La partita di McTominay ai raggi X: era ovunque. Tra Lautaro e Thuram, un solo tiro nello specchio
L'evoluzione di McTominay è davvero strepitosa: oggi è l'uomo che detta il tempo delle azioni del Napoli attraverso il pressing e le progressioni palla al piede.

Le migliori squadre della Serie A, in momenti diversi
Inter-Napoli 2-2 è stata una partita divertente, tirata, ricca di spunti. E ha emesso una sentenza chiara: in questo momento, quella di Chivu e quella di Conte sono le migliori squadre della Serie A. Sia per valori assoluti che per espressione di gioco. Premesso questo, e detto che il pareggio venuto fuori a San Siro è sostanzialmente corretto – come vedremo – se guardiamo al rapporto tra occasioni create e concesse, c’è da evidenziare che abbiamo assistito a una sfida che partiva da precondizioni decisamente diverse.
Nel senso: l’Inter aveva a disposizione tutta la rosa all’infuori di Dumfries, aveva – e ha ancora, naturalmente – quattro punti di vantaggio ed è andata per due volte sopra di un gol. Il Napoli, invece, è arrivato a San Siro decimato e incerottato, è finito sotto nel punteggio a inizio gara e a un quarto d’ora abbondante dal fischio finale, eppure alla fine si è presa il 2-2 e per larghi tratti della gara ha giocato alla pari con la squadra di Chivu.
In virtù di tutto questo, si può dire che lo scontro diretto di San Siro si sia svolto e sia finito in modo favorevole a Conte e ai suoi uomini: il Napoli, infatti, ha restituito una chiara percezione di solidità e anche di qualità offensiva. L’Inter ha chiuso la gara con più tiri tentati (13-7) rispetto al Napoli, ma le due reti segnate sono arrivate su una palla persa da McTominay e su rigore; a parte le due conclusioni vincenti di Dimarco e Calhanoglu, i nerazzurri non hanno mai costretto Milinkovic-Savic a un intervento davvero difficile. E l’unica occasione davvero nitida è stata costruita quella nel recupero della ripresa, quando una botta di Mkhitaryan ha colpito il palo solo dopo una deviazione di Di Lorenzo.
L’emotività e poi la tattica
In alcune partite, l’impatto dell’emotività arriva molto prima della tattica. Ecco, Inter-Napoli è una partita del genere. Perché, molto più che attraverso le mosse di Conte, gli azzurri hanno rimesso in piedi la partita grazie alla loro forza mentale. Alla loro capacità di rimanere lucidi nonostante i momenti fossero caldi, concitati. Tra poco vedremo come i giocatori del Napoli hanno dimostrato la loro lucidità, ma intanto partiamo dall’analisi delle scelte fatte da Chivu e Conte. Che, si può dire, si sono presentati al big match di San Siro con i loro migliori giocatori a disposizione, almeno in questo momento.
Fa strano pensare che, nel Napoli, attualmente Juan Jesus dia più garanzie rispetto a Buongiorno, ma anche la gara contro l’Inter ha detto esattamente questo. Per il resto, tutte le indiscrezioni della vigilia sono state confermate: Lang in panchina, Politano spostato nel tridente offensivo, Di Lorenzo esterno a tutta fascia con Beukema titolare. E poi Rrahmani, Lobotka, McTominay, Spinazzola, Elmas e Hojlund. Dall’altra parte del campo, Chivu ha confermato il suo 3-5-2 classico e il terzetto difensivo Bisseck-Akanji-Bastoni. A centrocampo Zielinski, Barella e Cahlanoglu, Luiz Henrique e Dimarco sugli esterni. Fin dai primi istanti di gara, il sistema dell’Inter è stato letteralmente assaltato dal Napoli con le ormai consuete marcature uomo su uomo:


Le marcature uomo su uomo predisposte da Conte
Come si vede nel secondo di questi frame, Rrahmani e Juan Jesus erano i due centrali “assegnati” a Lautaro e Thuram, mentre Beukema si alzava per seguire uno dei centrocampisti. In fase di possesso, invece, il Napoli ha assunto una disposizione raramente vista in precedenza, con Beukema molto largo a destra – quasi come se fosse un terzino – e con Elmas quasi sempre stretto nel mezzo spazio di centro-sinistra. Le scalate di Lobotka in mezzo ai centrali, il conseguente spostamento di Juan Jesus sulla sinistra e i movimenti in sovrapposizione delle coppie Di Lorenzo-Politano e Spinazzola-Elmas facevano oscillare gli azzurri tra il 3-4-3, il 3-5-2 e il 4-3-3, con Hojlund riferimento offensivo:


