Basta con la retorica delle mammine-eroine, che triste il racconto delle campionesse olimpiche (De Gregorio)
Su Repubblica: sol perché sono donne non riusciamo a non raccontarle come "la fidanzata di, la compagna di, la madre di"

Rg Milano 07/02/2026 - Olimpiadi Milano Cortina 2026 / Speed Skating / foto Image Sport nella foto: Francesca Lollobrigida
Ci risiamo. Non sono solo campionesse, le medagliate ai Giochi di Milano-Cortina. Sono anche vittime sempre della stessa retorica. “L’eroina che sconfigge il dolore, la madonna del miracolo, la campionessa priva di figli – breve momento di disorientamento: come definirla, se non madre? – la bella col rimmel che cola, Venere di rimmel, la single in cerca di compagnia, presto, si aprano le candidature: non può certo restare sola, vacante, vuota di uomini, una così. La fidanzata di (certo non è un gran fidanzato, è discutibile: disapprovazione), la compagna di (ma sono tutti fidanzati fra di loro, i pattinatori? ufficialmente, però poi chissà: ammiccamento). La madre di (madre e figlio insieme in gara! Storiona: la madre ultraquarantenne, il figlio diciottenne. Vi ricordate di quando lei scendeva sulle piste in minigonna col bambino in braccio? No? Era quindici anni fa, eccola: foto, video vintage)”. Così Concita De Gregorio, nella sua rubrica su Repubblica, coglie un punto mica da poco: “Non ne stiamo uscendo benissimo da queste telecronache, da questi resoconti, e tutto avrei voluto fare oggi tranne che l’ennesimo milionesimo articolo sulle parole per dirlo: sul modo in cui si parla delle donne“.
“Viviamo oggi in un paese dove due donne sono a capo del governo, una, e dell’opposizione, l’altra. Ma, di nuovo, niente. Anzi, peggio – scrive l’editorialista – Sono qui perciò, a inutilmente dire che sono senza dubbio strepitose, queste atlete olimpiche che un giorno si sfracellano la faccia sul ghiaccio e il giorno dopo vincono la gara, che in dieci mesi recuperano una lesione gravissima e vincono l’oro. Lo sono soprattutto per un pubblico tv abituato a vedere i calciatori agonizzare per un urto in campo come se li avessero squartati, bruciati vivi. No, vi assicuro. Non è diversa la percezione del dolore. Uomini e donne sentono male con la stessa intensità. Informatevi, cercate su Internet se non vi fidate. Il sistema neuronale è il medesimo: è la reazione, ad essere diversa. E qui sì, c’è una questione di abitudine e tolleranza. Una diversità fra maschi e femmine. Culturale, non genetica”.










