I club valgono più degli allenatori: vale per l’Atalanta che non è sparita senza Gasperini, come per il Napoli

Sono la solidità e la lungimiranza societaria a fare la differenza. Gli allenatori possono incastrarsi benissimo ma un progetto imprenditoriale non può essere legato a un solo tecnico

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Mg Dublino (Irlanda) 22/05/2024 - finale Europa League / Atalanta-Bayer Leverkusen / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Giampiero Gasperini-Antonio Percassi

La rimonta dell’Atalanta ai danni del Borussia Dortmund e gli ottavi di finale raggiunti, impongono una riflessione su quella che è la società Atalanta e sull’importanza che, in generale, rivestono i club, le loro strutture e le loro dirigenze nel mondo calcistico. Tali società, guidate da imprenditori che hanno davvero a cuore le sorti di una squadra a cui sono legati, assomigliano sempre di più a un tesoro da preservare.

Partiamo con ordine.

Se si potesse riavvolgere il nastro del tempo e tornare ad agosto, si potrebbero ascoltare i commenti e le conversazioni funeree di una parte dei tifosi atalantini convinti che, dopo l’addio di Gasperini — autore di un ciclo leggendario lungo 9 anni e culminato con la vittoria dell’Europa League nel 2024 — la Dea sarebbe ri-sprofondata nell’inferno della bassa classifica e nella continua alternanza tra Serie A e B. Come se l’Atalanta fosse solo Gasperini.

L’importanza della solidità societaria

Probabilmente, in psicologia, è un effetto noto come “ancoraggio emotivo”: Gasperini era un porto sicuro, certo, ogni tanto attraversato da acque agitate, ma fondamentalmente sicuro. E a volte, per essere troppo ancorati a qualcosa, si perde di vista il contesto più grande e strutturato, che in un certo senso avrebbe impedito un naufragio: un timoniere esperto e silenzioso, che nulla chiede ma a tutto provvede. Tale timoniere risponde al nome di Antonio Percassi, bergamasco doc e affezionatissimo ai colori della Dea.

Ecco, con uno così alle spalle, la sbandata è stata sì possibile (Juric, ma può capitare), ma non il naufragio: strutturalmente, la Dea è solida, è una realtà virtuosa del calcio italiano, con strutture e settore giovanile all’avanguardia, in grado di allestire da anni un player trading di eccellenza, e che ha costruito le sue fortune su una base solidissima, senza avere nemmeno la metà del bacino d’utenza delle big. L’Atalanta ha una delle rose più attrezzate della Serie A e lo scorso anno col terzo posto finale ha ottenuto decisamente meno di quanto fosse lecito attendersi.

Gasperini è stato un capitolo importantissimo della storia recente della Dea, ma il libro lo stanno riscrivendo i Percassi. Molto banalmente: gli allenatori e i calciatori vanno e vengono, le fondamenta societarie rimangono e permettono tutto questo.

Ricorda qualcosa?

Magari non ha l’aplomb dei Percassi, è sanguigno all’inverosimile, ma ciò che ha fatto per il Napoli è sotto gli occhi di tutti: Aurelio De Laurentiis e la sua gestione societaria sono stati le fondamenta dei successi azzurri dal 2004 ad oggi. Non a caso si parla di era Adl: 7 trofei, la metà del palmarès del Napoli (con due scudetti), e calciatori scoperti, lanciati, venduti e sempre sostituiti a dovere.

Le critiche catastrofiste puntualmente rivolte dopo la cessione di un calciatore si sono sempre trasformate in uno scroscio di applausi per l’ennesimo grande acquisito. Non può essere un caso, e infatti non lo è.

Al di là della facile ironia sulle aragoste pescate dal wc, la stabilità societaria e la capacità di portare il Napoli dall’inferno della Serie C alle vette del calcio italiano ed europeo hanno certificato quanto De Laurentiis avesse ragione su tutta la linea con il suo modello societario. Non ci sono fondi strani o sceicchi, ma solo la visione di un’uomo capitato al momento giusto. Considerando che l’alternativa sarebbe potuta essere Gaucci…

Una riflessione doverosa

Se la base è solida e le linee guida societarie sono chiare, c’è poco da temere. Una società ha sempre il diritto di far rispettare quelle che sono le direttive che l’hanno resa grande. Crediamo che questo possa valere anche al termine di questa stagione, quando ci sarà il doveroso meeting tra i vertici e Antonio Conte. L’anno scorso il patron è stato aperto a qualsiasi richiesta; quest’anno, probabilmente, i ruoli si dovranno invertire.

Una prova? I profili che si stanno seguendo e che sono già arrivati sul mercato di gennaio sono da “vecchio Napoli”: giovani tipo Santos e — perdonerete il gioco di parole — Giovane, con ampi margini di crescita e futura rivendita.

Lo strappo alla regola fu fatto per dare a Conte una squadra in grado di competere subito, per ritornare in Champions (lo scudetto non se lo aspettava nessuno, senza dimenticare che a gennaio fu venduto Kvaratskhelia) e riparare i danni derivanti dalla mancata qualificazione e dal decimo posto. Ora, probabilmente, il trend si invertirà, e a chi non piace dovrà farselo piacere.

Classe 2000. Scrivo di sport, soprattutto di calcio e del Napoli, come collaboratore e occasionalmente editorialista.

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