Rafa Marin se lo merita tutto il gol, cancella quelle etichette ingenerose e fastidiose
Il Napoli vince, segna undici gol in tre partite e scioglie d'un colpo tutti i nodi tattici e mentali. Hojlund finalmente torna al gol

Cm Monza 28/10/2026 - campionato di calcio serie A / Monza-Napoli / foto Cristiano Mazzi/Image Sport nella foto: esultanza gol Rafa Marin
Sembrava una partita stranamente in discesa, di quelle che si stappano subito e ti illudono che sarà un mercoledì di ordinaria amministrazione. Rasmus la sblocca e finalmente si sblocca, spazzando via un po’ di quei mugugni che cominciavano a farsi rumorosi. Poi, la nota stonata: si ferma Lobotka. E allora, se siamo tutti d’accordo, io chiederei ad Aponte di prestarci una delle sue navi per farci un bel giro su un mare di acquasanta, perché questa sfortuna comincia a diventare una tassa davvero troppo salata. Da lì in poi, il buio o quasi. Proviamo a gestire o, per dirla tutta, passeggiamo quasi svogliati.
Sarà il primo freddo di stagione, quello che ti fa venire più voglia di un bel brodino caldo e assestato che di una partita di pallone, ma il campo non perdona. Varela ci punisce e confeziona la noia del primo tempo con un fiocco decisamente fastidioso alla vista. Già immaginiamo la pausa: nell’intervallo partono i podcast, gli editoriali affilati, le scalette delle dirette tv con le freccette pronte a bersagliare il muso non più corto di Allegri.

Politano si fa perdonare l’errore del primo tempo
Poi rientri dagli spogliatoi e la musica cambia. Entra Marianucci — niente male il ragazzo, personalità e gamba — ma soprattutto entra la seconda palla in rete. Matteo si fa perdonare l’errore del primo tempo e fa tirare un sospiro di sollievo a tutti. Uno a due. Milinkovic ci mette i guantoni con una gran parata e sul corner Rafa Marin firma il terzo gol. E se lo merita, se lo merita tutto, se non altro per cancellare quelle etichette fastidiose e ingenerose che si portava dietro fin dal ritiro di Dimaro. La gioia che aveva negli occhi è una carezza che fa bene.
Nel finale gestiamo con un ritmo loffio ma con una luce terribilmente sincera. Non a caso è entrato Kevin De Bruyne e quando c’è lui in campo si va che è una meraviglia: Lang gli serve un pallone con il contagocce e lui, da professore qual è, non sbaglia. Uno a quattro. Una vittoria travolgente maturata quasi senza accorgersene, senza averne la benché minima percezione mentre la partita scorreva.

Sciogliamo d’un colpo tutti i nodi tattici e mentali.
Eppure, vinciamo, segniamo undici gol in tre partite e sciogliamo d’un colpo tutti i nodi tattici e mentali. Questo Napoli, alla fine, ti lascia esattamente questo retrogusto: ricorda da vicino il Noumeno di kantiana memoria. Qualcosa che sai per certo che esiste, che produce effetti devastanti sul campo e sul tabellone, ma che sfugge a qualsiasi logica terrena o analisi tattica tradizionale. Una realtà inconoscibile che non riesci a decifrare finché resta lì, invisibile nella sua essenza, ma che intanto ti rifila quattro pappine a domicilio e ti lascia a bocca aperta a chiederti come sia stato possibile che sia riuscito finalmente a gestire ritmi e momenti tanto che Juric si è scordato pure di protestare. Ora a Torino, da quelli là per caprie se stavolta davvero siamo ripartiti o siamo ancora a folle.