Guccini girava con le tette al vento quando gli altri cercavano ancora la rima baciata
Chiamarlo solo "cantautore" è un errore da pigri, da chi scambia la pianta per il vaso

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Guccini, semplicemente Guccini
Ci ha lasciati lì, con i bicchieri a metà e le idee mezze storte, a chiederci cosa si fa adesso che l’ultima osteria ha tirato giù la serranda e la nebbia si è presa pure i ricordi.
Perché perdere Guccini, di questi tempi con la bussola impazzita e un Paese che si smarrisce ogni giorno di più, non è solo dire addio a una voce. È perdere l’ancora. Lui che girava “con le tette al vento” quando gli altri cercavano ancora il colletto dritto e la rima baciata, ha svelato l’inganno prima di tutti.
Ha raccontato il disincanto, l’aria sottile di una società che s’impoveriva la pancia mentre credeva di riempirsi le tasche. E quella politica ridotta a urlo da tifoseria, a carriera da sventolare, l’aveva già fotografata a metà degli anni Sessanta, fa sobbalzare per come ha visto avanti, con la lucida ferocia di chi non ha mai portato l’anello al naso.
Ha toccato il Paese sulle costole, Francesco. Ha ribaltato generazioni sfidando il qualunquismo da bar, le etichette appiccicate con lo sputo, le sirene del mercato che volevano pettinarlo e non ci sono riuscite mai. Fazioni che volevano usarlo come simbolo e non si è mai piegato.

C’è qualcosa di sinistra che non sarà mai abbastanza a sinistra o non è detto che sia per forza di sinistra. È qualcosa oltre.
Chiamarlo solo “cantautore” è un errore da pigri, da chi scambia la pianta per il vaso: chi ci vedeva solo la chitarra e tre accordi non ha mai capito che lì sotto c’era il seme. Quello vero, duro, che fa spuntare il pensiero critico anche dove la terra è grigia.
E poi ci sono i ricordi di carne e di fumo, le braciate d’estate o le sere d’inverno al chiuso, con il vino e la chitarra passata di mano in mano. C’era una regola non scritta, una liturgia laica: tra una nota e una canzone storta, a un certo punto bisognava sempre metterci un pezzo di Guccini. Serviva a scaldare le mani, certo, ma soprattutto a ritrovare il filo, a ricordarci chi eravamo e da che parte volevamo stare.
Ha cresciuto ragazzi che adesso hanno i capelli bianchi e ragazzi che non hanno mai visto un LP, insegnando a tutti che stare dalla parte sbagliata, spesso, significa soltanto stare dalla parte umana. Ha accompagnato le nostre ubriacature, i nostri fallimenti, le nostre timide rivoluzioni da pianerottolo.
Giù il cappello, oggi. E un ultimo bicchiere, alzato piano, ricordando chi non ha mai piegato la schiena e ci ha lasciato con quella profezia fiera:
“Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete:
un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate”