Il Napoli del 2025 è stato brutto, concreto, cattivo e vincente. Coppe e scudetti immaginari li hanno vinti altrove
Antonio Conte è stato il pezzo che mancava. Non un santone, non un venditore di sogni, ma un tecnico che trasforma la fatica in identità.

Db Riyadh 22/12/2025 - finale Supercoppa Italiana / Napoli-Bologna / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Scott McTominay
Il Napoli del 2025 è stato brutto, concreto, cattivo e vincente. I caroselli mediatici sono stati altrove
Si è capovolta la letteratura, talvolta mendace. Quella che ama i titoli a effetto, i proclami da salotto buono, le fanfare che precedono il nulla. Altrove hanno preso triccaballacche, hanno ballato tarantelle mediatiche fino allo stordimento, per poi ritrovarsi in un assolo di mutismo assoluto, con la musica spenta e il conto da pagare. Napoli, no. Napoli ha scelto il rumore sordo del lavoro. Il Napoli del 2025 è stato brutto, concreto, cattivo e vincente. Brutale nel suo rifiuto dell’estetica come alibi, spietato nel modo di stare in campo. Nessuna poesia svolazzante, nessun lirismo da copertina. Solo sostanza, quella che non fa rumore ma scava. Zero proclami, tanta fatica. Una squadra che ha imparato a stare dentro le partite, a sopravvivere prima ancora che a dominare. E mentre Napoli veniva malmenata dai soliti luoghi comuni — spesso cavalcati anche da chi fa televisione e dovrebbe maneggiare i fatti con più cautela — il campo ha raccontato l’opposto.
È da altre parti che si preparano i caroselli prima di scendere in campo, che si vincono i campionati di agosto e si alzano coppe immaginarie davanti ai microfoni. Qui, invece, c’è stata maturità. C’è stata la capacità, rarissima, di costruire dalle macerie di un decimo posto due trionfi veri: due trofei, due affermazioni, due verità scolpite senza bisogno di megafoni. Antonio Conte è stato il pezzo che mancava. Non un santone, non un venditore di sogni, ma un tecnico che trasforma la fatica in identità. Il suo arrivo ha completato la perfezione gestionale di De Laurentiis, che da anni lavora come un produttore esigente: controlla il budget, governa i tempi, pretende risultati. Conte ha dato forma alla materia grezza, ha tolto l’inutile, ha insegnato a questa squadra a essere scomoda, respingente, fastidiosa. Vincere anche quando non si brilla, soprattutto quando non si brilla.
Il 2025 è stato l’anno perfetto del Calcio Napoli. L’anno della rottura definitiva del copione che all’Italia piace raccontare: quello delle favole a termine, dei fuochi d’artificio seguiti dal buio, delle eccezioni destinate a rientrare nell’ordine. Napoli ha fatto altro. Ha affermato un modello nuovo, solido, esportabile. Un modello che non chiede indulgenza, non reclama narrazioni di favore, non cerca simpatie. Vince e basta. Perché alla fine, quando la letteratura si capovolge e la retorica si sbriciola, resta solo una verità semplice e impopolare: il calcio non è bello o brutto. È giusto o sbagliato. E questo Napoli, senza chiedere il permesso a nessuno, ha scelto di essere giusto.











