Fabregas: “Andavo spesso a Como ma non sapevo avesse una squadra di calcio. Non sono arrogante”
Fabregas al Festival dello Sport: "Da Cunha vale più di un trofeo. Serve avere la mentalità di Douvikas che dopo ogni gara viene lì e mi chiede dove ha sbagliato e dove deve migliorare"

Mg Como 15/03/2026 - campionato di calcio serie A / Como-Roma / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Cesc Fabregas
Anche Cesc Fabregas ha parlato durante il Festival dello Sport di Trento.
Fabregas: “Bisogna portare avanti con grande convinzione l’idea che hai”
Sul perché ha scelto il Como
“È iniziata in maniera strana, non sapevo cosa fare dopo il Monaco. A volte si prendono decisioni più di pancia che di testa, questa è una di quelle. Andavo tante volte con la mia famiglia a Como, ma non sapevo che esistesse una squadra di calcio. Lo stadio c’era? Si, ma guardavo altre cose. Speciale quello che stiamo vivendo adesso”.
I vip in tribuna:
“Si devono rispettare tutto e tutti. Vero che all’inizio anche le persone famose venivano invitate fin dall’inizio, ma ora sono loro a chiederci i biglietti. Quanto più si parla di calcio, per noi è sempre molto meglio”.

Il bel gioco del Como:
“Dibattito molto interessante, cosa vuol dire giocare bene? L’idea che hai, la devi portare avanti con grande convinzione. Il presidente inizialmente pensava al lato strutturale del club, voleva portare più turismo e per farlo gli serviva un calcio attraente. Quanto più bello è il calcio, tanto più alla gente piace venire.
Di questo si è parlato nella prima chiacchierata con il presidente. Poi ho inserito la gente nello staff, i giocatori giusti per seguire la nostra idea. La vittoria è la vittoria. Prima di ogni gara penso: ‘Come voglio perdere?’. Cosi alla peggio vado a casa perdendo con la nostra idea. Perché se perdi la partita in un modo in cui non credi, poi i rimpianti sono doppi”.
Sul possibile appagamento dopo la qualificazione in Champions League:
“Non penso che il rischio sia questo. La sfida ora è legata al fatto che viviamo una cosa che non abbiamo mai vissuto, da me ai giocatori, allo staff ed al club. Penso anche al fatto che oggi abbiamo 15 giocatori più Cassano che vanno in Nazionale. Da Cunha fa 4 partite con la Francia, due da titolare e tutti iniziano a parlare di lui: questo non è sempre facile da gestire, sono cose nuove. Ti chiama Zidane e ti fa giocare con giocatori che sono al Real Madrid”.
“Il merito è tutto suo. Io ho creduto in lui, ma la crescita è stata incredibile per la mentalità e la fame che ha, che sono incredibili. All’inizio dicevo questo a Ludi ed al club: voglio gente con fame che punta a giocare nel Real Madrid, nel Barcellona. Preferisco uno con meno talento, ma con una fame incredibile di fare carriera rispetto a chi arriva con un grande passato e che ha già fatto i soldi. Questo serve al Como”.
Sul criterio di scelta del Como sui giocatori da prendere:
“Il passaggio è lunghissimo, non so quante riunioni facciamo, pensiamo sempre al mercato successivo per essere sei mesi in avanti. Non so chi comprerò, ma il profilo che mi serve per migliorare sì. Ludi sta facendo un lavoro incredibile, in un mercato una volta ha fatto 31 operazioni fra entrate e uscite. Per un allenatore e per una società una cosa così non è facile da gestire: inizi con una squadra nuova ogni sei mesi. Ti fa crescere, ma c’è un rischio grandissimo perché magari qualcuno manca di esperienza e può rallentare il processo di crescita”.
