, proprio il giorno dell’agguato, è successo tutto subito dopo che lui era andato via. Venivamo dal Mondiale in Giappone e lui cercava di darci visibilità sui giornali, ma nessuno ha mai voluto raccontare la nostra realtà, c’è voluta la sparatoria! Poi ci ha promesso che ci avrebbe portati a Palazzo San Giacomo, dal sindaco, e invece ha fatto molto di più, ha portato il sindaco da noi”.

De Magistris ha incoraggiato Karen e i suoi allievi a non arrendersi: “Ci ha detto che la città ha problemi di criminalità ma che bisogna cambiarla da dentro, come penso anche io. Ha detto che non bisogna mollare e  ha dato nuova fiducia ai genitori, che vogliono solo più sicurezza per sé e per i propri figli”.

Karen, padre napoletano e madre inglese, ha la passione del karate da quando era piccola. Cintura nera, a causa di un infortunio ha dovuto abbandonare l’attività agonistica e così ha aperto la palestra di Pozzuoli, dove vive. Dal 2012 ha intrapreso la stessa attività ai Quartieri Spagnoli. “Ho deciso di iniziare qui perché mi piaceva l’idea di praticare le arti marziali in un quartiere come questo – racconta – Le arti marziali si fondano su disciplina, regole, rispetto del compagno. Mi sembrava bello offrire uno sport con questi valori in una parte della città che non conosce questi principi”.

Era il Natale 2012. A quel tempo insegnava alla palestra Nino Bixio, a Monte di Dio e tra le sue allieve c’era una bambina di Montecalvario. “La mamma mi parlò dei bambini del suo quartiere, di quanto avessero bisogno di credere in qualcosa – spiega – Io venivo dall’infortunio ed ero demoralizzata, volevo fare qualcosa di utile, far proseguire altri dove non ero riuscita io. Mi parlò dell’oratorio dei giovani girasoli, appartenente alla Chiesa della Concezione a Montecalvario. Era una stanza piccolissima, dove trovai ragazzi senza arte né parte, abbandonati a loro stessi, che conoscevano solo il calcio. Feci una lezione di prova scegliendo quelli di 13 anni, i più difficili, in un’età di transizione”.

Non è stato facile avviare la palestra: i ragazzi giocavano a pallone con i guantini del karate, affascinati solo dal calcio. “Il karate all’inizio ti rende goffo, ci vuole molto tempo per affinare la tecnica e diventare eleganti. È una disciplina molto lontana dalla mentalità occidentale e ancora di più da quella di ragazzi di quartiere come quelli che mi trovai davanti. Erano scettici, si sentivano inadatti”.

Sei ragazzi soltanto le diedero fiducia e iniziarono ad allenarsi mentre gli altri li guardavano deridendoli. “Poi li ho portati a fare delle gare, hanno vinto e si sono emozionati, e con loro anche i genitori. Le medaglie hanno dato loro luce: il parroco li ringraziava durante la messa della domenica, le maestre a scuola li elogiavano”.

Il passaparola ha fatto il resto. Alla palestra di Karen hanno cominciato ad arrivare sempre più bambini, fino a quando la stanzetta non è diventata insufficiente, così, in compagnia delle mamme degli allievi, l’istruttrice ha iniziato a girare il quartiere, fino ad approdare alla cappella sconsacrata di San Matteo. “Il parroco all’inizio era restio a farmi impiantare qui la mia palestra ma poi mi ha accolta con grande affetto. Adesso alleno 70 ragazzi, dai 5 ai 18 anni. Sono ragazzi talentuosi, ma nessuno crede in loro. Il fatto che sono nati nei Quartieri Spagnoli è come se li avesse segnati per sempre. Sono convinti che la scuola non serva, che il lavoro non si trovi. Non hanno nulla in cui credere, aspettavano solo che qualcuno credesse in loro, che gli dicesse ‘possiamo vincere’. Sono riuscita ad insegnargli che la passione è fondamentale, come l’impegno, e che se nella vita fai qualcosa con sacrificio, puoi vincere. La soddisfazione maggiore viene dai più grandi: sai, quando ti arrivano bambini piccoli è per decisione dei genitori, che li accompagnano e vengono a prendere, ma gli adolescenti no, scelgono da soli, è una soddisfazione enorme”.

Karen ha coinvolto i ragazzi nell’allestimento della sala, perché potessero capire l’importanza di fare qualcosa insieme e il rispetto per gli attrezzi del karate, come il tatami, l’importanza del non passarci sopra con le scarpe. “Il karate è una forma mentis, uno stile di vita – spiega – All’inizio erano affascinati dal poter dare liberamente calci e pugni, ma poi hanno capito che il karate è uno sport di difesa, non di attacco, e che richiede un controllo enorme. Si fanno punti arrivando a due centimetri dal viso, senza fare mano al compagno, sfiorandolo dal lato che vuoi tu”.

Oggi i ragazzi di Karen partecipano alle gare con grandi risultati. Due di loro, Marco e Giovanni, di 14 e 15 anni, sono addirittura saliti sul podio dei Mondiali di Tokyo. “Le gare hanno sempre messo i miei ragazzi sullo stesso piano di tutti gli altri atleti. Quando ti vedono con un kimono bianco addosso, uguale a quello che indossano loro, non ti chiedono da dove vieni, sei un atleta e basta. Ho fatto capire loro che il logo rappresenta me, che ho degli incarichi in Federazione, ma anche il Ronin Club di Pozzuoli, che siamo un’unica famiglia e che dobbiamo rispettare la nostra appartenenza. Attraverso quel kimono si sono potuti riscattare, la partecipazione alle gare ha cambiato la loro prospettiva. Hanno visto cosa c’è fuori dal loro Quartiere, e che anche loro possono fare qualcosa di importante. Oggi abbiamo molti meno mezzi degli altri ma dovunque andiamo ci dicono che vinciamo grazie al nostro grandissimo senso di squadra”.

Karen ormai non è solo un’istruttrice di arti marziali, per questi ragazzi: con loro si intrattiene a chiacchierare dei problemi sentimentali, familiari, scolastici. Adesso l’alternativa che si pone è se trasferirsi altrove, cedendo alle pressioni dei genitori, o restare a vico San Matteo. “Mi sono affezionata a questo posto dove in tanti vengono a piedi: se mi sposto, come faranno? Il parroco mi ha dato le chiavi della Chiesa, una fiducia enorme che non voglio tradire. Se riuscissimo a restare nei Quartieri con qualcosa di più grande e attrezzata, magari con degli spogliatoi, allora ci sposteremmo, ma credo che manterrei comunque San Matteo. Non voglio tradire la fiducia dei miei bambini”.

Bambini che, racconta Karen, non si sono spaventati tanto per l’agguato di camorra, ma per il fatto di aver visto violata la loro casa: “Non hanno visto la pistola, né l’uomo ferito, perché li ho portati subito via – spiega la coach – Ma sono stati violati nella loro oasi, nel loro piccolo mondo. Molti giornali mi hanno descritta come in prima linea nella lotta alla camorra ma non è questa la mia lotta. Il mio obiettivo  è solo dare qualcosa di diverso a dei ragazzini che non hanno nulla. La questione della legalità per me è troppo grande, per essa si deve battere la municipalità, devono intervenire le forze dell’ordine, io voglio fare altre cose: stare vicina ai ragazzi, insegnare loro la tecnica, portarli alle gare. Sto anche cercando degli sponsor. Non lasciateci soli, per piacere. Raccontate tutte le iniziative che interessano i Quartieri. Qui si fanno tante cose per questi ragazzi, meritano di essere conosciute da tutti”.

 

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