Quel coro delle curve (“In un mondo che…”) è un canto funebre

Il rock è morto, il punk è morto, il tifo è morto. Tanto vale aggiungere alla pagina dei necrologi quel grande fenomeno della società di massa del Novecento che fu il sostegno collettivo, festoso e agonistico di un intero stadio per la propria squadra. Se non è vero in assoluto, comincia a esserlo a Napoli. Della crisi di idee delle curve del San Paolo s’è già parlato, ma c’è da aggiungere che il trionfo dell’ultimo coro vergato dal nostro tifo organizzato (“In un mondo che, non ci vuole più, canterò di più”) è l’ennesima prova del trapasso definitivo. Riconosco che la melodia è ipnotica è la canzoncina si presta, nello scarico di adrenalina del post-partita, a essere cantata fino allo svenimento. Ma, appunto, nel postpartita. Durante Napoli-OM, invece, è riecheggiata a lungo, anche a match in corso. Con questo coro consegniamo l’antica idea di tifo al necroforo. Perchè? E’ povero nel testo (una sola strofa – che ha al suo interno una ripetizione – alternata con una serie di vocalizi). Non che i cori di un tempo fossero poemi, ma avevano una propria complessità e piacevolezza. Poi, come al solito, è autoreferenziale: parla degli ultras, non di calcio. Ma, soprattutto, è un canto funebre, nella lirica greca si sarebbe definito un threnos. Gli ultras riconoscono la propria condizione di marginalità e lanciano un grido di dolore: canto per esistere, ooh-ooooh-ooooooh.
A proposito di San Paolo. Scopriremo presto se le intemperanze che hanno accompagnato il match con l’Om varranno la squalifica dello stadio. Se così dovesse essere, ricordate che è vietato dall’Uefa sedersi sulle scale, spostarsi in altri settori o in un altro anello dello stesso settore per il quale si è comprato il biglietto, e in generale tutti quegli atteggiamenti che portano all’ammassamento delle persone e all’impraticabilità delle vie di fuga. Per dire che non bisogna essere gente abituata a menarsi nei parcheggi per avere la propria frazione di responsabilità sulla (eventuale) squalifica del campo.
Roberto Procaccini

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