Il piano gara detto al presidente:
“Sì, corretto. Se non va come pensavo è un problema (ride, n.d.r.). Abbiamo avuto questa idea con il presidente per far capire ai proprietari in cosa stanno investendo, qual è il nostro obiettivo. Così non guardano solo la partita vedendo i 22 giocatori, ma con il foglio davanti per pensare: ‘Perché oggi Diao è al centro se ho speso milioni per averlo esterno?’. Poi faccio anche una spiegazione post-partita per spiegare cosa è cambiato rispetto alle previsioni”.
Su Conte:
“Con Conte al Chelsea avevo già 29 anni. Prima ho avuto Wenger che non faceva così tanta tattica, non lavorava così sulla mentalità, ma era bravissimo a prendere giocatori con la stessa idea di calcio dandoti tanta libertà. Conte era attento al dettaglio, alla struttura, al movimento, per me all’inizio era anche pesante. Nessuno mi aveva mai detto dove dovessi passare la palla. Il terzino mi passa la palla, di prima la metto a Diego Costa che fa gol. Pensavo andasse bene visto che abbiamo segnato, ma Conte a fine allenamento: ‘Nooo, il calcio non è questo”, e mi spiega dove avrei dovuto passarla”.
Il Fabregas allenatore:
“Quando è arrivato il Covid ero al Como. Con il campionato fermo era pesante e ho iniziato a parlare con preparatori e medici e ho visto che le gambe non andavano più come prima. Così ho pensato di portarmi avanti e poi ho potuto iniziare con la Primavera del Como”.
L’interesse dell’Inter:
“Sono un pensatore, analizzo molto le cose. So che dei migliori allenatori a fine carriera si contano i trofei, giusto che sia così. Ma parlavamo di Da Cunha: per me come allenatore lui vale più di un trofeo. Tanti ragazzi sono venuti a Como per me, non lo dico per arroganza. Hanno creduto in me. Nico Paz è arrivato qui dal Real Castilla, ora si parla di dargli la 10 di Messi. Due anni fa suo papà ha messo tutta la sua fiducia in me. Posso dire lo stesso di Alex Valle, di Perrone, di Da Cunha, di tanti altri.
Quando li vedo, non posso andare in altre squadre: mi sento in debito, si sono fidati di me e ora devo dare loro tutta la mia vita. Nel calcio di oggi ogni 2-3 partite si butta via tutto, la cosa che vale di più per un allenatore è il tempo. Guardate Arteta: nei primi tre anni è arrivato ottavo, poi ancora ottavo, poi quinto. Ora tutti vediamo che ha vinto la Premier, ma l’Arsenal ha avuto la pazienza e la forza di confermarlo e aspettarlo, anche se allora era pesante”.
Il successo in Champions contro il Lipsia:
“Ci sono partite in cui non devi motivare i ragazzi, ce ne sono altre dove invece li devi motivare di più. Ogni partita decide il nostro destino, giocare la Coppa Italia o con le squadre di Serie B deve essere uguale ad affrontare il Feyenoord in Champions. Tutti vogliono giocare le grandi partite, ma quali sono le grandi partite? Tutti siamo uguali, chi è migliore in un preciso momento gioca la partita, non mi piace distinguere fra Champions, Coppa Italia o Serie A, tutte le partite sono importanti”.
I giocatori italiani:
“Io li vedo, ma dobbiamo capire tantissime cose. Abbiamo vinto la B con 95% di giocatori italiani. Prima stagione in A posso nominare più di 10 giocatori italiani. Peccato che per quest’ultima stagione possiamo dire che a parte un giocatore ne avevamo zero. Ma giudicare un club, uno staff o un presidente per una stagione. Fagioli o Tonali sono bravissimi, anche Esposito, ma loro giocano in squadre fortissime e valgono tantissimo. Palestra pensi non mi piaccia? Ma è andato per 60 milioni al Chelsea dopo una stagione al Cagliari”.
