La luce di De Bruyne, il laserpass di Gilmour

Ottimo Lecce ma l'ingresso di De Bruyne e McTominay ha cambiato la partita, ha permesso al Napoli di giocare in maniera differente. In maniera più efficace.

De Bruyne

Ni Napoli 14/03/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Lecce / foto Nicola Ianuale/Image Sport nella foto: Billy Gilmour

Napoli-Lecce è una doppia lezione

L’andamento e il risultato di Napoli-Lecce devono essere considerati come una doppia lezione. Di tattica, ma anche di calcio in generale. Perché la squadra di Conte, dopo un primo tempo horror, ha inserito due nuovi giocatori senza modificare la sua disposizione in campo, eppure si è completamente trasformata. E la prima lezione è proprio questa: l’atto di cambiare alcuni interpreti, anche mantenendo lo stesso sistema, può avere un impatto enorme su una squadra di calcio. Sul modo in cui undici giocatori pensano, si muovono e muovono la palla.

La seconda lezione riguarda ovviamente la qualità degli elementi che hanno cambiato il volto di Napoli-Lecce: Kevin De Bruyne e Scott McTominay, per quanto non potessero mai essere al meglio dopo i rispettivi infortuni, sono riusciti a dare una marcia in più al Napoli. Perché sono giocatori di qualità superiore, perché basta la loro presenza per incutere timore reverenziale in coloro che li affrontano. Come vedremo, però, la loro influenza è stata puramente tattica, nel senso che il loro ingresso ha permesso al Napoli di giocare in maniera differente. In maniera più efficace.

Ci sarebbero tante altre cose da dire, per esempio sul Lecce: la squadra allenata da Eusebio Di Francesco ha iniziato benissimo la partita, è andata in vantaggio e ha tenuto un atteggiamento e un’intensità davvero significativi per tutto il resto del primo tempo. Ma poi è come se si fosse liquefatta. O meglio: ha finito per perdere grip proprio nel momento in cui il Napoli ha alzato i giri del suo gioco. Anche questa, volendo, è una lezione: al di là di quelli che sono i valori delle squadre che vanno in campo, il calcio contemporaneo richiede – anzi: pretende – che l’energia e il ritmo di una squadra siano sempre alti, se non altissimi.

Le scelte di Conte e quelle di Di Francesco

Per la partita contro il Lecce, Conte ha disegnato quello che ormai è diventato il suo solito Napoli: modulo 3-4-2-1 con Beukema braccetto di destra, Buongiorno centrale e Olivera a sinistra; Politano, Anguissa, Gilmour e Spinazzola a centrocampo, Alisson Santos ed Elmas alle spalle di Hojlund. Il Lecce è come se si fosse incastrato a questa formazione e alle spaziature degli azzurri: il 4-3-3 di Di Francesco in realtà era solo virtuale: in fase difensiva, gli arretramenti e i raddoppi costanti di Pierotti toglievano ad Alisson Santos i duelli uno contro uno con il suo avversari diretto, e di fatto determinavano uno scivolamento a cinque. In fase offensiva, invece, Coulibaly si ritrovava molto spesso ad affiancare Stulic, decisamente più avanti rispetto al doble pivote composto da Ramadani e Ngom. Di conseguenza, quindi, si può dire che in realtà il Lecce abbia provato a costruire gioco con il 4-2-3-1/4-4-2.

In alto vediamo il Lecce che imposta il gioco col 4-2-3-1, con Coulibaly molto vicino a Stulic. In mezzo, si può notare la linea difensiva a cinque predisposta da Di Francesco in fase di non possesso. Sopra, invece, vediamo tutti gli accoppiamenti in marcatura quando è il Napoli a costruire gioco.

Come si vede in quest’ultimo frame, e come detto in precedenza, di fatto il Lecce è come se si fosse “incastrato” rispetto al modulo del Napoli. In questo modo ha portato portare un pressing alto e intenso senza accusare grossi scompensi. È così, cioè grazie a questa aggressività sulla costruzione della squadra di Conte, che si sono determinate le condizioni perché i giallorossi andassero in vantaggio. Certo, la rete di Seibert è arrivata sugli sviluppi di un corner, e dopo pochissimi secondi di gioco, ma chi ha visto la partita sa benissimo che quel calcio d’angolo – per altro il secondo assegnato al Lecce in meno di due minuti di gioco – è stato guadagnato grazie al coraggio di andare a pressare alto il Napoli.

