Napoli ad alta tensione, quasi da tutti contro tutti. Ma col giusto condottiero le tensioni possono essere positive
Vigilia della svolta Champions: Copenaghen dirà molto sul futuro. De Laurentiis, Conte, lo staff medico, i calciatori: nessuno è contento, ciascuno per motivi diversi

As Roma 30/11/2025 - campionato di calcio serie A / Roma-Napoli / foto Antonello Sammarco/Image Sport nella foto: Antonio Conte
La notte dei lunghi coltelli. È quello che si vive in casa Napoli, Conte è di fronte a un bivio. A una scelta. Le scelte si sa sono sempre impopolari. Continuare la corsa in campionato, dove l’Inter degli ingiocabili perderà fisiologicamente punti, potrebbe portare il Napoli a contendersi ancora il campionato. Abbandonando la Champions, che dà prestigio e anche un pacco di milioni: il superamento del mega tabellone a trentasei squadre, tra piazzamento all’interno del tabellone, partecipazione ai play-off e successivo accesso agli ottavi, vi sono, a spanne, tra i quindici e i diciotto milioni di buone ragioni (per la società) per accedervi. In una situazione normale concorrere in entrambe le direzioni sarebbe la serena prosecuzione di una stagione. Ma l’aggettivo “sereno” in questa stagione non è consonante con l’ambiente Napoli. Possiamo dirlo senza troppo timore di smentita: il Napoli, in questo momento storico, è l’inferno. Siamo al tutti contro tutti. Postura e prossemica di Conte, intervistato sabato a Dazn, hanno ricordato il mitologico “nothing to say” di Josè Mourinho. Il presidente tace ma, come dicono a Rescaldina, sta come un’ufera. La campagna acquisti, avallata da Conte e strombazzata da Giovanni Manna, ha portato soltanto due titolari, un panchinaro strapagato (Beukema) e due che sono diventati scarti da sbolognare (Lucca e Lang). Senza contare il lungodegente Kevin De Bruyne che probabilmente sa che Napoli esiste solo perché i suoi figli ci vanno a scuola. Ma pensieri, parole, opere ed omissioni del rosso belga sono rivolte al prossimo mondiale americano, non certamente alle vicissitudini della squadra che ha avuto la sventura di tesserarlo. Obiettivo mondiale sensibile anche per il primo soldato di Antonio Conte. Quel Romelu Lukaku le cui tracce si sono perse al tempo degli arrosticini.
Aurelio De Laurentiis è la parte debole nel rapporto con Antonio Conte. Certamente non affibbiamo al tecnico leccese doti di manipolazione rasputiniana, ma semplicemente ad oggi sono ancora in netto vantaggio i punti di forza, rispetto a quelli di debolezza, dell’averlo tesserato quale allenatore del Napoli. Meglio un allenatore che magari appesantisce la preparazione, ma che a gennaio ti mantiene in vita tutte le competizioni, invece che un tecnico che azzecca la preparazione, ma fallisce gli obiettivi stagionali. Per il Napoli odierno salti nel buio (alla Garcia) o rivoluzioni giochiste (come Italiano), non possono essere considerati. Vedendo il deserto di tecnici in Italia e all’estero, in grado di essere un upgrade rispetto a Conte non ve ne sono. Il Napoli dovrebbe seriamente pensare di tenerlo a libro paga per altri anni. Cercando di trovare una sintesi tra il credo incrollabile del tecnico e le esigenze dei calciatori. La preparazione da “navy seals”, impronta indelebile dell’indimenticato Giampiero Ventrone soprannominato appunto “il marine”, sta facendo più male che bene. Si è ormai perso il conto degli infortuni, muscolari, e non traumatici, che hanno coinvolto i giocatori del Napoli. Ci sono passati tutti. Si fanno prima a contare quelli che non hanno subito infortuni, rispetto a quelli costretti a fermarsi. Il presidente è scontento, della preparazione atletica, e della gestione degli infortunati, oltre che della campagna acquisti che ha certificato l’inadeguatezza al ruolo di Giovanni Manna. Certamente Conte avrà avuto un ruolo preponderante nella scelta dei calciatori, ma un direttore sportivo in grado di far valere la propria autorevolezza e la propria conoscenza del mercato avrebbe fatto tutta la differenza del mondo. L’impressione è che Manna viva da equilibrista, tra le pressioni economiche di Chiavelli, e il complesso d’inferiorità verso un idolo di una vita come Antonio Conte. Avere in un ruolo chiave un diesse navigato avrebbe consentito a parte tecnica e parte economica di trovare quella sintesi, che al momento non c’è mai stata.
Antonio Conte, dal proprio punto di vista, è scontento. Non abituato a una società che non utilizza riserve proprie per un aumento di capitale da dieci milioni di euro, per sbloccare il mercato: la vede come un intralcio, ovvero mancanza di fiducia. L’inghippo burocratico dell’aumento del costo del lavoro che blocca il mercato è stato una manna per le casse del Napoli. Continuare a sperperare soldi sul mercato, per vederne la quasi totalità marcire in panchina, o dimostrare sul campo la propria inadeguatezza, storicamente non ha mai fatto parte del Napoli. E da un punto di vista gestionale è assolutamente corretto. Tra l’altro nomi in grado di spostare gli equilibri a favore del Napoli non ne sono mai stati fatti. Trattative coperte, visto il blocco, sono difficile da intavolare a gennaio.
Il clima infuocato, a nostro avviso, è molto più salubre per la squadra, rispetto alla melassa narrativa in stile “Compagnia delle Indie un gruppo di amici sinceri”. La Lazio vinse il suo primo scudetto con una squadra divisa da due clan, che si sparavano letteralmente addosso. Questo Napoli vive un clima più temperato rispetto a quella Lazio. E quando c’è da lottare lo fa soprattutto grazie al proprio condottiero che sarà la garanzia di calcio serio fino a quando sarà a Napoli.