Su Liberali:
“Non sono nessuno per dire cosa sia sbagliato. Ora abbiamo provato a creare la nostra accademia che praticamente è nata due anni fa. Tutti questi esperti vi possono dire che magari ci vorranno 10 anni. Abbiamo 3 giocatori nell’Under 16, 3 nell’Under 17, 3 nell’Under 18 e via dicendo, piano piano stiamo costruendo e arrivando. Vogliamo portarli in prima squadra. Si deve lavorare, costruire, credere. Prendo Liberali: quando ho parlato con lui gli ho detto ‘non ti prendiamo perché sei italiano’.
Mi piace come gioca, la sua personalità di come trasferisce il suo calcio in un contesto che non lo favorisce fisicamente. Davanti ha Nico Paz, Baturina, Caqueret, ma se lui fa bene le cose e merita a me non me ne frega niente dell’età. Formiamo parte del calcio italiano, mi sento italiano, sono sempre in vacanza in Italia anche se vivo qui. Ora stiamo anche provando ad aiutare nel formare i calciatori italiani”.
L’accademia Como:
“Gente di talento, giocatori che sanno riconoscere tempo, spazio, movimento del tuo compagno. Mi piace lavorare con giocatori intelligenti. Riccardo Cassano è un esempio: non aveva mai giocato nemmeno con la Primavera, si è allenato con noi, al secondo giorno ho chiamato Roberts (responsabile dell’accademia, ndr) dicendogli che lo volevo vedere di più ogni giorno, per vedere come avrebbe reagito ad una spallata di Diao, per esempio. Abbiamo scoperto un giocatore. Mi piace chiedere loro chi sia il loro idolo e fargli vedere i video dei loro idoli”.
Fabregas: “Ha ragione De Rossi, la pressione che abbiamo ti fa sentire più importante di quello che sei”
Il confronto con altri allenatori:
“Non voglio dire bugie, con qualcuno c’è stato qualche confronto. Ma per esempio con Conte la prima volta che ho perso 3-1 con il suo Napoli sono stato in spogliatoio con lui a parlare. Io sono ancora giovane ed emozionale a volte, sto imparando, ho ancora l’emozione di essere nuovo in panchina. Mi piacerebbe, quando sbaglio, che un allenatore per esempio come Gasperini mi venga dopo la partita a chiedermi perché ho fatto così. Dopo le partite mi piace tantissimo ascoltare chi ne sa più di me. Non si può tenere la stessa amicizia con tutti”.

Sulle parole di De Rossi:
“L’allenatore oggi sembra sempre più importante, ma noi non dobbiamo dimenticare che non siamo noi a giocare. La pressione che abbiamo ti fa sentire più importante di quello che non siamo realmente. A volte ho sbagliato solo per l’emozione o perché pensavo di poter controllare tutto. Jesus Rodriguez pensate che mi senta quando gli parlo e lui è dall’altro lato del campo? Per questo sono d’accordo con Daniele”.
Sulla Roma:
“Mi sembra stupido dire che gioco con il 4-2-3-1, perché se è quella la struttura, poi durante la partita non siamo mai schierati con il 4-2-3-1. La Roma pressa uomo su uomo. Il Frosinone è come la Roma, vanno a pressare con grande convinzione di quello che fanno. Non ho lasciato loro hanno fatto una gara di colpo e contraccolpo, sono stati più bravi di noi, portando la gara in un contesto che conoscono meglio di noi. Qui sì che c’è il lavoro di un allenatore, che deve analizzare con pazienza e senza incazzarsi”.
Su Douvikas:
“La sua storia è interessante. Avevamo analizzato la nostra squadra dopo i primi sei mesi. Giocavamo come avevo in testa, ma dopo mancava l’ultima giocata, mancava la fisicità quando arrivavano difensori come Ndicka o Hien. Ci serviva uno con quella potenza, che sa fare gol. Aveva fatto gol anche in Olanda. In Spagna aveva una media gol alta ma non giocava sempre. Mi piaceva moltissimo per la sua mentalità, me ne avevano parlato molto. La mentalità fa la differenza nella vita. Serve avere la mentalità di Douvikas che dopo ogni gara viene lì e mi chiede dove ha sbagliato e dove deve migliorare”.