Non è colpa di Allegri se Vergara a 23 anni ha giocato pochissimo in Serie A
Non ha detto che è giovane, ha parlato di esperienza. Lui di giovani ne ha lanciati eccome. Vergara è bravo ma non è come se avesse escluso Messi da una finale di Champions

Dc Napoli 31/01/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Fiorentina / foto Domenico Cippitelli/Image Sport nella foto: Antonio Vergara
L’ennesimo processo sul nulla
Allegri è diventato responsabile persino della carta d’identità di Antonio Vergara. Ormai gli manca soltanto l’accusa di aver falsificato l’atto di nascita al Comune. Il processo – per chi non l’ha seguito – è stato più o meno questo: Allegri ha detto di andarci piano con Vergara perché ha soltanto dodici presenze nel Napoli. Vergara ha 23 anni. Ergo: Allegri pensa che a 23 anni un calciatore sia giovane. Ergo: ecco perché in Italia i giovani non giocano. Ergo: Allegri, ça va sans dire, è il male del calcio italiano. Manca qualche passaggio logico, ma per i capiscers del calcio italiano non è mai stato un problema.
Sfugge che Allegri non ha mai detto che Vergara è giovane. Non ha parlato della sua età. Ha parlato della sua esperienza. Sono due cose diverse e dovrebbe essere abbastanza semplice distinguerle. Ha detto che Vergara è bravo, che è entrato bene a Genova, ma che ha pur sempre dodici partite nel Napoli e che bisogna andarci piano con le responsabilità. Ha persino aggiunto che non averlo utilizzato contro il Como non significa non poterlo utilizzare nella partita successiva. Quindi non lo ha bocciato, non lo ha mandato in Serie C, non gli ha consigliato un corso serale da elettricista. Ha detto una cosa piuttosto normale, e cioè che sta cominciando adesso a costruirsi uno spazio nel Napoli. Eppure, si è aperto un dibattito che ha del dadaista: Vergara ha detto (in un’intervista qualche giorno fa) di non considerarsi un giovane, Allegri non ha detto che Vergara è giovane ma è iniziato un processo perché “Allegri considera Vergara giovane”. Roba da matti.

Vergara è approdato tardi a un livello medio-altro, Allegri non c’entra
Proviamo a fare chiarezza. Vergara non è un giovanissimo. È un calciatore emerso abbastanza tardi ad alto livello. Che è un’altra cosa. Non è un giudizio di merito: a ventitré anni c’è chi ha già cento partite tra i professionisti e chi è appena entrato nel calcio che conta. La carriera di un calciatore non è una pratica Inps con le finestre prestabilite. E quindi Vergara può diventare forte, persino molto forte. Ma oggi, qui ed ora, è un calciatore con pochissima esperienza nel Napoli. E quindi va da sé che sia fuori luogo, ogni volta che non gioca, aprire un caso Vergara. Dodici presenze non producono automaticamente uno status. Non siamo ancora al punto in cui Allegri debba entrare in conferenza stampa e spiegare perché lo ha lasciato fuori come se avesse escluso Messi da una finale di Champions. Se Vergara non gioca, insomma, può anche semplicemente significare che l’allenatore ha scelto un altro. Pare sia ancora consentito. E forse è proprio quell’insopportabile meccanismo tutto italiano che Allegri sta cercando di evitare: scopriamo un calciatore, dopo tre partite diventa indispensabile, dopo cinque deve andare in Nazionale e alla prima prestazione storta scopriamo che era sopravvalutato.
Poi, ben al di là di Vergara, è naturalmente è partito il secondo processo: Allegri non fa giocare i giovani.
Chiedere a Moise Kean. Allegri lo mandò in campo con la Juventus a sedici anni. Non ventitré anni da definire giovane per convenzione: sedici davvero. Con Allegri hanno giocato Miretti, Fagioli, Iling-Junior, Nicolussi Caviglia. Huijsen e Yildiz sono entrati più o meno stabilmente nel calcio dei grandi a diciotto anni. Di Yildiz Allegri diceva persino di avere «un debole». E poi, l’anno scorso, Bartesaghi al Milan.

Dire che Allegri abbia una preclusione ideologica verso i giovani è semplicemente falso. Quando ritiene che un ragazzo sia pronto, lo mette. Strano comportamento per Erode.
Una frase del tutto normale
Il punto, semmai, è un altro. Ed è molto più scomodo della caricatura dell’allenatore vecchio che preferisce i vecchi. In Italia discutiamo ossessivamente di quanti giovani giocano e molto meno di quali giovani produciamo. Perché un ventenne in Spagna, Francia o Germania può arrivare ad avere cinquanta partite di alto livello mentre da noi a ventitré anni continuiamo a organizzare tavole rotonde sul coraggio necessario per farlo entrare venticinque minuti? Se fosse soltanto un problema di allenatori fifoni, avremmo trovato la soluzione da tempo: obbligo di tre diciannovenni titolari e Mondiale 2030 già in bacheca. Purtroppo non funziona così.
Il problema viene prima: formazione, settori giovanili, salto dalla Primavera alla prima squadra, seconde squadre, qualità degli allenatori, possibilità di sbagliare, livello competitivo in cui crescono i ragazzi. La questione, insomma, non è far giocare qualcuno perché è giovane. È produrre giovani talmente forti che diventi assurdo non farli giocare. E il nostro Vergara, purtroppo, non è ancora a questo punto.
Può arrivarci, a questo punto. Magari molto presto. Ma oggi ha dodici presenze nel Napoli. Calma. Che non significa: Vergara non deve giocare. Significa: se non gioca domenica, lunedì possiamo anche evitare la commissione parlamentare d’inchiesta.
Allegri ha detto questo. Una frase normale. Quasi noiosa. Siamo noi che siamo riusciti a trasformarla nell’ennesimo capitolo del processo all’allenatore imputato ormai di tutto ciò che non funziona nel calcio italiano e, da ieri, evidentemente, anche dell’anagrafe.
Vergara è bravo. Esaltiamoci quando fa una grande partita. Aspettiamo di capire fin dove può arrivare. Ma dodici presenze non conferiscono ancora il diritto costituzionale alla titolarità. E lasciarlo in panchina la domenica non vuol dire fare la guerra alla meglio gioventù. Ogni tanto riconnettersi con la realtà aiuta persino a parlare di calcio.