I Conte, i Repesa, sono altra cosa rispetto alla nouvelle vague

Per allenare la generazione Z c'è bisogno di portatori di leadership, autorevolezza e quel pizzico di "huevos", molto più che delle heat map. È dura sostituire Conte

Napoli Conte

Verona 28/02/2026 - campionato di calcio serie A / Hellas Verona-Napoli / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Antonio Conte

I Conte, i Repesa, sono altra cosa rispetto alla nouvelle vague

Ha ragione il Napolista quando dice che vi sarebbe un Napoli anche dopo Antonio Conte. Ma non sarebbe un Napoli competitivo, forte, credibile. Sarebbe un Napoli senz’anima. Senza cuore. Aggrappato a una difesa alta come la sfurmatura di Vincenzo Italiano e che metterebbe insieme ben poco carattere. Se ne facciano una ragione i giochisti innamorati di un allenatore che in cinque anni di serie A non è mai arrivato oltre il settimo posto. E non è una questione di rosa. Il black out cognitivo, causato dalla troppa nzogna nei casatielli, fa immaginare che una squadra di calcio la possa allenare (quasi) chiunque. Basta avere ingollato pagine e pagine di “heatmap”, aver mandato a memoria ettolitri di XG ed ovviamente avere un corposo “gamebook”, ad un paio di amici “match analyst”, oltre che una vagonata di schemi da far mandare a memoria agli sventurati calciatori. Purtroppo non è cosi. Nel calcio non ci vogliono (solo) fior di professionisti, dalla panchina allo staff sanitario, ma anche un allenatore in grado di fare una sintesi, sapere di avere il dato, ma avere la capacità di capire che tutti quei dati sono utili, ma solo se finalizzati all’estaltazione dell’essere umano e della propria capacità creativa, fisica, atletica e caratteriale. Anche chi crede di essere un novello San Francesco capace di parlare con la Generazione Z, alla fine deve rassegnarsi e dopo quattro sconfitte consecutive porta tutti in ritiro. In perfetto stile Don Antonio Sibilia. Altro che generazione Z, comunicazione validante e tutte le dabbenaggini che siamo costretti ad ascoltare. Nel calcio contano i risultati.

Il calcio è uno sport. Non è spettacolo. Questo dovrebbero ricordarlo sempre quelli che si siedono in poltrona o allo stadio in attesa della partita. Il calcio simula la guerra, per certi versi, non è certo una danza figurata.
Ed a proposito di risultati, guardando la classifica, con “in fieri” il sorpasso della Juve sul Como, alla fine in Champions League ci andranno i tre migliori allenatori del campionato italiano, più Beppe Marotta. Chivu è come se non ci fosse. Gasperini arranca, ma il problema sono più Roma e la Roma, per tanti versi. Conte, Allegri e Spalletti sono i tre che portano i risultati a casa. Certo la classifica è sconfortante per certi versi. Perché certifica, laddove ve ne fosse ancora bisogno, che in Italia anche arrivare nei primi quattro posti in campionato è affari da ultra cinquantenni. Ma se sono bravi solo loro, non può essere colpa di nessuno. È responsabilità della “nouvelle vague” aver impostato il proprio modo di allenare, in modo sconfitto e subalterno. Fidando esclusivamente solo sul modo di giocare. Senza personalità. Ovvero personalità non in grado di trascinare.
Non solo nel calcio faticano i giovani allenatori. L’arrivo di Jasmin Repesa a Napoli, al posto di Alessandro Magro, è un messaggio al futuro del basket napoletano. E potrebbe essere stato un triste prequel, purtroppo al contrario, per il Napoli calcio. È sempre una questione di prospettive. Repesa, Conte, Spalletti, Allegri danno enormi garanzie in più rispetto a Magro, Farioli, Italiano, Thiago Motta, Grosso e De Rossi. Basterebbe poi andare a controllare negli scontri diretti i punti realizzati dai secondi, verso i primi. Ma ripetiamo non è solo una questione di risultati. È una questione di autorevolezza. Checché ne dica il San Francesco di cui sopra, la generazione Z, ha bisogno di un padrone. Di un uomo forte cui affidarsi. Stendendo un velo pietoso sui padri di oggi, gli allenatori sono l’ago della bilancia di una squadra, portatori di leadership, autorevolezza e quel pizzico di “huevos”, che ormai in campo, e nella vita quando serve, fanno tutta la differenza del mondo. Se non vi sono questi due elementi si è destinati a vivacchiare od essere travolti.
Nel post Conte a Napoli potrebbe incontrare difficoltà finanche Pep Guardiola. Che per cultura, e capacità di comprendere il contesto andrebbe un po’ in difficoltà. Accendendo la modalità: para…vento. Le paraculate guardiolesche durerebbero lo spazio di un ritiro. A differenza di Conte potrebbe saltare al grido di “chi non salta catalano è”, pur di blandire qualcuno ed acquisire consenso. A lui non riusciamo a riconoscere onestà intellettuale e credibilità. Sempre troppo enfatico nelle risposte. Sempre sussiegoso nel cantare i meriti di qualcuno a cui ha rifilato tra andata e ritorno sette gol (il Napoli di Sarri). Tanto fasullo nella comunicazione, da risultare posticcio, impolverando, in tal modo, i suoi tantissimi meriti. Conte si è preso la panchina del Napoli proprio quando rifiutò di blandire il popolame che gli chiedeva di accompagnare il “chi non salta è juventino”. A Napoli, eccetto Conte, nessun allenatore ha avuto la forza e la capacità di non blandire il pubblico. Non ci vuole solo coraggio. Ci vuole sicurezza nei propri mezzi e certezza granitica nel proprio lavoro, e capacità di essere credibile. Quello che ha sempre avuto Conte.
Quello che perderanno Aurelio De Laurentiis ed il Napoli in caso di addio.
Venio Vanni

Condomino di “Palazzo Napolista”. Di confessione Maradoniana. Feticista di Federico Buffa. Scrive, ma soprattutto parla senza filtri. Sogna di vivere sempre almeno con 30º.

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