Forse è il caso di inserire Kevin De Bruyne nell’antologia della poesia napoletana
L’inchiostro che forma parole su pagine imbruttite o anche il peso leggero della grazia che si posa sull’erba di Fuorigrotta. Con lui cambia la temperatura della partita.

Napoli's Belgian midfielder #11 Kevin De Bruyne makes a pass during the Italian Serie A football match between Napoli and Lecce at the Diego Armando Maradona stadium in Naples, southern Italy, on March 14, 2026. CARLO HERMANN / AFP
Forse è il caso di inserire Kevin De Bruyne nell’antologia della poesia napoletana
Napoli–Lecce 2-1. Bastano cinquanta secondi della ripresa per cancellare un primo tempo da psicodramma, di quelli in cui lo stadio trattiene il fiato e il pallone pesa come una confessione. Gli azzurri sembrano ancora storditi da un immaginario David di Donatello assegnato a Denzel Dumfries per un tuffo da stuntman e così si fanno sorprendere da un Lecce capace e determinato. Uno a zero per loro. Il resto del primo tempo è un supplizio lento, quasi biblico. Il Napoli gira a vuoto. Zambo Anguissa appare fuori ritmo — anzi, lo è proprio — e quando il suo passo non accende il centrocampo, la luce si abbassa per tutti. Il gioco si ingolfa, le idee restano intrappolate come mosche nell’ambra. Il Lecce tiene facilmente il campo ed anzi sfiora un paio di volte il raddoppio.
Poi arriva la ripresa e con essa entra in scena il poeta del calcio: Kevin De Bruyne. L’inchiostro che forma parole su pagine imbruttite o anche il peso leggero della grazia che si posa sull’erba di Fuorigrotta. Con lui cambia la temperatura della partita. Gilmour finalmente esce allo scoperto e trova corridoi dove prima c’erano muri di cemento e serve Politano, palla a Rasmus e la pareggiamo immediatamente. Il resto è la versione possibile di questa stagione se il Napoli fosse rimasto intero più spesso. De Bruyne, Scott McTominay e Alisson cominciano a far ammattire i salentini. Falcone si supera, ma deve arrendersi ancora a Politano che trova il varco giusto: due a uno. Ribaltata in una mezza ripresa giocata con quella qualità che separa le buone squadre da quelle che forti, forti davvero.
De Bruyne anticipa gli spazi come si anticipano i pensieri e ricorda a tutti quanto sia semplice — e dunque raro — il calcio giocato a un tocco. Non lo prendono mai, anzi se lo ritrovano anche a contrastare una possibile ripartenza. A questo punto, con un minimo di ardire, si potrebbe anche aprire una discussione letteraria: inserire Kevin nell’antologia della poesia napoletana. Non per nascita, certo, ma per metrica. Perché certi suoi passaggi hanno la cadenza di un verso riuscito: arrivano prima dell’idea, e quando li capisci è già troppo tardi per fermarli. Peccato che poi chi li declama si inceppa sul più bello.
Entra anche Miguel Gutiérrez con quella garra schietta che riconcilia il pubblico con la maniera carnale, quasi fisica, con cui a Napoli si vive il calcio: non solo letture ma sangue e costanza. Dietro, Sam Beukema tiene la linea con una disciplina che sa di mestiere antico. Finalmente trova lo spazio che il suo talento reclamava con discrezione. Ora, la Champions è quasi blindata. I campioni stanno tornando a ricordarci una cosa che forse avevamo dimenticato: questo Napoli, quando riesce a somigliarsi, resta la rosa più forte d’Italia. Poche squadre avrebbero retto a una stagione così piena di infortuni e di malasorte, a Var invertiti. Il Napoli invece infila la terza vittoria di fila. Segno che, sotto la polvere dei mesi difficili, la qualità non era sparita: stava solo aspettando il momento giusto per tornare a brillare.











