Il Var a chiamata, il calcio impari dagli altri sport: la soluzione sarebbe così semplice, eppure…

Come nel basket e in molti altri sport: l'arbitro non dialoga con un altro arbitro, ma solo con un operatore. E i challenge disinnescherebbero gli alibi (e un po' di polemiche)

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Db Firenze 14/02/2018 - Postemobile Final Eight coppa Italia di basket / A|X Armani Exchange Milano-Segafredo Virtus Bologna / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: istante replay arbitri

Graham Scott non è mai stato a Lissone, supponiamo. Ma a Stockley Park sì. In quel grande centro direzionale a Uxbridge, ovest di Londra, c’è il Lissone della Premier League. Lo chiamano “Var Hub”, la la versione inglese della bat-caverna dalla quale ogni weekend arbitri e operatori video dirigono – da remoto – le sorti del campionato a colpi di protocolli e dissezioni cavillari. Ecco, mister Graham è un ex importate arbitro di Premier, e qualche giorno fa sul Telegraph ha scritto il suo “manifesto per una Var migliore”.

“Il calcio deve abbandonare il suo complesso di superiorità e imparare dagli altri sport se si vuole che l’esperimento di utilizzare la tecnologia per migliorare le decisioni degli arbitri abbia successo. Il primo passo dovrebbe essere quello di trasferire la responsabilità agli allenatori utilizzando un sistema di challenge simile a quello del cricket e del tennis“. E del basket e di molti altri sport, aggiungiamo noi.

Esatto: la Var a chiamata. Non è un’idea così originale. Anzi, proprio perché già clinicamente testata, sarebbe la soluzione ormai quasi ovvia per disinnescare il cortocircuito che sta consumando il calcio non solo italiano. Ma non c’è niente di ovvio in questo groviglio imbarazzante nel quale l’inadeguatezza della politica sportiva ha trascinato i più inadeguati di tutti – al momento, ma la gara è apertissima -, gli arbitri stessi.

Funzionerebbe (bene) così: gli allenatori hanno a disposizione “n” chiamate, delle quali si prendono la responsabilità. Possono convocare l’arbitro all’ormai famigerato on field review per contestare una decisione: se hanno ragione mantengono intatto il numero di jolly, altrimenti hanno sprecato il tentativo. Ma di più: l’arbitro può in autonomia decidere di chiedere l’aiuto da casa quando non è certo della decisione che ha preso (o che gli suggerisce quella figura ormai reietta che è il guardalinee), interrompe il gioco e va a rivedersi l’azione. Qui c’è uno scatto importante: come interlocutore ha solo un operatore video, al quale che chiede il dettaglio delle inquadrature. Il regista è lui. Nel basket è così, per esempio: comanda sempre e solo l’arbitro. Non ci sono grandi fratelli dalla suddetta bat-caverna a dettare ulteriori consigli (quando non altro). Nessun pari grado o superiore a cui rendere conto. Insomma: LA Var senza IL Var. In quell’intersezione è riassunto il grande problema della tecnologia arbitrale.

E badate che questo è il vero non-detto di questo polverone isterico: il dialogo Var di Milan-Parma è un caso scientifico di commissariamento dell’arbitro, manipolato in campo come un’Ambra Angiolini ai tempi di Boncompagni. E’ il nocciolo del reattore nucleare.

Non solo una Var siffatta libererebbe gli arbitri da un peso che li opprime (ma che usano anche come alibi: la deresponsabilizzazione nell’errore è un mezzo gaudio) ma obbligherebbe anche gli allenatori a non lamentarsi a capocchia: hai un challenge, usalo se sei sicuro. Altrimenti taci. Simple as that, direbbe Graham.

Bonus: libererebbe tutti noi dall’incombenza di doverci occupare di un plotone di Var e AVar, delle loro designazioni più o meno chirurgiche, della geografia (variabile) dei loro carchi pendenti. Sarebbe di una noia mortale, se non fossero poi – purtroppo – dirimenti.

I vertici arbitrali (o quel che ne resta) non fanno altro che ciarlare di centralità della “arbitralità” in campo. La chiamano così, loro: “arbitralità”. La Var a chiamata, mondata dal condizionamento d’un collega che dall’alto dei cieli ti detta la linea, porterebbe proprio a questo eden posticcio: la dittatura del campo, mettiamola così. Una tirannia igienica. Un mix più moderno e sano dell’arbitraggio antico: un uomo solo al comando, ma con la tecnologia di supporto.

Ha ragione Graham, e con lui tutti i commentatori che da anni ormai invocano questa sterzata logica: basta copiare dagli altri sport. La sedicente superiorità del pallone ormai è una caricatura.

Deve la sua carriera nel giornalismo ad una professoressa del liceo che per ovvi motivi si è poi data alla clandestinità.

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