Il primo tempo

La squadra di Conte, da parte sua, nel primo tempo ha fatto una fatica immensa a verticalizzare. O meglio: a isolare/trovare uomini da servire con passaggi in verticale. La stragrande maggioranza delle manovre degli azzurri si risolveva in un tentativo di aprire il gioco sugli esterni, soprattutto in direzione di Alisson Santos. Come anticipato, però, Di Francesco si era preparato bene per affrontare l’attaccante brasiliano: i ripiegamenti di Pierotti hanno permesso al laterale basso di parte, Danilo Veiga, di non soffrire troppo i duelli uno contro uno. Il fatto che Alisson Santos abbia chiuso la prima frazione di gioco con un solo dribbling riuscito (su 3 tentativi) è abbastanza significativo.

Ci sono tanti altri dati piuttosto eloquenti, sull’andamento del primo tempo: il Napoli ha iniziato l’intervallo con con un totale di 4 tiri tentati contro gli 8 del Lecce. Nessuno di questi tentativi è finito nello specchio della porta di Falcone, e addirittura 3 sono arrivati attraverso conclusioni da fuori. Il tutto a fronte di un possesso di palla enorme (addirittura il 72%).

Insomma, non c’è altro modo per dirlo: la squadra di Conte ha giocato in modo monotono e senza un minimo di inventiva. E non parliamo solo di dribbling o accelerazioni individuali, ma anche – soprattutto – di intuizioni tecnico-tattiche che potessero “bucare” il sistema difensivo degli avversari. Di passaggi contro-intuitivi o comunque tra le linee, di tagli e movimenti e sovrapposizioni che andassero a inficiare l’efficacia delle marcature predisposte da Di Francesco.

Sopra, vediamo due mappe relative allo stesso dato: quello dei passaggi in avanti fatti dal Napoli e finiti nell’ultimo terzo di campo. Nel primo campetto ci sono quelli del primo tempo, nel secondo quelli della ripresa. E la differenza è davvero netta.

Anche in questo senso ci sono dei dati molto significativi: sempre guardando al primo tempo, tanto per fare un esempio, il Napoli ha effettuato soltanto 11 passaggi lunghi su 348 complessivi. E il calciatore in maglia azzurra che ha accumulato più palloni giocati nell’area avversaria è stato Matteo Politano (arrivato a quota 5), ovvero un quinto di centrocampo – per quanto creativo e dall’approccio offensivo. Poco, davvero troppo poco. Anche e soprattutto a livello di intensità: la prevedibilità manifestata dalla squadra di Conte va ricondotta anche alla sua scarsa immediatezza offensiva e difensiva, all’incapacità di portare una pressione alta e costante e di spostare molti giocatori nella metà campo avversaria.

Com’è cambiato il Napoli con McTominay e De Bruyne

Conte è riemerso dall’intervallo con due cambi abbastanza scontati, vale a dire facili da prevedere: McTominay per Anguissa e De Bruyne per Elmas. In questo modo, il Napoli ha cambiato completamente forma senza però intaccare il suo 3-4-2-1: lo scozzese si è messo di fianco a Gilmour nel cuore di centrocampo, mentre KDB è andato a gravitare sulla linea dei trequartisti, alle spalle di Hojlund. Pronti via ed è arrivato subito il pareggio: dopo un giro palla neanche tanto veloce, un buon tocco in verticale verso Alisson Santos ha aperto il campo per Gilmour, bravissimo a vedere il taglio sul lato debole di Politano. Palla nello spazio, cross basso a centro area e tocco vincente di Hojlund a pochi metri dalla linea di porta.

Un gol solo apparentemente semplice

In quest’azione non si può percepire il reale cambiamento che ha investito il Napoli con l’ingresso di De Bruyne e McTominay. Qualcosa, però, si può intuire: il belga aveva offerto lo scarico tra le linee a Gilmour prima che il numero 6 azzurro premiasse la corsa lunga di Politano, nello stesso momento McTominay si era inserito centralmente alle spalle del doble pivote del Lecce. Per dirla in una frase: entrambi avevano offerto delle linee – e quindi delle soluzioni – di passaggio in più al loro compagno. Al portatore di palla.

Ecco, questa è stata la chiave del secondo tempo del Napoli. La presenza di un esploratore dei mezzi spazi come De Bruyne ha mandato in tilt il pressing e le marcature preventive predisposte da Di Francesco. Gilmour e i difensori in maglia azzurra hanno potuto verticalizzare in maniera più frequente e varia, non solo alla ricerca di Hojlund. A quel punto, poi, anche l’apertura sulla fascia verso Alisson Santos – che ha continuato a giocare in ampiezza sulla sinistra – è diventato un meccanismo più funzionale: quando il pallone viene mosso velocemente, quando una squadra risale il campo con pochi passaggi, i ripiegamenti e i raddoppi degli esterni offensivi diventano inevitabilmente meno puntuali.

