Le Olimpiadi e il puritanesimo italiano: c’è un problema con le misure dei peni (El Paìs)

L'uomo vitruviano censurato dalla Rai alle Olimpiadi è la "misura" di come ci muoviamo afflitti dal pregiudizio

Uomo vitruviano

Gli italiani hanno un problema con le misure del pene. El Paìs ci sfotte un po’, per la censura delle pudenda dell’Uomo Vitruviano, il famoso disegno di Leonardo da Vinci, (non) mostrate dalla Rai nella cerimonia d’apertura delle Olimpiadi. “In Italia è scoppiato un lungo e acceso dibattito sulla rimozione dei genitali dell’Uomo Vitruviano. Perché? Nessuno lo sa. Non perché fossero troppo grandi. La Rai se ne è lavata le mani: l’immagine è stata inviata loro in quel modo, hanno detto. Probabilmente è colpa del Cio, dato che “i contenuti sessuali espliciti sono severamente vietati”. Non sarebbe la prima volta che un pene rilassato viene considerato qualcosa di inquietante e sovversivo, degno di tentazione e quindi censurato. La migliore definizione di sguardo di traverso è vedere qualcosa di sessuale nelle parti intime dell’Uomo Vitruviano o del David di Michelangelo: ciò che gli innocenti non vedono nemmeno quando è proprio davanti a loro, il colpevole lo sfrutta quando è appena percettibile”.

“La cosa più divertente è che questa notizia arriva con un’indagine aperta per scoprire se i saltatori con gli sci hanno ingrandito i loro peni con acido ialuronico e modificato la taglia consentita delle loro tute da sci. In questo modo possono volare più in alto: l’area della tuta influenza la portanza e millimetri di tessuto possono tradursi in metri di salto (un promemoria ironico del fatto che l’ultima persona a volare più in alto ai Giochi, un saltatore con l’asta, ha fatto cadere l’asticella quando il suo membro ci è inciampato sopra). Non si sa mai a cosa serva certe cose”.

“Ma insomma. Gli sport d’élite sono ossessionati dal misurare tutto da anni: grasso, lattato, sonno, carico di allenamento, altezza della suola, rigidità dell’asta, curvatura degli sci, aerodinamica del casco e persino il colesterolo delle cene pre-gara. Il corpo dell’atleta è ormai un laboratorio portatile su un campo di battaglia regolamentato. Ogni centimetro è sospetto e ogni grammo potrebbe rappresentare un vantaggio illecito; ogni anomalia innesca un protocollo. Per decenni, il doping è stato una questione chimica: cosa entrava nel flusso sanguigno. Poi è diventato tecnologico: cosa si indossava. Ora rasenta il quasi malizioso: modificare il proprio corpo non per migliorare le prestazioni, ma per alterare il modo in cui il sistema lo misura. L’obiettivo non è più forza, più resistenza o una tecnica migliore, ma un numero fico su uno scanner”.

“Tutto questo risuona con il povero Uomo Vitruviano mutilato del logo della Rai. Leonardo disegnò un corpo per capire il mondo; noi misuriamo il corpo per cercare di controllare le prestazioni e, incidentalmente, l’immagine pubblica. E per liberarci dal puritanesimo che si accumula durante il giorno in un quartiere emarginato dei nostri pregiudizi. In un caso, il corpo era la misura di tutte le cose; nell’altro, le cose sono la misura del corpo. La cosa più divertente è che spesso scopriamo che ciò che ci affascina di più non è il record, ma il divario. È lì che emerge l’essere umano nella sua interezza: quello che sbaglia i calcoli, quello che sbaglia, quello che cerca scorciatoie, quello che prova vergogna, quello che vuole vincere ed essere amato allo stesso tempo”.

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