Allegri come fa, sbaglia. Sia quando fa il difensivista sia quando prende troppi gol
Con lui il pregiudizio precede l'analisi. Del resto questo è il calcio in cui il baricentro è diventato una categoria morale

Ni Napoli 09/09/2026 - Champions League / Napoli-Arsenal / foto Nicola Ianuale/Image Sport nella foto: Massimiliano Allegri
Massimiliano Allegri finisce sul banco degli imputati qualunque sia il modo in cui una sua squadra decide di stare in campo. Se difende basso, è un allenatore rinunciatario, prigioniero di un calcio vecchio, incapace di imporre il proprio gioco. Se invece la sua squadra alza il baricentro, attacca con tanti uomini, segna e concede inevitabilmente spazi agli avversari, allora il problema diventa l’eccessiva esposizione difensiva. Insomma, si può sbagliare in un modo e nel suo contrario. L’importante è trovare qualcosa da contestare.
Eppure, “l’allenatore non è un mago o un taumaturgo”. Parola di Arrigo Sacchi, uno che di calcio ne capisce un bel po’. Un’espressione tesa a riconoscere che qualsiasi allenatore ha bisogno di tempo, programmazione e sintonia con club, squadra e ambiente. Una massima oltremodo condivisibile, una legge non scritta ma sempre valida. A esclusione, a quanto pare, di Massimiliano Allegri.
L’attuale allenatore del Napoli viene criticato perché le sue squadre, secondo una parte della critica, rinunciano troppo spesso a comandare la partita attraverso il possesso e la pressione offensiva. Il Napoli, quando decide di spingere, alzare il baricentro e tenere gli avversari lontani dalla propria area, viene invece criticato perché lascia campo alle ripartenze, concede occasioni e subisce troppi gol. Due filosofie differenti, due rischi differenti, ma un identico verdetto: qualcosa non va.

Allegri è diventato il simbolo di un calcio da superare
Naturalmente, non si tratta di sostenere che ogni scelta tattica sia immune da critiche. Il calcio è fatto di equilibri, compromessi e correzioni. Una squadra che si abbassa troppo può consegnare l’iniziativa all’avversario, così come una che aggredisce con molti uomini può lasciare scoperta la profondità. Il punto, però, è un altro. Quando la critica pretende contemporaneamente di condannare due strategie opposte, forse il problema non è soltanto nel calcio giocato, ma anche nel modo in cui lo raccontiamo.
Allegri è diventato, per una parte del discorso calcistico, il simbolo di un calcio da superare. Il suo pragmatismo viene spesso letto come una rinuncia estetica, la gestione delle partite come un difetto di ambizione, la ricerca del risultato come un limite culturale. Eppure, nel calcio professionistico, la capacità di gestire gli spazi, proteggere un vantaggio, soffrire nei momenti difficili e riconoscere quando non è il caso di rischiare costituisce una competenza, non una colpa.
Questo non significa che il calcio di Allegri sia sempre efficace, né che le sue squadre non possano essere contestate per prestazioni deludenti. Significa soltanto che difendere non equivale necessariamente a rinunciare e che attaccare non coincide automaticamente con il giocare meglio.
Così come è esercizio illegittimo puntare il dito sul tecnico quando diversi goal subiti sono imputabili a strafalcioni individuali (vedi Politano col Villarreal o Beukema con la Roma).
Il Napoli offre il contraltare perfetto a questa discussione. Quando alza il baricentro, porta più uomini nella metà campo avversaria e costruisce una maggiore presenza offensiva, può produrre gol (ne ha realizzati 11 nelle ultime 3 gare), occasioni e spettacolo. Ma quella stessa scelta comporta dei rischi: gli spazi alle spalle della linea difensiva aumentano, le transizioni negative diventano decisive e una perdita di palla può trasformarsi in un’occasione concessa.
Il Como di Fabregas a Napoli ha abbassato il baricentro dopo il vantaggio
È il prezzo di una determinata idea di calcio. Si può discutere se quel prezzo sia accettabile, se la squadra abbia gli strumenti per sostenerlo e se servano accorgimenti per limitarne gli effetti. Non si può, però, pretendere che ogni filosofia produca soltanto i vantaggi che le sono propri e nessuno dei suoi inevitabili inconvenienti.
Nel dibattito calcistico, il baricentro è diventato quasi una categoria morale. Alto significa coraggio, ambizione, modernità. Basso significa paura, conservatorismo, arretratezza. È una semplificazione comoda, soprattutto per chi deve riempire uno spazio televisivo o costruire una narrazione immediatamente comprensibile: anche il Como di Fabregas, a Napoli, ha abbassato il baricentro dopo il vantaggio (a proposito: anche qui, goal subito per errori individuali).