Il gol di Politano nasce proprio da KDB

Per una questione di pura geografia tattica, De Bruyne ha avuto un impatto più forte rispetto a McTominay. Il fuoriclasse belga, come anticipato, è stato inserito al posto di Elmas in modo da ricevere e rigiocare più palloni possibili tra le linee, nei mezzi spazi. La mossa ha funzionato benissimo, perché anche se il Napoli non ha accelerato in maniera veemente dopo aver trovato il pareggio alla prima azione della ripresa, i diversi appoggi in verticale hanno creato un bel po’ di scompensi nella difesa del Lecce. In questo senso, la posizione fluida dell’ex Manchester City è stata decisiva:

Tutti i palloni giocati da De Bruyne contro il Lecce

Non può essere un caso, e infatti non lo è, che il calcio d’angolo da cui è scaturito il gol decisivo di Politano sia nato proprio da un pallone imbucato verso De Bruyne. Tutto inizia da una buona azione di pressing coordinato sui giocatori del Lecce, ma poi si concretizza grazie a un vero e proprio laserpass di Gilmour. Per chi non conoscesse questo termine: per laserpass si intende un passaggio che attraversa le gambe dei giocatori avversari, come se il pallone fosse una delle spade laser usate nella saga di Star Wars e tagliasse in due le linee umane che dovrebbero fermarlo.

Sì, per questa giocata di Gilmour la  definizione “laserpass” è davvero perfetta

In realtà è tutto qui, non c’è molto altro da aggiungere. Se non che il Napoli visto nelle ultime settimane – una squadra monodimensionale, tutta tesa ad aprire il gioco verso la fascia sinistra, in modo da armare la velocità, l’intraprendenza, la fantasia di Alisson Santos – aveva bisogno esattamente di questo tipo di integrazioni. Di diversivi tattici che potessero essere difficilmente leggibili per gli avversari. In questo senso, il ruolo di “uomo tra le linee” alle spalle della prima punta sembra ritagliato perfettamente sulle caratteristiche di De Bruyne. Ed è un discorso che vale per questo finale di stagione, naturalmente, ma anche per quella che verrà: in questo sistema, con questo assetto, KDB può fare la differenza. Gli sono bastati 45 minuti, giocati per altro con le marce basse, per farla.

Nonostante sia andato in svantaggio, complice anche la stanchezza accumulata nel primo tempo, il Lecce non è riuscito a riprendersi. Anzi, in diverse occasioni la squadra guidata da Di Francesco avrebbe potuto anche subire il teerzo gol. Non a caso, viene da dire, le statistiche della ripresa sono esattamente opposte a quelle della prima frazione di gioco: il Napoli ha messo insieme 8 tiri contro i 4 del Lecce, di cui nessuno nello specchio della porta. Dopo un primo tempo così negativo, un’inversione dei poli di questo tipo sembrava impossibile. E invece è andata esattamente così.

Conclusioni

La condizione fisica mostrata da McTominay e De Bruyne, ancora prima che la loro aura, fanno pensare che difficilmente rivedremo il Napoli del primo tempo col Lecce. È difficilissimo credere che Conte, una volta recuperati due calciatori del genere, non li inserisca nelle rotazioni come uomini-perno in vista del finale di campionato. Non è solo una questione di prestigio o di status: come detto in precedenza, il loro modo di approcciare e interpretare il gioco – soprattutto quello di De Bruyne – è andato e andrà a colmare quelle che sono le lacune manifestate dal Napoli nelle ultime settimane. Sempre in attesa che, da qui al termine del campionato, possa rivedersi anche David Neres: il giocatore che più di ogni altro ha saputo spostare gli equilibri della squadra di Conte in questa stagione.

C’è anche da dire che il 3-4-2-1 si è rivelato un sistema di gioco fluido, malleabile: ideato e attuato per sopperire alla crisi-infortuni, di fatto ha permesso al Napoli di “sopravvivere” a dei momenti davvero difficili. E di fare alcune scoperte davvero importanti, Vergara e Alisson Santos su tutti. Ora questa stessa disposizione ha già “offerto” a De Bruyne un contesto apparentemente ideale perché possa esprimere le sue qualità, la sua creatività, la sua personalità e la sua leadership. È un’ottima notizia per le partite che verranno, che serviranno al Napoli per blindare l’accesso alla Champions League. E per iniziare costruire (più) serenamente la prossima stagione, soprattutto nel caso in cui Antonio Conte dovesse decidere di rimanere.

È nato a Napoli, si è fatto adottare anche dalla Sicilia e adesso vive a Milano.

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