Djokovic: “Il tennis è brutale. Mi rivedo in Sinner: non c’è vittoria che possa placare la nostra fame”
L'intervista al Corriere della Sera: "la disciplina è alla base di qualsiasi successo. Vivere nel presente, qui e ora, è la chiave per un’esistenza consapevole. La stagnazione non esiste nel mio modo di vedere: se non progredisci, regredisci."

Londra 08/07/2025 - Wimbledon / foto Psnewz/Image Sport nella foto: Novak Djokovic
Manca solo il colore dei capelli, per il resto l’aderenza molto raccontata di Sinner a Djokovic viene confermata dal modello originale. Il più vincente tennista della storia dice che sì, è vero, Sinner è fatto a sua immagine e somiglianza. “Entrambi veniamo dalle montagne, lui dell’Alto Adige e io della Serbia. Avevamo scelto lo sci come sport, abbiamo lasciato casa a 13 anni, siamo stati costretti a diventare uomini in fretta, lontano dalla famiglia e dagli affetti. Non c’è alcun dubbio che lo sci ci abbia dato l’elasticità, i movimenti, la capacità di scivolare su ogni superficie: la flessibilità delle caviglie origina dalla neve tanto quanto l’equilibrio e la coordinazione tra arti superiori e inferiori. E non sto a entrare in dettagli più tecnici sul tipo di tennis che io e Jannik giochiamo: le similitudini abbondano anche lì. Quindi, per risponderle in breve: sì, mi rivedo in Sinner“.
“Non c’è vittoria che appaghi la fame”
Djokovic ne parla in un’intervista a Gaia Piccardi per il Corriere della Sera, in occasione del lancio del documentario su di lui. Le parole chiave sono le solite: dedizione, mentalità, fame. Fame soprattutto. “Non parlerei di ossessione ma di dedizione, costante e totale, al tennis. Osservo la sua e mi ci ritrovo completamente: la voglia di migliorarsi, crescere, evolversi sotto ogni punto di vista. Jannik, come me, non si accontenta mai. Ha la mentalità del campione, l’ha sempre avuta. È una forza dominante, eppure si sveglia ogni mattina con il desiderio di essere migliore del giorno precedente. E, mi creda, non c’è vittoria che possa appagare quella fame, nemmeno 24 titoli Slam. Al di là del tennis, è l’aspetto del carattere che più mi avvicina a Sinner. Il tennis è uno sport individuale: non esistono sostituzioni, non puoi fermarti cinque minuti a bordo campo mentre il gioco procede, non ci sono compagni che possono aiutarti. Sei solo con te stesso. Se hai un giorno no, sei fuori. Il tennis è spietato, brutale. Ogni tanto mi dicono: Nole, sei come Leo Messi… Magari! A 39 anni mi piacerebbe giocare soltanto 90 minuti”. Questo è un paragone che gli piace assai.

Al di là della storia, conosciutissima e di per sé notevole, delle origini del fenomeno – la guerra, le bombe, gli allenamenti nella piscina vuota, la disciplina modellata dalla scomparsa maestra Jelena Gengic – Djokovic dice che “la guerra era l’ingrediente che ci voleva perché io potessi arrivare ad avere la vita bellissima che conduco. Sarò eternamente grato all’esistenza per come mi ha forgiato e a Dio per tutto ciò che ho avuto. Da bambino non era lontanamente immaginabile, nemmeno esercitando tutto il mio potere creativo”.
Il manuale di auto-aiuto
E’ il Djokovic multi-olistico, quello che si racconta al Corriere. Il resto è una sorta di manuale di auto-aiuto: “Sono fermamente convinto che ogni cosa che faccio impatti la mia performance: come mangio, come dormo, come respiro, come penso. Come mi porto in giro per il mondo, insomma”. Dice che “la disciplina è alla base di qualsiasi successo. Vivere nel presente, qui e ora, è la chiave per un’esistenza consapevole. Senza evoluzione, non c’è crescita. Mi spiego. La stagnazione non esiste nel mio modo di vedere: se non progredisci, regredisci. Non c’è alternativa. Quindi non si può mai fare conto solo sui talenti che abbiamo coltivato fino a quel momento. Quei talenti non bastano: vanno affinati. E ne vanno trovati e fatti fiorire altri. Ieri è passato, non conta più. Contano oggi e quello che puoi costruire domani”.