Due momenti in cui il Napoli ha impostato il gioco con Beukema terzino destro. Nel primo frame si vedono Di Lorenzo in posizione di attaccante e Politano in quella di mezzala, sopra invece gli azzurri costruiscono dal basso con una linea a quattro.
L’iniziale e feroce aggressività della squadra di Conte è stata un po’ smorzata dal gol di Dimarco, nato da un recupero palla alto di Zielinski – sul contrasto col centrocampista polacco McTominay è stato troppo morbido, per una volta – su cui gli azzurri si sono fatti trovare un po’ scoperti. Anche perché, come detto prima, erano in fase di possesso e l’esterno di parte, ovviamente Di Lorenzo, era molto avanzato e ha fatto fatica a rientrare. Poi però i giocatori di Conte sono riusciti a ricomporsi, si sono rimessi a giocare e hanno trovato il pareggio. Con un gol che è il manifesto del piano-gara preparato dal tecnico del Napoli per la partita di San Siro:
Il primo gol di McTominay
Qui il Napoli è stato intelligente ad allargare il pallone sulla sinistra, laddove storicamente la squadra di Conte attacca di meno – anche a San Siro gli azzurri hanno costruito il 45% delle loro manovre offensive a destra – e laddove l’Inter aveva un quinto poco a suo agio negli uno contro uno, parliamo di Luiz Henrique, e un braccetto che tende a distrarsi spesso (Bisseck). Poi è chiaro che la lettura e la qualità di tocco di Spinazzola ed Elmas fanno la differenza, così come il perfetto inserimento di McTominay. Però c’è anche un altro aspetto di quest’azione che deve essere sottolineato e apprezzato: la sponda iniziale di Rasmus Hojlund.
Rasmus Hojlund
A questo punto, dopo aver visto e “approfondito” il (primo) gol di McTominay, bisogna necessariamente parlare di Rasmus Hojlund. Sì, perché come detto questo gol nasce da una giocata dell’ex Manchester United. Per la precisione, da quella che è stata la giocata più ricercata dai giocatori del Napoli durante la gara contro l’Inter: il passaggio medio-lungo sulla figura del centravanti danese. Su cui, naturalmente, Chivu ha predisposto la marcatura a uomo di Akanji. Ma che, di fatto, ha vinto la maggioranza dei duelli contro il suo avversario diretto. Duelli che, come si vede in questa grafica, si sono consumati soprattutto nei mezzi spazi:

Tutti i palloni toccati da Hojlund
Come nel gol che avete visto in precedenza, il compito di Hojlund era quello di farsi dare la palla e agire da pivot, smistandola verso i giocatori che si inserivano ai suoi lati. Soprattutto Politano ed Elmas, ma anche Di Lorenzo, Spinazzola, lo stesso McTominay – che con i movimenti a convergere di Elmas ha più libertà di aggredire l’area avversaria – e persino Beukema. Alla fine, i numeri dicono che il centravanti danese ha fallito solo 5 dei 30 palloni che ha giocato, ha servito 13 passaggi precisi su 17 tentativi, ha ingaggiato 7 duelli complessivi tra quelli col pallone a terra e quelli col pallone in area.
In questo sistema, e con queste attribuzioni, Hojlund è un vero e proprio apriscatole. Catalizza su di sé le attenzioni di uno dei difensori avversari, spesso il più bravo in assoluto, ed è una calamita ma anche una lavatrice di palloni. In questo senso, non è un caso che, in occasione della gara contro l’Inter, il Napoli abbia abbassato in maniera sensibile la media dei lanci lunghi tentati: uno ogni 9,8 passaggi a San Siro, uno ogni 13 passaggi considerando tutte le gare.
Insomma, l’idea di Conte era quella di stanare l’Inter sfruttando la fisicità del suo centravanti. E poi sfruttare il gioco sulle fasce e gli inserimenti centrali per andare a fare male la difesa di Chivu. Anche le due grandi occasioni costruite a inizio ripresa sono nate così: prima un lancio lungo letto male da Akanji, lancio su cui Hojlund ha sfiorato il palo con un tiro in diagonale. E poi un cross dalla sinistra su cui Di Lorenzo è stato sfortunato nella torsione di testa. Riguardando il video sotto, scoprirete come anche quest’azione del Napoli cominci con una sponda di Hojlund:
Altro appoggio sulla figura
La difesa del Napoli
Il Napoli, come detto in precedenza, ha restituito una percezione di totale solidità. Merito del 5-4-1, oramai il modulo consolidato con cui gli azzurri si dispongono nella fase di non possesso statica – ovvero quando gli avversari riescono a superare la prima pressione. E merito di chi “riempie” questo sistema, a cominciare dai centrali difensivi. In questo senso, i dati di Inter-Napoli dicono che, tra il gol di Dimarco e il rigore trasformato da Cahlanoglu, la squadra nerazzurra ha tirato solo 2 volte nello specchio della porta difesa da Milinkovic-Savic. E 2 delle 4 conclusioni complessive tentate dai nerazzurri sono arrivate sugli sviluppi di due situazioni non dinamiche, vale a dire una rimessa laterale e un calcio di punizione. Per il resto, tutti i tiri tentati dai giocatori di Chivu sono stati respinti dai difensori del Napoli.
Tornando ai centrali, va fatto un elogio soprattutto a Juan Jesus e a Rrahmani: seppure impegnati nei duelli a tutto campo contro Lautaro e Thuram, hanno chiuso la gara con delle statistiche eccellenti. Il brasiliano ha vinto 5 contrasti (record tra tutti i giocatori in campo) e ha respinto 2 conclusioni. Sulla valutazione di Rrahmani pesa il fallo da rigore che ha portato Cahlanoglu a trovare il gol del 2-1, ma per il resto la prestzione del centrale kosovaro è stata pulita e precisa. Anche in fase di impostazione: i suoi 76 passaggi sono stati la quota record, per il Napoli, nella sfida di San Siro. Più di ogni altra statistica, però, va evidenziato come Lautaro e Thuram abbiano concluso Inter-Napoli con 2 tiri complessivi (uno a testa) e una sola conclusione finita nello specchio.
Scott McTominay
Il pareggio, alla fine, è arrivato grazie a un’altra zampata di Scott McTominay. Che, però, non deve essere considerato il migliore in campo di Inter-Napoli 2-2 in virtù della sua doppietta – che già di per sé basterebbe. La verità è che il centrocampista scozzese ha giocato una gara sublime – l’ennesima – nel cuore del centrocampo, come vero e proprio motore pulsante della sua squadra. Dal punto di vista puramente tecnico, la sua evoluzione è davvero strepitosa: oggi McTominay è l’uomo che detta il tempo delle azioni del Napoli attraverso il pressing e le progressioni palla al piede. Progressioni che nascono dalla sua fisicità, cioè che iniziano nel momento in cui lui difende il pallone dagli attacchi avversari e poi sguscia via, e che si esprimono attraverso la qualità. Ovvero le finte di corpo, i movimenti a trarre in inganno gli avversari. I tocchi che danno respiro alla manovra.

