Aldo Cazzullo stronca Sal Da Vinci: “può essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra, o di un film di Zalone”
Al Corsera: “canzone banale e scontata. Almeno Zalone scrive canzoni per fare il verso a un certo Sud più melenso che melodico. In Italia chiunque può fare qualsiasi cosa: il ct della Nazionale o vincere Sanremo”

Sanremo, Italy. 24th Feb, 2026. Sal da Vinci attends the 76th Sanremo Music Festival 2026 at Teatro Ariston in Sanremo, Italy, on February 24, 2026. (Photo by Alessandro Tocco/NurPhoto) Credit: NurPhoto SRL/Alamy Live News
Aldo Cazzullo stronca Sal Da Vinci: “può essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra, o di un film di Zalone”
Aldo Cazzullo scrive di Sal Da Vinci nella sua rubrica delle lettere per il Corriere della Sera.
Pubblica prima tre lettere, di tono diverso.
“Caro Aldo, lei ha definito la canzone vincitrice a Sanremo la più brutta della storia del Festival. Ma perché?”
“Sono d’accordo con lei, anche a me la canzone non piace”.
“Qualcuno l’ha chiamata canzonetta da bar, che al massimo fa ballare gli invitati a un matrimonio, ma forse è proprio questo quello che la gente vuole…”
Ecco la risposta di Cazzullo:
Cari lettori, Se al festival di Sanremo di settant’anni fa qualcuno avesse portato una canzone banale e scontata come quella di Sal Da Vinci, l’avrebbero bocciata sonoramente. Non si tratta di essere contro il popolo. «Nel blu dipinto di blu» era una canzone popolarissima. Ed era, anzi è, una canzone meravigliosa, che esprimeva quel preciso momento storico, l’inizio del miracolo economico, e quindi la fiducia nella vita e nel futuro. «Per sempre sì» potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra, o a essere generosi una canzone di Checco Zalone; che però le scrive per burla, per fare il verso a un certo Sud più melenso che melodico. Per fortuna sono del Sud artisti che a Sanremo avevano canzoni interessanti, come Samurai Jay e Serena Brancale.
Certo, anche in passato abbiamo sentito a Sanremo canzoni nazionalpopolari, o se preferite popolaresche, che vellicavano i sentimenti più facili, e pazienza se poco sinceri, dall’amore eterno all’orgoglio nazionale. Però avevano il buon gusto di farle arrivare seconde. O persino quinte, come «L’italiano» di Toto Cutugno, che era comunque meglio di «Italia amore mio» di Pupo e del principe Emanuele Filiberto, che a sua volta era meglio di «Per sempre sì» di Sal Da Vinci. Nulla contro il cantante, che è pure una persona simpatica. Resta l’impressione che l’Italia dei primi anni 2000 sia un Paese in cui chiunque possa fare qualsiasi cosa. Chiunque può allenare la Nazionale, chiunque può fare il presidente del Consiglio, chiunque può fare il capo dell’opposizione, al prossimo giro chiunque potrà fare il presidente della Repubblica; e Sal Da Vinci può vincere il festival di Sanremo.