La realtà è molto più complessa. Una squadra può difendere bassa e controllare la partita, può tenere il pallone e non essere realmente pericolosa, può pressare alta senza riuscire a recuperare il possesso, può segnare molto e concedere troppo. La qualità di un sistema si misura con la coerenza tra principi di gioco, caratteristiche dei calciatori, avversario e momenti della partita.
La domanda giusta non è se una squadra debba stare alta o bassa. È se sappia riconoscere quando farlo, con quali uomini e con quali coperture. È lì che si misura il lavoro di un allenatore.
Il problema, nel caso di Allegri, nasce quando il giudizio precede l’analisi. Se l’allenatore è considerato difensivista, ogni scelta prudente diventa la conferma di un pregiudizio. Se invece è considerato offensivista, ogni gol subito diventa la prova che il suo calcio è squilibrato. La partita, con le sue sfumature, rischia di trasformarsi in un semplice pretesto per ribadire una convinzione già maturata.
Allegri conosce da tempo questa dinamica. Il suo nome richiama immediatamente una discussione che spesso supera la valutazione della singola prestazione. Non si giudica soltanto ciò che la squadra fa, ma ciò che l’allenatore rappresenta nell’immaginario di chi commenta.
E quando il Napoli viene criticato perché segna molto ma subisce anche molto, la questione torna d’attualità. Se si chiede alle squadre di essere coraggiose, bisogna accettare che il coraggio comporti dei rischi. Se si chiede loro di essere prudenti, bisogna riconoscere che la prudenza può avere un costo in termini di produzione offensiva. Pretendere contemporaneamente il massimo della spettacolarità e il minimo dell’esposizione significa ignorare la natura stessa del gioco.
Certo, esistono squadre capaci di attaccare e difendere bene. È l’obiettivo di ogni allenatore. Ma tra l’obiettivo e la sua realizzazione c’è il lavoro quotidiano, ci sono le caratteristiche dei calciatori, gli infortuni, gli avversari e gli episodi. Ridurre tutto a un’etichetta tattica serve più a semplificare il dibattito che a comprenderlo.
Il punto è pretendere coerenza da chi giudica.
Forse il punto non è stabilire chi abbia ragione tra i sostenitori del calcio pragmatico e quelli del calcio offensivo. Entrambe le impostazioni possono produrre risultati, entrambe possono fallire. E tutte e due meritano di essere giudicate sulla base delle prestazioni, delle scelte e degli obiettivi raggiunti.
Il punto è pretendere coerenza da chi giudica. Se il calcio propositivo è un valore, non si può trasformare ogni rischio difensivo in una condanna senza appello. Se la solidità è una priorità, non si può liquidare come arretrato chi cerca di costruirla attraverso una gestione prudente degli spazi. La critica può essere severa, persino feroce. Ma deve applicare criteri riconoscibili, non cambiarli a seconda dell’allenatore che ha davanti.
Probabilmente il vero problema non è il baricentro, alto o basso che sia. È l’idea che una squadra debba necessariamente sbagliare qualcosa, che un allenatore debba sempre essere ricondotto a un difetto strutturale e che ogni partita debba confermare una tesi preconfezionata.
Nel calcio, come nel giornalismo che se ne occupa, la complessità non è un alibi. È il punto di partenza. E Allegri, in fondo, sembra aver conquistato un primato singolare: riesce a essere criticato per ciò che fa, ma anche per ciò che fanno gli altri. Quando si difende troppo, è colpa sua. Quando si attacca troppo e si concede campo, la lezione sembra essere ancora la stessa: qualcuno, da qualche parte, sta sbagliando. Forse, prima di cercare l’ennesima colpa di Allegri, sarebbe il caso di mettersi d’accordo su cosa chiediamo davvero al calcio.