Il grande business delle scommesse, il calcio è sempre più uno strumento per spostare i soldi dai poveri ai ricchi
Nel 2024 in Italia sono stati scommessi sedici miliardi sul calcio. La Serie A vuole una ulteriore fetta della torta. Il cosiddetto decreto dignità viene già aggirato

Db Milano 01/06/2011 - punto Snai scommesse sportive / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: punto Snai scommesse sportive
Sedici miliardi e centotrenta milioni di euro: è l’importo totale delle scommesse effettuate in Italia sulle partite di calcio nel 2024. Una grande torta, contesa dalle società di scommesse e dallo Stato: le prime versano al secondo una percentuale sul totale netto, ossia sulla differenza tra scommesse fatte e scommesse vincenti. Dal 2018 l’aliquota è via via salita: dal 18% al 20% e al 20,5% per la raccolta fisica e dal 22% al 24% e al 24,5% per quella a distanza.
Inutile girarci intorno: il calcio è utilizzato sempre più come copertura per spostare denaro, fiumi di denaro, dalle tasche dei più poveri a quelle dei più ricchi.
Dove si scommette di più
Perciò, anche la serie A vuol partecipare al banchetto ed è tornata all’assalto per accaparrarsi una fetta di quei 16,13 miliardi: l’elaborazione è del centro studi della Figc sui dati di Sportradar, società svizzera di consulenza, e di Adm, l’agenzia delle dogane e dei monopoli, che stima in 1.509 miliardi di euro le scommesse effettuate in tutto il mondo sugli eventi sportivi nel 2024, 750 dei quali sul calcio. Piccolo inciso: non è l’Europa il continente in cui si scommette di più sul calcio. Stradomina l’Asia con 575 miliardi, in Europa sono 129, in Africa sorprendentemente 15, in Sud America 14, in Nord America 12 e in Oceania 5.
Le dimensioni della torta italiana crescono a vista d’occhio: ben quattro volte e mezzo in più rispetto ai 3,59 miliardi del 2014. E, si badi bene, sono dati relativi alle sole scommesse legalizzate: in realtà, si gioca molto di più.
La propaganda della Serie A
La serie A ha la sua propaganda bell’e pronta: non è ingordigia, ma visione strategica, perché i soldi che dovessero arrivare sarebbero utilizzati per sviluppare il settore giovanile. Argomento quanto mai attuale e di sicura presa: non vogliamo mica saltare anche il prossimo mondiale? Abbiamo bisogno di far crescere giovani campioni. E, poiché si scommette sul calcio, la Lega di serie A chiede l’1% del totale giocato, che nel 2024 sarebbero stati circa 161 milioni. Roba da furbetti del calcolino: sì, perché i 16,13 miliardi non sono stati scommessi solo sulla serie A, ma su tutte le competizioni, come, ad esempio, 984 milioni sulla Champions, 941 sulla Premier, 807 sulla Liga, 790 milioni sugli europei, 489 milioni sulla Bundesliga, 426 sulla serie B. E sulla serie A? 2,97 miliardi: l’1% richiesto fa 29,7 milioni, perciò coerenza di ragionamento imporrebbe che gli altri soldi andassero alle squadre inglesi, spagnole, tedesche e persino alle nazionali.
Insomma, sono briciole, se si pensa che il fatturato complessivo della serie A nel 24-25 ha di poco superato per la prima volta i 4 miliardi: ma la questua si fa dovunque e comunque.
Finita qui? Niente affatto, c’è una torta ancora più allettante: quella delle sponsorizzazioni e delle pubblicità relative a giochi e scommesse. E qui la fila per accaparrarsi le fette si ingrossa, perché ne fanno parte anche tutti i media, tv in testa.
Come aggirare il decreto dignità
La situazione è apparentemente chiara: dal 2018 è vietata qualunque forma di pubblicità, anche indiretta, di giochi o scommesse. Lo ha stabilito il cosiddetto decreto dignità (accattivante definizione, anche la politica è puro marketing, ma questo è un altro discorso): il Report calcio 2025 della Figc stima in 600 milioni i mancati ricavi potenziali negli ultimi sei anni. Ma, se è tutto vietato, il problema è risolto alla radice. Beata ingenuità: una cosa è la propaganda, tutt’altra cosa la realtà.
Pochi esempi per capirlo: accade che lo sponsor dell’Inter richiami il nome di una società di scommesse. Ma si tratta invece di un sito che fornisce informazioni sportive: basta mettere .sport al posto di .it e il gioco è fatto. Anche Dazn e Sky forniscono quote comparative sulle partite. Insomma, la legge è formalmente rispettata, la sostanza ovviamente no.
Dazn è anche agenzia di scommesse con il marchio Dazn Bet: del resto, l’amministratore delegato del gruppo, Shay Segev, proviene proprio da quel settore.
Invece, nel 2014 Sky ha ceduto Sky Bet, che oggi appartiene al gruppo Flutter Entertainment. E i ludopatici? Peggio per loro: nelle pubblicità – pardon, nelle informazioni – si avvisa con chiarezza che chi volesse giocare lo faccia “in modo responsabile”. Consiglieremmo la nomina di Gigi Buffon a promotore di tale messaggio.