Il gol sa da chi deve andare: McTominay e l’arte di sfondare la porta tre volte in un solo gol
McTominay ha l'istinto del gol del grandi centravanti, senza esserlo. Per questo è un fuoriclasse: è fuori categoria. Ha la struttura da operaio delle Highlands, elegante pure quando porta un frigorifero sulla schiena, su per le scale

Ni Napoli 24/10/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Roma / foto Nicola Ianuale/Image Sport nella foto: gol Scott McTominay
La palla è una creatura capricciosa. Ha le sue inclinazioni, le sue antipatie, una certa propensione alla fuga e il gusto infantile per la crudeltà. Può rotolare per settanta metri di campo senza trovare un padrone, rimbalzare sullo stinco di un difensore, tradire il piede educatissimo di un fantasista e poi, all’improvviso, concedersi al più improbabile dei pretendenti. È un animale che non si lascia addomesticare dalla geometria – è tondo ma assorbe effetti, temperature, frizioni, nella somma incalcolabili. Per questo il calcio, nonostante le lavagne, gli iPad, i Subbutei di Conte, i diagrammi, le occupazioni preventive degli spazi e gli allenatori col dottorato in fluidodinamica, conserva qualcosa di profondamente irrazionale. E per questo il 2-0, il primo gol di McTominay alla Roma – il gol uno e trino – racconta l’istinto e la sconfitta dei ruoli precostituiti, le sovrastrutture. Il centravanti del Napoli non segna mai, il centrocampista fa tre gol in uno. Va così, e dovremmo fermarci un momento a godercela, questa fenomenologia dell’istinto.
Testa, testa, piede
Il pallone di Politano arriva sul secondo palo, McTominay si avventa di testa, Gollini respinge quasi sulla linea (il quasi è una delle unità di misura preferite dal calcio), e lui non considera conclusa la faccenda. Non si ferma a reclamare, non si abbandona al gesto di sconforto, le mani a stirare i capelli unti all’indietro, con cui l’attaccante affida all’arbitro il certificato di morte dell’azione. Insiste, torna sulla palla con una tigna tutta sua. Prima ci mette la testa, poi ancora la testa, infine il resto del corpo e della volontà. Sembra una coreografia di Don Lurio: testa spalla baby one, two, three. È una scena minuscola, eppure dentro ci sta una teoria generale dell’esistenza.

Il senso del gol non appartiene alla tecnica, che è una forma di educazione: si apprende, si affina, si corregge, si misura. Il senso del gol è arcaico, una facoltà animale. È sapere, senza sapere come, dove cadrà la palla quando ancora sta viaggiando. È avvertire un vuoto prima che si apra, raggiungere uno spazio prima che diventi visibile, abitare un luogo nel momento esatto in cui tutti gli altri stanno ancora decidendo se andarci. Il grande bomber possiede una specie di secondo sistema nervoso, gli altri osservano le traiettoria, lui ne intuisce il destino. Il gol arriva e a la mente può solo prenderne atto.
Il bomber peraltro è apolide, quell’istinto è spesso in dote agli attaccanti, ma è anche una qualità accessoria di altri mestieri. Eccolo McTominay, troppo incastonato nelle definizioni di ruolo. E’ il più “attaccante” del Napoli, per distacco. Ha qualcosa di Gerd Müller, che pascolava in pochi metri quadrati, un appartamento senza finestre dentro l’area di rigore. Un posto in cui il bello era superfluo. Una coscia, una punta, un ginocchio, un rimbalzo sporco. Gol in purezza.
Più bello di una rovesciata
McTominay ha il talento di arredare lo stesso istinto con l’eleganza che il fisico e la postura di consentono. Può far gol in rovesciata, ma è ancora più affasciante quando, dopo aver segnato due volte di testa, annusa la palla morta e sfonda la porta. Il colpo di grazia. In quale colonna Excel va archiviato un gol così? Reattività? Aggressività? Expected goals? Forse nelle varie ed eventuali, quella del “chissenefrega, è gol!”.
McTominay ha il corpo di un uomo costruito per il lavoro pesante, con una struttura da operaio delle Highlands, elegante pure quando porta un frigorifero sulla schiena, su per le scale. Non è il suo compito fare gol, non solo almeno. Ma lo fa perché è un fuoriclasse, proprio per definizione scolastica: è fuori categoria. I suoi gol non nascono da una raffinatezza, ma da una disponibilità. È pronto. A ripetizione. Per cui, se serve, lo stesso gol lo fa tre volte. Il suo calcio ricorda una battuta di Groucho Marx: il segreto è dire la cosa giusta, al momento giusto, e poi togliersi di mezzo.
Per questo il gol di McTominay vale più della rovesciata estemporanea di Anguissa. Non ha la bellezza architettonica di altre sue firme. È un gol da officina, che racconta la capacità di restare dentro l’azione quando l’azione ha già cominciato a espellerci. L’altro, il secondo della doppietta, all’83’, dimostra invece che il senso del gol non dipende dalla posizione di partenza. Puoi arrivarci da un metro o da venti. La porta è una destinazione, il viaggio una volta tanto poco importa. La porta è lì, il pallone lì deve andare, McTominay sa come portarcelo. Una, due, tre volte. Tutte in una.