Mancini e l’Italia che tutto perdona: le peggiori schifezze, ma la scelta dei soldi mai

Gli rinfacciamo ancora il peccato originale: i soldi arabi. "Ha molto da farsi perdonare", scrivono i giornali. Mancini può solo vincere, per accedere al condono morale

Mancini e l’Italia che tutto perdona: le peggiori schifezze, ma la scelta dei soldi mai

La lapidazione di Roberto Mancini funziona a lento rilascio da anni. Un sassolino alla volta che s’infila nel tubicino dell’indignazione sportiva nazionale, come in una flebo mai tirata via. E con una formula isterica i giornali riaprono la ferita del ct traditore all’esordio post-traumatico sulla panchina della Nazionale. “Fatevi amare”, titola la Gazzetta; “Date tutto”, intima il Corriere dello Sport; “Torniamo a comandare”, propone Tuttosport. Poi, però, sfogliando un po’ meglio spunta quel peccato originale mai emendato: “Mancini ha molto da farsi perdonare”, scrive il Corriere della Sera. “Ciascuno di noi si tiene stretta la propria etica, quel po’ di morale possibile. Molti di noi lo osservano forse non proprio con fastidio o rancore, ma certo è dura dimenticare come e perché scappò dalla casa azzurra di notte, al buio, lasciando la divisa da cittì appesa all’attaccapanni e portandosi dietro solo un valigione vuoto, che avrebbe poi riempito al sole del deserto con i dollari generosamente elargiti dagli arabi”.

I soldi sono nemici del consenso

E Mancini, che non è fesso mica, ha indossato fin dalla ri-nomina la lettera scarlatta dell’infame di ritorno: ha accettato la croce perché conosce il sistema, sa stare al mondo. Sa che il consenso, in Italia, galleggia in un’etica quasi fordista, quando si parla di soldi. Il denaro è vile, ed è da screanzati far vedere che ci tieni. I ricchi e i poveri, nella contabilità morale di chi rinfaccia, non esistono. Non li hanno mai inventati. Per cui ha chinato il capo, porgendo tutte le guance che ha. A domanda fissa risponde a scatto: scusate, mi farò perdonare. Il sottinteso è il successo sportivo come condono tombale. Vincere e vinceremo, tutti. Altrimenti perde lui. Il ditino puntato a mezzo stampa ha un significato preciso.

Ranieri, Mancini e Malagò

Il calcio italiano preferisce la retorica cattolica del peccato al rigore del contratto, perché la retorica è gratis e si può riattivare ogni volta che serve. Ed è comoda, perché non prevede prescrizione. Mancini sta scontando non tanto l’assenza e un’altra eliminazione mondiale per il quale non è imputabile, ma il fatto di aver reso visibile, con la propria “valigia riempita al sole del deserto”, un meccanismo. L’Italia è un Paese misericordioso, perdona le peggio schifezze. Ma uno stipendio a troppi zeri mai.

Cos’è il professionismo?

Mancini mollò l’Italia con una Pec a ferragosto, dopo aver mancato la qualificazione ai Mondiali in Qatar. Altrove lo avrebbero cacciato, ma Gravina aveva bisogno di lui per restare in poltrona (è una logica politica per binomi molto peculiare, funziona quasi solo da noi). E accettò un sacco di soldi dall’Arabia Saudita. In quel passaggio è andato perso il nesso causale del professionismo, ed è subentrata la morale (parlandone da viva). Mancini fu condannato, poi riabilitato dal tempo, ma mai assolto davvero. Resta sospeso in un girone su misura, tradotto dai giornali italiani in avvertimenti: vedi di vincere, sennò ricominciamo con la lagna del tradimento…

A Mancini non resta che “farsi amare” e “dare tutto”, magari “tornare a comandare”. Con la testa sotto i nostri piedi. E sì, possiamo anche muoverci un po’.