Tutti i palloni giocati da McTominay
Il campetto sopra serve a segnalare/mostrare quanto McTominay sia stato impattante a tutto campo, anzi va messo in risalto come i 3 palloni toccati in area abbiano generato 2 gol e un tiro finito nello specchio della porta di Sommer. Ma ci sono anche dei dati spaventosi. Questi: il centrocampista scozzese ha chiuso la gara contro l’Inter con 7 duelli vinti su 11 ingaggiati, 4 palloni intercettati, 10 azioni difensive complessive, 4 falli subiti. Più 3 passaggi lunghi completati su 3 tentativi, una percentuale di precisione degli appoggi pari al 93% e solo 4 palle perse su 72 giocate.
Gli aggettivi più azzeccati per definire una prestazione del genere sono “dominante”, “totale”, “impeccabile”. Anche perché, lo ripetiamo, ora come ora McTominay è stato trasformato in un mediano vero e proprio. Non è più un incursore, piuttosto un vero e proprio centrocampista box to box. Che magari entra poco nella box (intesa come area) avversaria, ma in quelle volte che entra continua a manifestare il suo killer instinct. E nel frattempo è padrone assoluto del centrocampo, fa a spallate con tutti, trascina i palloni in avanti con continuità e qualità, orchestra la manovra offensiva.
Conclusioni
Tornando per un attimo all’inizio: se consideriamo che al Napoli mancano David Neres, De Bruyne, Anguissa e Lukaku, il pareggio di San Siro è un’impresa enorme. Per il modo in cui è arrivato. Per la prestazione che l’ha generato. E perché, di fatto, è un risultato che toglie certezze all’Inter. A maggior ragione se pensiamo che la squadra di Chivu è andata due volte in vantaggio e per due volte si è fatta riprendere. Ecco, questa lettura puramente psicologica – o comunque emotiva – della gara ha un suo peso. Anche nell’economia dell’analisi tattica: dopo la partita di Milano, Conte sa che il sistema disegnato per il suo Napoli può funzionare anche negli scontri diretti più difficili. Anche senza Neres. Persino quattro giorni dopo un brutto passo falso come il pareggio interno contro il Verona.
Allo stesso tempo, e allo stesso modo, il quarto scontro diretto non vinto dall’Inter in questo campionato potrebbe avere delle ripercussioni. Non tanto sull’approccio o sullo stile di Chivu, quanto sulla percezione della squadra nerazzurra. Che adesso non ha più la gara casalinga su cui contare per poter allungare sul Napoli, e soprattutto non ha ancora trovato una strada alternativa per venire a capo di certe partite.
Esattamente il contrario di quanto è successo e sta succedendo al Napoli. Che prima o poi ricomincerà a recuperare gli infortunati, e allora avrà diverse soluzioni tra cui scegliere. Oltre a quella utilizzata a San Siro e nelle ultime settimane, che funziona decisamente bene e ha permesso ai calciatori di Conte di superare l’emergenza e giocarsela alla pari con l’Inter prima in classifica. Di prendersi un punto, con merito, in casa dei nerazzurri. È tanta roba, è un patrimonio importantissimo su cui costruire il resto della stagione. A livello tattico, e a livello emotivo.











