Un anno al top basta per scrivere la storia: Lukaku è stato come il primo Batistuta a Roma

Le loro storie hanno conosciuto dinamiche molto simili: l'essere decisivi non li ha protetti dalle critiche. Più che attaccarlo, dovremmo chiederci cosa saremmo potuti essere. Il tempo, fortunatamente, aggiusterà tutto

Un anno al top basta per scrivere la storia: Lukaku è stato come il primo Batistuta a Roma

Mg Napoli 23/05/2025 - campionato di calcio serie A / Napoli-Cagliari / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Romelu Lukaku

Prima che venga una sincope a qualcuno: parliamo delle dinamiche e dell’epopea vissuta nelle due principali piazze del Centro-Sud, non di caratteristiche affini. Giusto essere chiari, perché la comprensione del testo non è una virtù italiana.

Romelu Lukaku e Gabriel Omar Batistuta: due bomber, due top player che, per sfortuna, hanno condiviso una stessa fetta di destino nelle squadre che hanno contribuito a rendere grandi. Nietzsche parlerebbe di eterno ritorno dell’uguale, ma molto probabilmente è una coincidenza che si verifica, soprattutto nel calcio, molto più spesso di quanto si possa credere.

Gli eroi, quanto più si è celeri nell’innalzarli, tanto più si gode nel farli cadere: è una dinamica, un archetipo predefinito nella mente umana. E la mente umana partenopea (almeno la maggior parte) è stata obnubilata tanto da dimenticare cosa ha fatto per noi Lukaku nell’annata in cui ci ha consegnato il 25% dei nostri scudetti totali. Roba da niente.

Ciò che fece Don Omar..

Batistuta

Estate 2000: c’erano il Festivalbar, le lire e la Lazio campione d’Italia (praticamente un’era geologica fa). Tanto bastò a Franco Sensi per tirare fuori 70 miliardi di lire (oggi circa 36 milioni di euro) e acquistare Batistuta dalla Fiorentina a un prezzo folle per un giocatore di 31 anni.

Eppure il patron romanista voleva accontentare una piazza scottata dai festeggiamenti biancocelesti (la Roma aveva chiuso al quarto posto) e un Capello desideroso di vittoria. Tant’è: Batistuta diventò giallorosso. E che benedizione fu per la Lupa.

20 gol in 28 presenze e un girone d’andata mostruoso, chiuso con 14 reti. Ma i gol, si sa, si calcolano anche in base al peso specifico. E allora ne citiamo alcuni: quello contro la Fiorentina allo scadere nel novembre 2000, un bolide terrificante accompagnato dalle lacrime per aver segnato contro la sua ex squadra; la doppietta al Tardini del 4 febbraio 2001, che laureò la Roma campione d’inverno; poi l’autogol provocato nel derby del dicembre 2000, la doppietta contro il Verona e infine il gol della certezza: il 3-0 contro il Parma che blindò il terzo scudetto romanista.

Un autentico trascinatore, un eroe. Ma era un eroe con le ginocchia, sempre quelle maledette ginocchia fragili. L‘anno successivo arrivò il crollo: appena 6 gol in 23 partite. Sensi, a posteriori, commenterà così: “Lui è arrivato, ha segnato venti gol il primo anno e si è fermato. La Roma lo ha pagato moltissimo per due stagioni e mezzo e gli ha permesso di vincere uno scudetto. In Italia non aveva vinto nulla, ci è riuscito a Roma e ora fa l’ingrato.”

La sua esperienza nella Capitale si chiuse nel gennaio 2003, con il trasferimento all’Inter. Un parallelismo quasi inquietante. Ma adesso chiedete a un romanista cosa si ricorda dell’avventura di Batistuta all’ombra del Colosseo: il primo anno o il rapporto che si logorò? La memoria selettiva negativa funziona solo quando la ferita è ancora fresca. Quando il tempo sana tutto, non resta che la bellezza lasciata da quel singolo momento.

Fortunatamente, verrebbe da dire.

… e ciò che ha fatto Lukaku

Romelu Lukaku calciatore belga che esulta dopo un gol col Napoli

 

Estate 2024: le lire non ci sono più da un pezzo, così come il Festivalbar. In compenso c’è un caldo che la metà basta. La Serie A non ha più le sette sorelle, il Napoli non marcisce nei meandri dimenticati di chissà quale serie, ma è comunque deluso, scottato, triturato dal decimo posto rimediato dopo lo storico terzo scudetto.

De Laurentiis non ci sta: chiama Conte, l’uomo dell’elettroshock, il necromante, il resuscitatore di squadre morte e sepolte. La prima cosa che chiede? Romelu Lukaku, il suo feticcio, la sua boa, il perno del suo gioco. E De Laurentiis lo accontenta: 30 milioni al Chelsea e il belga è a Napoli.

Già si inizia a mettere sotto la lente d’ingrandimento la sua forma fisica. Il tifoso azzurro è scettico: dopo Cavani, Higuain, Mertens e la furia Osimhen, Big Rom viene visto come un acquisto da pezzo d’artiglieria, un residuato del passato, nonché l’ombra del calciatore che fu.

Ebbene, mai impressione fu più sbagliata. Lukaku metterà a segno 14 gol e 10 assist. Il peso specifico? Beh… preferite il rigore contro la Juventus di Motta, che ancora non aveva perso? Il colpo di testa che sigla il 3-2 contro l’Atalanta a Bergamo? La zampata contro la Roma? O la cavalcata che ha suggellato il quarto scudetto della nostra storia? Fate voi.

Ci sarebbero anche i due gol contro il Milan, tra andata e ritorno, se non foste ancora sazi. Poi sappiamo come è andata.

L’infortunio in amichevole estiva contro l’Olympiacos nell’estate 2025, la scelta di curarsi in Belgio e il rapporto che si deteriora fino allo strappo. Nonostante tutto, il gol allo scadere contro il Verona, quello che ci ha proiettato in Champions League, porta comunque la sua firma.

Lo ribadiamo: le analogie sono enormi.

Adesso Lukaku è sulla porta d’uscita, accompagnato da sorrisi amari, fischi e sberleffi. Ha le spalle larghe per sopportarlo, così come le aveva Batistuta. Adesso il suo addio sarà visto come un sollievo e probabilmente, per le martoriate casse del Napoli, lo sarà. Ma fortunatamente, quando l’amaro in bocca per quello che sarebbe potuto essere sparirà, rimarrà solo ciò che è stato. E ciò che è stato è un calciatore ultratrentenne considerato finito, che è arrivato qui e ti ha portato uno scudetto. Proprio come, ormai più di vent’anni fa, un altro calciatore ultratrentenne portò uno scudetto a Roma, salvo poi ricevere fischi e lazzi.

Va così, è sempre andata così. Ma il tempo finirà per sistemare tutto e riportare ogni cosa nella giusta prospettiva. Sarà un tempo ritrovato, parafrasando Proust. E cosa ritroveremo? Ma quella cavalcata contro il Cagliari, ovviamente.

E che vuoi ritrovare, sennò?